09 Febbraio 2020

Di Nella e la fine degli anni di piombo
di Stefano Greco

Secondo molti, quella che abbiamo vissuto durante gli anni di piombo non è stata una vera e propria guerra civile. Insomma, nulla che vedere, ad esempio, con quello che è successo in Irlanda del Nord, con due gruppi contrapposti che per motivi religiosi e storici per decenni si sono sparati e uccisi a vicenda, spostando il raggio della morte e degli attentati fino a Londra e all’Inghilterra, per colpire la corona, quindi lo stato. Sarà, ma i numeri dicono altro: solo a Roma, tra il 1978 e il 1982 ci sono stati più di 100 morti e 400 feriti, quasi 1000 arresti di cui 483 tra persone appartenenti a gruppi di destra. La maggior parte dei quali vivevano in pochi quartieri; Parioli, Vigna Clara, Fleming, Balduina, Flaminio, Salario-Trieste e Montesacro. Un’intera generazione cancellata, tra scontri tra opposte fazioni e faide interne.

Già, perché specie dopo il 1981, a Roma non si cade solo per il fuoco nemico, ma anche per mano degli ex amici che ti considerano un Giuda, una spia, un traditore o un infame. “Secondo il modo di pensare dei NAR, nei confronti dei nemici bisogna avere rispetto, anche se vengono condannati a morte per quello che fanno. Nei confronti dei traditori, invece, tale rispetto non può esservi e pertanto vanno annientati”. Sono parole di Francesca Mambro. Ed è questo che succede in quegli anni. Quando muore Valerio Verbano, il padre chiama a casa De Angelis e chiede un incontro con Nanni, perché lo vuole guardare in faccia per capire se è stato lui a uccidere suo figlio. Valerio, infatti, ha accoltellato tempo prima Nanni De Angelis e in molti, dopo la sua morte, pensano subito ad una vendetta, anche se per quella morte poi viene giustiziato Angelo Mancia, considerato il “responsabile territoriale” di quell’omicidio. Nanni va a casa Verbano, accolto al portone dal padre di Valerio. Tutti lo conoscono, ma quando passa tra decine di militanti di sinistra, nessuno osa fare o dire nulla. Parlano per un’ora e lui gli dice “non sono stato io a uccidere suo figlio”. E il padre di Valerio gli crede, perché lui quel giorno c’era in casa e nessuno dei componenti di quel commando aveva il fisico imponente di Nanni. Quindi chiama un taxi e lo accompagna sotto, senza andare via finché la macchina non si è allontanata. Un esempio di tacito accordo, di rispetto reciproco che esiste anche quel periodo di odio e di sangue tra persone che stanno su fronti diversi, opposti. Come Almirante e Berlinguer, che prima di essere i segretari del MSI e del PCI, sono due statisti che si rispettano e si rispetteranno fino alla fine. E Almirante lo dimostra il giorno del funerale di Berlinguer, quando si presenta da solo, senza scorta e senza amici di partito. Ci sono anche io ai funerali e non dimenticherò mai quell’immagine della folla che si apriva, silenziosa e rispettosa, al passaggio del grande nemico.

Per un colpo in testa, ma di spranga, muore invece Paolo Di Nella, aggredito una sera in cui sta attaccando manifesti. E la morte di Paolo Di Nella, segna una svolta in quella guerra e, forse, addirittura la fine di quegli anni di piombo e di odio, nei quali ad ogni morte fa seguito sempre il solito coro da parte di chi resta: “Per un camerata ucciso, non basta il lutto: pagherete caro, pagherete tutto”. E, inevitabilmente, ad ogni morto fa seguito una vendetta, a destra come a sinistra. Ma quella volta, no. Succede che al capezzale di Paolo Di Nella, che giace in coma irreversibile in un letto d’ospedale, si presenta a sorpresa il presidente della Repubblica, il partigiano Sandro Pertini. Quando arriva, una ragazza gli si fa incontro e gli urla: “Presidente, qui ci ammazzano come cani. Noi di destra siamo morti di Serie B e questo è frutto di una campagna di odio in atto da anni”. Pertini è visibilmente scosso e per la prima volta pronuncia parole di condanna verso la violenza e l’odio che stanno falciando un’intera generazione. Di qualunque colore.

