07 Febbraio 2020

Che fine ha fatto lo Stadio delle Aquile?
di Stefano Greco

“Il progetto della Lazio è stato già presentato. Rimaniamo a quello della Tiberina, poi se ci sono alternative vediamo. La posizione di Lotito e della società è chiara: se si farà lo stadio della Roma, non potrà non andare avanti il progetto biancoceleste. Mi auguro che sia così celere l’idea della Roma come sostenuto dalla Raggi. In tal modo anche quello della Lazio vedrà la luce. Le due società dovrebbero camminare sullo stesso passo. Non credo però che, come detto dal sindaco, lo stadio della Roma verrà creato così velocemente. Ci sono ancora diversi ostacoli. Ma vedremo. Avremo anche le nostre posizioni da portare avanti”.

È passato un anno esatto da questa dichiarazione di Arturo Diaconale, portavoce del presidente e della società. In queste poche righe dettate alla stampa, lo scorso anno Diaconale ha fatto capire tre cose: 1) La Lazio (che aveva presentato un’idea di progetto addirittura nel 2005) oramai va a rimorchio della Roma. 2) Che, nonostante i vincoli che rendono impossibile l’utilizzo di quei terreni, dopo quasi tre lustri si va avanti ancora al grido di “O Tiberina o morte”. 3) Che la Lazio un progetto al Comune di Roma lo ha presentato secondo le regole. Il problema, però, è che negli uffici del Comune di Roma non c’è traccia di questo progetto: non esiste un numero di protocollo, per il semplice motivo che, come per la “Academy Bob Lovati”, non è mai stato depositato nulla: né al Comune di Roma né a quello di Formello. Quindi, gridare “al complotto” come si è fatto tante volte in questi 15 anni, fa sorridere.

In questo momento, giustamente, l’attenzione di tutti è puntata sulla squadra e sulla straordinaria cavalcata della “banda-Inzaghi”. Sacrosanto, perché questi ragazzi ci stanno regalando emozioni incredibili e meritano quindi di essere sostenuti, senza SE e senza MA. In un periodo in cui dall’altra parte del Tevere si stanno sbrigando le pratiche per il passaggio di mano della società e si sta dando un’accelerata al progetto stadio (magari scegliendo un luogo diverso per abbattere qualsiasi problema legato a vincoli idrogeologici e viabilità), è giusto guardare anche un po’ avanti e fare il punto della situazione, perché la crescita di una società passa non solo dai risultati della squadra, ma anche da quello che fa la società per aumentare le entrate e, quindi, per avere maggiori capitali da investire nella gestione tecnica per potenziare l’organico. E da questo punto di vista, purtroppo, in questi 16 anni si è fatto poco, pochissimo. E sono state rifiutate tutte le possibilità alternative presentate da i vari sindaci di Roma: dall’area sulla Roma-Fiumicino fino ai terreni (cosa mai uscita fino ad oggi) offerti dalla Raggi a Lotito in zona Pietralata (vicino alla fermata Metro Quintiliani) con tanto di planimetrie mostrate a Lotito in una riunione che si è svolta negli uffici del catasto. Ma il NO è stato secco, categorico, perché in quei terreni (di proprietà del comune e offerti con la formula della gestione per 99 anni) si potevano costruire solo stadio, negozi e punti di ristori, non una piccola cittadella da edificare con la scusa dello stadio.

