11 Febbraio 2020

Mago Merlino? No, il mago di Oz...
di Stefano Greco

Da qualche parte sopra l'arcobaleno, proprio lassù,  ci sono i sogni che hai fatto almeno una volta nel sonno.
Da qualche parte sopra l'arcobaleno, volano uccelli blu e i sogni che hai fatto, diventano davvero realtà…

Questi sono i primi versi di “Somewhere over the rainbow”, il brano cantato da Judy Garland e diventato per tutti la colonna sonora de “Il mago di Oz”. Quando esprimiamo un desiderio, quasi tutti alziamo gli occhi verso il cielo, perché lì, sopra le nuvole, noi abbiamo sempre immaginato che ci sia un posto meraviglioso dove vanno le persone che non ci sono più. Lì, sopra l’arcobaleno, c’è il luogo in cui i sogni diventano realtà. Quello in cui vive il mago di Oz, quello in cui trascinata dal vento di un tornado è convinta di essere arrivata Dorothy Gale (interpretata da Judy Garland), quando parlando con il suo cane dice: “Ho l’impressione che noi non siamo più nel Kansas”, perché intorno a lei vede un mondo sconosciuto e fantastico.

Ecco, quest’anno, noi laziali abbiamo l’impressione di essere stati trascinati da un vento fortissimo sopra all’arcobaleno, in quel posto fantastico dove i sogni diventano realtà. Ci guardiamo intorno, affascinati e un po’ spaesati, perché non riconosciamo più la nostra realtà, vediamo accadere cose che da anni non fanno parte del nostro quotidiano sportivo e che per questo ci appaiono quasi irreali: una squadra che non fallisce praticamente mai nelle partite importanti, un gruppo che riesce a supplire ad assenze importanti, una Lazio a volte anche baciata dalla Dea fortuna e che al contrario di quello che eravamo abituati a vedere (basta pensare a due stagioni fa…) non viene massacrata né dagli arbitri in campo né da quelli seduti davanti ad un monitor in sala VAR.

Sembra tutto fantastico, quasi irreale, come quella classifica che leggiamo e rileggiamo per convincerci che sia vera. Non tanto e non solo per quei 14 punti di vantaggio sulla Roma che hanno consentito alla Lazio di mettere un’ipoteca sulla qualificazione alla Champions League dopo 13 anni di attesa, quanto per quel punticino di distacco dalla vetta della classifica in cui viaggiano a braccetto Juventus e Inter. Che Juventus e Inter si sarebbero giocate lo scudetto in un testa a testa destinato a caratterizzare tutta la stagione, era prevedibile. Ma che sarebbe stata la Lazio a recitare il ruolo del terzo incomodo, no, nessuno o quasi se lo sarebbe immaginato a luglio, neanche nei sogni.

Invece, svestendo i panni di mago Merlino per indossare quelli del mago di Oz, Simone Inzaghi è riuscito a realizzare i sogni, anche quelli più proibiti, di tutti i tifosi laziali. Sia ben chiaro, non è solo merito di Simone: perché nella vita reale nessuno fa miracoli e i risultati solo il frutto di un lavoro collettivo fatto bene (quindi, che piaccia o no, anche la società ci ha messo lo zampino), perché Immobile ha sempre segnato tanto ma le 25 reti segnate in 23 partite sono tanta roba (tanto è vero che è primo nella classifica della Scarpa d’Oro, davanti a Lewandowski, Timo Werner e Cristiano Ronaldo staccato di 12 punti…). Tutto vero, ma la mano di Inzaghi in questa Lazio si vede, eccome. Ed è quel tocco in più che sta trasformando un sogno in una magnifica realtà. Sì, perché non è un caso se i migliori della stagione sono proprio Immobile, Acerbi e Lazzari, tre giocatori fortemente voluti da Simone Inzaghi. Oltre, chiaramente, a Luis Alberto, il mago in campo capace di sfornare numeri che ogni volta lasciano a bocca aperta. Luis Alberto non lo ha scelto Inzaghi. Lo ha preso Igli Tare come sostituto di Candreva… Ma non credo esistano dubbi sul fatto che è stato Inzaghi a cucirgli addosso un ruolo diverso che gli calza addosso come un vestito fatto su misura. E lo ha fatto non una, ma ben due volte Inzaghi. Prima lo ha piazzato al centro del campo, alle spalle di Milinkovic e Immobile. Poi ha stravolto tutto, arretrando Milinkovic per consentire a Luis Alberto di poter agire alle spalle delle punto, scegliendo lui di volta in volta la posizione giusta per colpire, il punto debole dell’avversario dove agire per scardinare difese sempre più chiuse.