“La violenza, l’odio e il terrorismo, agiscono contro il popolo italiano. Tutto il popolo. E io che voglio essere il presidente di tutti gli italiani, non posso che condannare gli aggressori di Paolo. Qualunque sia la loro matrice politica”.

Le parole di Sandro Pertini, diffuse dall’ANSA, scuotono il sistema. Perché è la prima volta che un presidente della Repubblica esprime parole di condanna così nette davanti alla morte di una vittima del terrorismo che non sia né un politico né un magistrato. E neanche un rappresentante delle forze dell’ordine. Ma solo un ragazzo che fa parte di uno di quei due schieramenti che si combattono da anni. Il presidente partigiano, lascia l’ospedale con le lacrime agli occhi, per la morte di un giovane fascista. E non fa nulla per nascondere la sua commozione. È il 5 febbraio del 1983. La fine di un’era.

“Quel decennio”, come scrive Tony Augello in un articolo sulla rivista “La contea” (che si rifà al mito di Tolkien e dei campi hobbit), “per chi lo ha vissuto a destra, a seconda dei casi ha segnato, modificato, rafforzato, maturato, invecchiato, logorato, migliorato o distrutto caratteri ed esistenze. Tu vorresti analizzare organicamente quei dieci brevi e lunghissimi anni e loro ti vengono incontro come una serie di flash che ti sembrava di aver rimosso dalla memoria e che invece aspettavano in agguato che ti mettessi a scrivere per ricomparire e affollarsi davanti a te”.

È vero, drammaticamente vero, perché è proprio questo che mi è successo scrivendo “Faccetta biancoceleste”, quel libro tenuto per anni in un cassetto. Giorno dopo giorno mi sono tornati alla mente episodi che ero convinto di aver rimosso. Le due pallottole ricevute al Villaggio Olimpico, la moto andata a fuoco, i fili dei freni tagliati ma non del tutto in modo da farli saltare alla prima frenata, le fughe a Verona perché l’aria a Roma è diventata invivibile, gli scontri, ma soprattutto quelle foto in bianco e nero scattate tra piazza Euclide ed altri posti di ritrovo che mi lancia sul tavolo di casa una persona della DIGOS. Ci sono i nostri volti su quelle foto: quelli dei morti sono cerchiati in nero, quelli degli arrestati e dei latitanti in rosso, quelli di chi sta vicino a varcare la linea di confine sono cerchiati in arancione e quelli di chi è sotto osservazione in verde. “Sei verde”, mi dice, “decidi tu quello che vuoi fare, perché basta poco per diventare arancione, poi rosso o nero”. Quella verità sbattuta in faccia da un amico di famiglia è come un brusco ritorno alla realtà, come il risveglio da un sogno o da un incubo. Dopo Acca Larentia, ho già deciso di non impugnare mai un’arma, perché so che se lo faccio prima o poi la uso. Quel giorno, dopo aver visto quelle foto, ho preso coscienza che è arrivato il momento di dire basta, prima che sia troppo tardi, prima di imboccare anche io la via senza ritorno: vale sia per la politica che per le bravate allo stadio. Ho capito che è arrivato il momento di crescere e di mettere da parte la rabbia e la follia che per anni mi hanno spinto a fare cose folli.

Quelle cose folli che fai a 18-20 anni e che sei fortunato a poter raccontare (anche se con un po’ di vergogna) dopo aver varcato la soglia dei 50 anni. Perché sei sopravvissuto, perché quella follia ti è costata solo qualche ossa rotta e un senso di vergogna o di fastidio nel ricordare a distanza di tempo alcuni episodi in cui è stato protagonista un altro te, quello che hai seppellito ma che a volte riappare. Ma non ho rimpianti, perché ho fatto mio il pensiero di Charles Bukowski: “Esprimete ciò che sentite, non abbiate paura delle conseguenze, perché il tempo non fa sconti a nessuno. Amate, odiate, buttatevi a capofitto in ogni cosa vi dia emozioni forti. Le persone sono lo spettacolo più bello al mondo. E non si paga il biglietto”.