Al di la delle chiacchiere, la realtà è che per la questione Stadio delle Aquile la Lazio è ferma al 20 giugno del 2005, data della presentazione a Formello di quel plastico firmato AMA Group e di un progetto “virtuale”. Sì, virtuale, perché come scrivevo all’inizio in questi 175 mesi nessuno ha mai visto il vero progetto: né i 4 sindaci che si sono succeduti sullo scranno in Campidoglio né i loro assessori allo Sport e all’Urbanistica. Perché mentre quello della Roma è un progetto reale (discutibile, sicuramente, ma esiste e in base a quel progetto si è discusso, lavorato e limato fino ad arrivare al via libera definitivo) quello della Lazio, o meglio, quello di Lotito, è un progetto VIRTUALE. Né più né meno come quello della Academy, visto che dopo 69 mesi dalla posa simbolica della prima pietra al Comune di Formello non è stato ancora depositato nessun progetto definitivo. E nonostante gli annunci degli ultimi 12 mesi, non è stato inaugurato nulla. Tanto è vero, che la famosa cerimonia con il sindaco di Roma a tagliare insieme a Lotito il nastro della “Academy Bob Lovati” è stata rinviata fino a cadere nel dimenticatoio, ed è stata sostituita da una cerimonia in Campidoglio in cui il sindaco ha premiato la Lazio per la conquista della Coppa Italia.

Sullo “Stadio delle Aquile”, quindi, siamo a 5345 giorni di chiacchiere, di nulla mascherato da progetto. L’unico vantaggio, almeno, è che almeno per quel plastico dello stadio la Lazio non ha speso nulla, al contrario di quegli oltre 4 milioni di euro per la “Academy Bob Lovati” usciti più di 6 anni fa dalle casse della SS Lazio e finiti in quella della Snam Lazio Sud, sotto forma di “anticipi di lavori in conto futuro”. Tutto questo, chiaramente, nel più assoluto silenzio dell’intera comunicazione romana e laziale su questa vicenda iniziata 5345 giorni fa, in un caldo pomeriggio estivo. Da allora, insomma, 175 mesi e 5345 giorni di chiacchiere, con la Lazio superata da Juventus e Udinese, oltre che dal Cagliari e Atalanta, con il Bologna e la Roma che stanno per dare il via ai lavori del nuovo stadio e Milan e Inter che hanno presentato un progetto comune alla giunta milanese per la nascita del nuovo stadio. E in questa regione, addirittura il Frosinone ha un impianto di proprietà che è un piccolo gioiello. Per chi avesse la memoria corta, ecco un bel riassunto di questa storia archiviata ad arte…

Il 20 giugno 2005, il presidente della Lazio annuncia in pompa magna a Formello la costruzione dello “Stadio delle Aquile”, mostrando un plastico realizzato dall’Ama Group. Quel giorno, Lotito racconta ai giornalisti di avere sia i terreni dove costruire che 500 milioni di euro pronti per realizzare un’opera faraonica che, oltre allo stadio, comprende una Cittadella dello Sport, centro commerciale, ristoranti e un piccolo quartiere destinato a nascere intorno all’impianto: insomma, una piccola Lazioland da vivere 365 giorni all’anno. All’inizio, Lotito è stato vago sul luogo dove voleva edificare questo stadio. Ha detto, in parole povere, “ditemi prima di sì e poi vi dico dove e cosa costruisco”. Insomma, in linea con il personaggio.

La giunta Veltroni (tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006) offre immediatamente alla Lazio l’area del Flaminio, ma la risposta è lapidaria: “è buono solo per pisciarci dentro”. Uno schiaffo alla giunta, ma anche alla storia della Lazio e a quelle migliaia di tifosi laziali che hanno sempre considerato quel quartiere e quello stadio una seconda casa. Ma è solo il primo schiaffo. Il secondo arriva nel 2007, quando con la complicità dell’allora sindaco di Valmontone, Lotito dice di aver trovato il terreno giusto per costruire lo stadio, minacciando la giunta capitolina di portare la Lazio fuori dal raccordo. La risposta di Roberto Morassut, assessore comunale all’Urbanistica, arriva immediata ed è sferzante…

“Abbiamo chiesto a Lotito di presentare un’area urbanisticamente compatibile con il nuovo Prg di Roma, gli abbiamo offerto il Flaminio e, in accordo con il sindaco di centrodestra di Fiumicino Canepini,ci siamo mostrati favorevoli alla realizzazione dello stadio della Lazio nel territorio di quel comune. In tutti e tre i casi abbiamo ricevuto risposta contraria. In particolare per Fiumicino, Lotito sostiene che la cubatura non è sufficiente. Ecco quindi svelata la verità: a Lotito non interessa lo stadio, ma solo una gigantesca speculazione edilizia sulle spalle della Lazio e dei suoi tifosi, anche a costo di portare fuori Roma il club, con i suoi 107 anni di storia”.