Ha fatto tanto Simone Inzaghi, tantissimo. Forse non è veramente un mago, ma con il materiale che gli è stato messo a disposizione ha fatto sicuramente più magie di quelle che aveva fatto Helenio Herrera per meritarsi l’appellativo di “mago”. Già, perché è facile diventare un mago quando stai a Milano e hai alle spalle lo strapotere economico della famiglia Moratti. È più difficile fare magie a Roma, in una piazza storicamente più difficile e per giunta senza i mezzi che ha avuto, ad esempio, uno come Sven Göran Eriksson. Helenio Herrera, ad esempio, a Roma non fallì del tutto ma conquistò solo una Coppa Italia in 5 stagioni sulla panchina giallorossa e la squadra non lottò mai per lo scudetto; Simone Inzaghi, con un budget ridotto all’osso, di trofei ne ha già conquistati 3 in 3 anni e mezzo e ora ha portato la Lazio ad un punto dalla vetta. E ha dato alla Lazio una mentalità vincente, costruendo e modellando il gruppo, tenendo duro in momenti in cui il baratro sembrava dietro l’angolo, come alla fine del primo tempo di quel Lazio-Atalanta che, forse, entrerà nella storia come quel Lazio-Verona del 1974. Se non è un mago, poco ci manca.

È vero, anche con Delio Rossi, Reja, Petkovic e Pioli eravamo arrivati nelle prime tre piazze e addirittura in vetta alla classifica, ma mai così avanti nella stagione. Mai le Lazio degli ultimi tre lustri avevano dato l’impressione di essere così solide e di poter durare fino alla fine. Già, perché anche se siamo tutti all’apparenza scettici perché segnati dalle esperienze (e dalle delusioni…) del recente passato, sentiamo tutti o quasi una vocina che cerchiamo di tenere dentro di noi. Una vocina che ci dice che questa non è la solita storia, che è giusto crederci ma senza illudersi e senza fare voli pindarici, perché ancora non abbiamo capito se una volta lasciato il regno di Oz tornando a casa, nel nostro Kansas, sogno e realtà diventeranno una sola cosa.

Ma dopo anni di “solide realtà”, è già meraviglioso avere un “mago” in grado di farci sognare. Che poi sia mago Merlino o il mago di Oz, fa poca differenza. Perché i sogni sono come i viaggi. Come diceva Robert Louis Stevenson (autore de “L’isola del tesoro”  e di “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”): “La vita non è una questione di avere delle buone carte, ma di giocare bene una mano scarsa. E io non viaggio per andare da qualche parte, ma per andare. Viaggio per la bellezza del viaggiare, perché l’importante è muoversi”. E nel nostro caso è bello poter viaggiare con la fantasia, poter nuovamente sognare. Poi, se il bel sogno si trasformerà in una meravigliosa realtà, bene, altrimenti ci terremo stretti la bellezza di quei momenti, come la meravigliosa sensazione che proviamo la mattina quando ci svegliamo dopo un sogno meraviglioso. Perché senza sogni, nella vita come nello sport, resta poco o nulla…




Accadde oggi 24.02

1929 Vercelli – Pro Vercelli-Lazio 3-1
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 0-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 3-2
1980 Cagliari, stadio Sant’Elia - Cagliari-Lazio 1-1
1985 Napoli, stadio San Paolo – Napoli-Lazio 4-0
1991 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 1-2
2002 Bergamo, stadio Atleti Azzurri d'Italia - Atalanta-Lazio 0-1
2008 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/01/2020
 

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