Sono stato un cane sciolto in quegli anni, uno che ha fatto politica ma non si è mai iscritto né al MSI né al FUAN o al Fronte della Gioventù. Uno che ha partecipato a manifestazioni e scontri in piazza, ma che ha sempre odiato le armi da fuoco, forse per la consapevolezza che averne una tra le mani mi avrebbe portato prima o poi ad usarla, quindi a imboccare la strada senza ritorno. Sono stato uno che ha amato e contestato Almirante, ma che non ha mai varcato il confine. Sono stato uno di quelli che ha contribuito a creare gli EAGLES’ SUPPORTERS e la leggenda della prima Curva Nord, ma che non ha mai voluto essere un capo di nulla e che alla fine ha scelto di andarsene, quando in tanti giocavano a fare i capi. Perché ho sempre amato essere più soldato o al massimo caporale o sergente, piuttosto che capitano, colonnello o generale. Sono stato uno di destra che ha amato il guerriero “Che Guevara”, ma che non ha mai attaccato un suo poster in camera e che non ha mai indossato una maglietta con il suo volto, perché di quell’immagine di un combattente per la libertà si erano appropriati altri per trasformarlo in una falsa icona della sinistra. Perché per anni ho dovuto leggere e ascoltare che la cultura stava solo ed esclusivamente a sinistra, che noi fascisti eravamo solo dei picchiatori senza cervello: Lo sentivo e lo leggevo, mentre io divoravo libri di storia e di filosofia, leggevo Yukio Mishima ed ero affascinato dai Templari e dalle loro storie, mentre avevo amici di sinistra che al massimo leggevano “L’Unità”, “Lotta Continua” o “Il Manifesto”, ma giocavano a fare gli intellettuali. Mi facevo una cultura ma non la sbandieravo e, quando per moda in molti in quel periodo si sono messi a leggere Julius Evola (spesso solo per darsi un tono), io dopo poche pagine di “Imperialismo pagano” ho abbandonato e mi sono rifugiato in JRR Tolkien e nella lettura de “Il signore degli anelli”. Perché ho sempre amato fare le cose che mi piacevano, non quelle che facevano gli altri per moda; perché ho preferito “essere” quando invece in troppi si preoccupavano solo di “apparire”, magari indossando maschere che li facevano sembrare diversi da quello che erano nella realtà.

E ho continuato a farlo, rifiutando di farmi una tessera di un partito qualsiasi per fare carriera in RAI (“perché tanto nella spartizione ci sono posti per tutti”, mi disse un giorno qualcuno di importante di cui preferisco evitare di fare il nome), perché volevo arrivare ma solo grazie a quello che ero, grazie al mio curriculum e non ad una tessera politica o a una raccomandazione. Perché quando tutti mi consigliano di nascondere la mia fede politica e calcistica se voglio fare carriera, io non ho mai nascosto né l’una né l’altra, perché sono nato laziale e sono diventato di destra: e anche se non è certo una cosa popolare essere sia l’uno che l’altro a metà anni Ottanta, io quello sono e non ho voglia di nasconderlo o di fingere di essere un altro Stefano Greco. Forse perché, come ho scritto all’inizio del libro, nella vita ho sempre amato andare controcorrente. E non per distinguermi dalla massa, ma solo perché c’è chi nasce salmone e chi nasce trota. Tutti e due sono dei pesci e quasi sempre finiscono in una padella o in un forno, ma non hanno lo stesso sapore.

Perché puoi essere di destra e a volte stare addirittura più a sinistra di chi si professa comunista. Perché apprezzare Almirante, non significa per forze di cose odiare Berlinguer, perché ho sempre pensato che anche un “nemico” può dire cose che sono condivisibili e che non possono e non devono essere buttate via solo perché arrivano dall’altra parte della barricata. Perché Ugo Vetere è stato un sindaco di Roma comunista, ma non ha nulla a che spartire con Ignazio Marino, come la destra di oggi ha poco o nulla a che fare con la destra di Almirante. Perché io, ad esempio, non ho dimenticato quel telegramma spedito da Enrico Berlinguer alla famiglia di Paolo Di Nella e che lo stesso segretario del PCI ha deciso di rendere pubblico per dare maggior forza a quel suo messaggio.

“La morte del vostro giovanissimo Paolo, vittima di un’aggressione disumana, che ha scosso e sdegnato ogni coscienza civile, suscita anche commosso compianto dei comunisti. Vi preghiamo di accogliere le nostre condoglianze e la nostra solidarietà. Firmato, Enrico Berlinguer”.