Al grido di “a Valmontone vacce te”, quella provocazione svanisce nel nulla e, come d’incanto, con la caduta di Veltroni e la salita in Campidoglio di Alemanno cade anche il velo che nasconde le vere mire del presidente della Lazio. Costruire non un quartiere, ma quasi una piccola città (12.000 unità abitative…) sulla Tiberina. Cento ettari in un'ansa del Tevere, una distesa di campi coltivati e destinati a zona di esondazione naturale del Tevere, a Prima Porta, all'altezza dei resti della villa di Livia, tra la via Tiberina, la Flaminia, il fiume e, dall'altra parte della riva, la Salaria.

Girando con quel plastico dello Stadio delle Aquile realizzato dall’AMA Group custodito nel portabagagli, per mesi Lotito sale in Campidoglio per ottenere il via libera per costruire su quei terreni (casualmente di proprietà della famiglia Mezzaroma) soggetti ad ogni tipo di vincolo: da quello storico a quello idrogeologico, tutti insuperabili. Lotito fa di tutto per aggirare quei vincoli, prova addirittura a scriversi una legge sugli stadi ad hoc per superarli, ma alla fine è costretto ad arrendersi. Anche perché, come Veltroni, anche Alemanno ha le mani legate e non può dare il via libera: perché manca il progetto, per prima cosa, ma anche perché su quei terreni c’è un documento del Comune di Roma che, senza troppi giri di parole, illustra i motivi (legge e piano regolatore alla mano) per cui non è possibile superare i vincoli che rendono quell’area sulla Tiberina NON EDIFICABILE. Quindi i terreni non idonei per realizzare il progetto portato avanti da Lotito.

“Il progetto relativo alla realizzazione della Cittadella dello Sport della SS Lazio denominata Stadio delle Aquile, prevede il trasferimento nell’area prescelta dell’intera Polisportiva Lazio: e quindi, oltre al nuovo stadio, ai ristoranti, alle residenze/villette, agli alberghi, il progetto prevede la costruzione di campi di calcio e calcetto, campi da rugby, da tennis, hockey su prato, baseball, atletica leggera, etc. Il tutto su un’area estesa circa 600 ettari e sulla quale si chiede di realizzare volumetrie pari a circa 2.000.000 di metri cubi. L’area si trova al Km 9,4 della Via Tiberina: ebbene, è già da ora possibile affermare che il contesto territoriale nel quale si propongono tali trasformazioni è DEL TUTTO INCOMPATIBILE con le previsioni date dal Prg di Roma; è DEL TUTTO INCOMPATIBILE con il Piano Territoriale Paesaggistico Regionale, adottato dalla Giunta Regionale e in attesa della definitiva approvazione da parte del Consiglio Regionale; è INCOMPABILE con il Piano Territoriale di Coordinamento recentemente approvato dal Consiglio Provinciale di Roma e, infine, è INCOMPATIBILE con il vincolo statale ai sensi della Legge 431/1985, quale area di esondazione del Fiume Tevere”.

Per più di 14 anni, le varie amministrazioni hanno invitato il presidente della Lazio a presentare un progetto dettagliato con relativa cubatura, divisa tra impianti sportivi, commerciale e residenziale, ma di nero su bianco non è stato messo NULLA. All’inizio, la scusa è stata quella di aspettare quella Legge sugli Stadi che Lotito aveva provato a scriversi su misura, ma che poi è stata bocciata e riscritta con dei vincoli che gli impediscono di utilizzare i terreni sulla Tiberina di proprietà della famiglia Mezzaroma; poi, la nuova scusa è stata “vediamo cosa fanno con il progetto della Roma”. Insomma, da giugno 2005 a oggi la Lazio è rimasta ferma, mentre gli altri sono andati avanti. La Juventus, partita nello stesso periodo con il progetto del nuovo stadio, gioca già da anni in un impianto moderno che le ha consentito (grazie alle nuove entrate utilizzate per rinforzare sempre di più la squadra) di quadruplicare quasi il fatturato. Gli americani della Roma, partiti 7 anni più tardi, hanno avuto il via libera. E noi stiamo qui, ad aspettare, anzi, a riproporre un plastico impolverato di 14 anni e mezzo fa e uno struttura da realizzare su terreni soggetti, documenti alla mano, a qualsiasi tipo di vincolo.

In tutti questi anni, Lotito non si è mosso di un millimetro da quei terreni sulla Tiberina. Ma perché tutta questa insistenza? Perché si è detto di NO a tutte le proposte alternative arrivate in questi anni, dallo Stadio Flaminio ai terreni offerti dal sindaco Canapini a fianco dell’autostrada Roma-Fiumicino, fino ad arrivare al NO recente alla proposta della Raggi? Il motivo è molto semplice e lo spiego raccontando la storia di quei terreni e della società che li controlla.

Cristina e Marco Mezzaroma, moglie e cognato del presidente della Lazio (nonché socio di Lotito nella Salernitana), sono i proprietari dei 493 ettari di terreno al chilometro 6,2 della via Tiberina a nord di Roma, dove nei sogni del presidente della Lazio dovrebbe sorgere un impianto polifunzionale dal costo di 800 milioni di euro (nel 2005, ricordate, erano 500 i milioni di euro…) e con cubature altrettanto colossali. Perché oltre ad uno stadio da 55-60.000 posti e alla cittadella sportiva, intorno (e con la scusa dello stadio…) dovrebbe nascere un vero e proprio quartiere, con centro commerciale, cinema, ristoranti e qualcosa come 12.000 unità abitative. Tutto questo, in una zona considerata a rischio idrogeologico (e per questo soggetta a vincoli) e di valore storico. La tenuta, infatti, ha una storia che risale al XVI secolo, ad un’azienda agricola fondata dalla famiglia Altieri Pasolini e fu poi utilizzata come residenza estiva da papa Clemente X alla fine del Seicento.

L’area, non distante dal centro sportivo di Formello dove si allena la Lazio, è in portafoglio alla Agricola Alpa. La società è controllata al 99% dalla Micromarket 2000, una subholding immobiliare di proprietà di Cristina e Marco Mezzaroma, i due figli del costruttore Gianni Mezzaroma, fratello di Pietro, che per breve tempo azionista della Roma di Franco Sensi e che è il padre di Massimo, l’ex presidente del Siena. A luglio del 2009, Micromarket 2000 compra la quasi totalità delle quote rilevando per 2 milioni di euro il pacchetto di minoranza del principe Francesco di Napoli Rampolla, duca di Buonfornello. Attualmente la società  Agricola Alpa  ha una produzione agricola stimata in circa 300 mila euro all’anno. Prima del progetto-stadio varato dal presidente della Lazio, i Mezzaroma puntavano a uno sviluppo immobiliare dell’area basato sulla costruzione di villini e di una struttura agrituristica. Il progetto dello Stadio delle Aquile, però, aumenterebbe in modo considerevole le potenzialità patrimoniali di una società che, in ogni caso, già nel 2009 è stata rivalutata in modo molto consistente. Grazie al decreto anticrisi del governo (legge 2 del 2009) e sulla base di una perizia tecnica, la proprietà di Cristina e Marco Mezzaroma è passata da un valore al costo storico di 1,4 milioni di euro a un valore patrimoniale di 21,4 milioni di euro. E questo solo grazie all’ipotesi dello Stadio delle Aquile con annessi e connessi. Ma se sparisce lo stadio, va in fumo anche quel valore patrimoniale dell’area.