Torno su Paolo Di Nella, perché secondo me la sua morte ha risvegliato le coscienze e ha segnato la fine di tutto. “Bisogna esprimere la più ferma condanna per il gesto di morte consumato contro un giovane colpevole di professare idee che non sono le nostre ma che riteniamo di dover combattere solo con le armi che la nostra costituzione mette a disposizione della collettività e non con la violenza omicida e terroristica”. Questo è il testo dell’intervento fatto dal sindaco di Roma, Ugo Vetere, in occasione del consiglio comunale del 9 febbraio del 1983, di un discorso pronunciato poche ore prima dell’annuncio ufficiale della morte di Paolo Di Nella. La condanna di Pertini, unita agli interventi di Berlinguer e di Vetere, fa cambiare direzione al vento. E lo si capisce anche leggendo i fondi dei giornali. Non quelli de “L’Unità” o de “Il Manifesto”, ma quelli di quotidiani teoricamente indipendenti ma che in realtà sono sempre stati schierati. Tipo “La Repubblica”. Ne è un esempio il fondo di Giovanni Ferrara pubblicato il 6 febbraio del 1983 sul quotidiano diretto da Eugenio Scalfari.

“Questo giovane, morendo, porta in sé qualcosa che lo rende comunque infinitamente superiore, non solo ai suoi assassini, ma a chiunque non abbia il coraggio, per pregiudizio o per paura, di sentirsi vicino a lui. Paolo Di Nella si diceva fascista, era iscritto al Fronte della gioventù e attaccava manifesti del MSI. Noi non sappiamo nulla del come abbia vissuto la sua brevissima vita, quel che contasse per lui la sua scelta politica, del motivo per cui proprio lui sia stato ucciso. E non abbiamo bisogno di sapere nulla: a noi basta sapere che un ragazzo di vent’anni è stato coscientemente condannato a morte”.

È anche per questa ondata collettiva di indignazione, che spinge migliaia di persone a partecipare ai funerali pur non essendo tutte di destra, che quello di Paolo Di Nella è stato il primo funerale senza incidenti, senza quella violenza che in un quel periodo accompagna ogni morte. Anche il corteo che sfila quel giorno per le vie del quartiere africano è composto e silenzioso. In testa c’è un enorme striscione con su scritto CHI CADE COMBATTENDO NON MUORE MAI: VIVE NELLA LOTTA DELLA SUA GENTE! ONORE AL CAMERATA PAOLO!

Il 13 febbraio, il giorno dopo i funerali, all’Olimpico si gioca Lazio-Como. Dopo aver rifiutato per qualche anno di seguire gli EAGLES’ nella nuova casa, anche i VIKING si sono spostati in Curva Nord, occupando il muretto al centro, quello sotto il tabellone luminoso: e quella domenica espongono uno striscione nero, lungo circa venti metri, con scritto in bianco ONORE AL CAMERATA DI NELLA. La gente si volta a guardare e applaude. E, questa volta, ad applaudire non siamo solo noi e la Curva Nord, ma tutto lo stadio. È l’ultimo atto politico allo Stadio Olimpico, la fine di quel periodo di Lazio e fascismo iniziato in modo palese sette anni prima, in occasione di quel Lazio-Perugia del 22 febbraio del 1976 e di quello striscione SOLLIER BOIA esposto in Curva Sud sul muretto degli ULTRAS. Ufficiosamente, proprio come era entrata, da quel giorno la politica esce dalla curva. Anche perché, la morte di Paolo Di Nella segna veramente la fine di un’era, di un’intera generazione cancellata da quella tempesta che ha provocato un’ondata di morte e poi una repressione durissima che ha portato, solo a Roma, più di mille persone a varcare le porte del carcere e altre centinaia a fuggire all’estero per evitare l’arresto.




Accadde oggi 24.02

1929 Vercelli – Pro Vercelli-Lazio 3-1
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 0-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 3-2
1980 Cagliari, stadio Sant’Elia - Cagliari-Lazio 1-1
1985 Napoli, stadio San Paolo – Napoli-Lazio 4-0
1991 Bologna, stadio Renato Dall'Ara - Bologna-Lazio 1-2
2002 Bergamo, stadio Atleti Azzurri d'Italia - Atalanta-Lazio 0-1
2008 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/01/2020
 

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