Lo stadio, quindi, è solo uno specchietto per le allodole. Che il presidente della Lazio possa trarre vantaggio dalla costruzione di uno stadio, è LEGITTIMO, perché nessuno a questo mondo fa niente per niente e anche Parnasi, per quanto tifosissimo della Roma, non si è presentato sulla scena come un buon samaritano. Il problema nasce se l’interesse personale va a discapito dell’interesse della Lazio, al grido di “O Tiberina o morte”.

Tutti vogliamo un nuovo stadio, tutti vogliamo una nuova casa per la Lazio, ma è troppo chiedere che venga costruito rispettando le leggi, evitando di edificare in zone a rischio alluvione, come succede troppo spesso in Italia? Oppure è troppo chiedere che venga costruito solo lo stadio, senza quartiere residenziale annesso, ma con centro commerciale e un albergo? Ovvero più di quello che c’è intorno allo Juventus Stadium, oppure a tutti gli stadi inglesi, spagnoli e tedeschi: sia quelli di vecchia che quelli di nuova costruzione. Perché per far fare un salto di qualità ad una società a livello di entrate, basta e avanza un nuovo stadio, magari con la copertura completa, in modo da poterlo utilizzare tutto l’anno anche per concerti al chiuso con una capienza di oltre 40.000 posti. Stadi che esistono negli Stati Uniti, ad esempio, dove si gioca con  qualsiasi condizione climatica e dove gli stadi diventano la sede, oltre che di eventi sportivi, anche di eventi musicali o addirittura di Convention dei Democratici e dei Repubblicani in occasione delle elezioni presidenziali. Perché tutto fa business e tutto può portare soldi. A patto, però, di scegliere terreni edificabili e non di voler forzare la mano con la scusa dello stadio per trasformare dei terreni soggetti a qualsiasi tipo di vincolo in edificabili, come si prova a fare da anni con quelli della Tiberina.

Dopo 5345 giorni di chiacchiere, invece di riproporre il “progetto-Tiberina”, il presidente della Lazio dovrebbe spiegare perché non esiste un progetto protocollato al Comune di Roma. Perché se si ha un progetto, lo si tira fuori e si chiedono i permessi, visto che la Legge sugli Stadi ora offre la possibilità di farlo e tempi certi per la risposta. Invece, nulla. Il NULLA assoluto nel silenzio più assoluto! Se quel progetto non è realizzabile, a causa dei troppi vincoli che gravavano su quei terreni e il bene della Lazio è la cosa primaria, si può cambiare area, si può scegliere una zona edificabile. Invece no. Noi siamo rimasti colpevolmente fermi al 20 giugno 2005: 175 mesi e 5345 giorni di chiacchiere sono tanti, troppi. Anche per una città complicata come Roma… E qualcuno dovrebbe finalmente chiedere conto al presidente della Lazio del perché di questo silenzio e di questo immobilismo.

Perché questa è la realtà. Il resto, sono solo chiacchiere che rischiano di far aggiungere altri anni ai quasi 3 lustri passati da quella quell’annuncio del 20 giugno 2005 e dalla presentazione di quel plastico dello Stadio delle Aquile oramai impolverato e superato.




Accadde oggi 30.03

1930 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Triestina 0-0
1941 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 1-1
1947 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Livorno 3-0
1952 Torino, stadio Filadelfia (detto Stadio Torino) - Torino-Lazio 1-1
1958 Firenze, stadio Comunale - Fiorentina-Lazio 2-0
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Mantova 1-1
1972 Nasce a Jindichuv-Hadec (Repubblica Ceca) Karel Poborsky
1976 Nasce a Siena Bernardo Corradi
1980 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Catanzaro 2-0
1983 Amichevole - Roma, stadio Flaminio, Lazio-Italia Under 21 1-1
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 1-1
2002 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 1-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/01/2020
 

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