13 Gennaio 2020

Stefan Radu, il "soldato" di Inzaghi...
di Stefano Greco

Ci sono immagini che non hanno bisogno di didascalie o di sottotitoli perché parlano da sole per quanto sono belle e significative. È il caso della foto che ho scelto per questo articolo, ovvero dell’immagine di Stefan Radu che al fischio finale di Lazio-Napoli si inginocchia a centrocampo ed esulta quasi piangendo di gioia con le mani giunte in un gesto di preghiera quasi in estasi mistica. Ho scelto questa foto perché Stefan Radu è un simbolo di questa Lazio ma anche di questa stagione. Uno che a luglio era stato messo alla porta, come si fa con gli indesiderati, ma che nei sei mesi successivi si è ripreso la Lazio dimostrando di essere uno degli “indispensabili”, ovvero uno di quei soldati a cui Simone Inzaghi non rinuncia MAI.

Stefan Radu è l’immagine di questa squadra, il simbolo della crescita della Lazio di questi ultimi tre lustri, perché tra le decine e decine di giocatori che hanno varcato dal 2008 a oggi le porte di Formello lui è stato l’unico a resistere a qualsiasi bufera, a qualsiasi rivoluzione o epurazione. E con 364 presenze è salito al quarto posto della classifica dei giocatori che hanno indossato questa maglia biancoceleste in 120 anni di storia: a 12 presenze da Paolo Negro, 30 da Pino Wilson e 37 da Beppe Favalli, l’unico ad aver indossato per più di 400 volte (si è fermato a 401) la maglia con i colori del cielo…

Vedendo quello che ha fatto Stefan Radu in questo girone d’andata e il flop (almeno fino ad oggi…) di Denis Vavro, il giocatore acquistato per 12 milioni di euro per rinforzare la difesa, il reparto da sempre più debole di questa squadra, viene da chiedersi come avremmo fatto senza di lui e che Lazio sarebbe stata. Ma si capisce anche perché Simone Inzaghi ha fatto di tutto per provare a ricucire il rapporto tra Radu e la società, per ricucire quello strappo che si era creato nella fase finale della passata stagione. Perché Simone al “soldato Radu” non ci può rinunciare, per il semplice motivo che quel ragazzo di Bucarest è una delle anime di questa Lazio. Sì, perché mai come quest’anno questa squadra ha dimostrato di avere più anime che Simone Inzaghi è riuscito a fondere in modo perfetto per creare un'unica grande anima. Qualcuno lo chiama “spogliatoio unito”, qualcuno “spirito di gruppo” o “giocattolo perfetto”, io la chiamo semplicemente SQUADRA. Una parola usata e abusata, ma che scritta rigorosamente tutta in maiuscolo assume un aspetto diverso e fa tutta la differenza del mondo in uno sport di gruppo.

La Lazio non ha i campioni della Juventus, la Lazio ha speso un quinto o forse addirittura un decimo di quello che ha speso l’Inter negli ultimi anni per tornare al vertice, ma sta lì a tre passi virtuali dalla vetta e ad un punto dai nerazzurri (dando per acquisita, anche se scontata non è, la vittoria nel recupero con il Verona all’Olimpico) perché ha dimostrato di essere più squadra di tutte le altre, di avere più voglia, di crederci più rispetto ad avversarie collocate da tutti nettamente più avanti nella griglia di partenza d’inizio stagione ma che con il passare delle settimane e delle giornate di campionato sono state superate, quasi doppiate come nel caso del Milan e del Napoli. Perché vincendo contro il Verona potrebbero essere addirittura 20 sul Milan e 21 sul Napoli i punti di vantaggio. Un qualcosa di mai visto nella storia della Lazio, neanche nelle stagioni dei due scudetti. Roba da non crederci, roba da stropicciarsi gli occhi e da sognare ad occhi aperti se non fossimo laziali. Non perché noi laziali non siamo capaci di sognare o di goderci la bellezza del momento, ma solo e semplicemente perché per caratteristiche noi da sempre siamo abituati a stare con i piedi per terra, a volare basso, a non costruire castelli in aria. Perché le poche volte che lo abbiamo fatto, ne abbiamo pagato a caro prezzo le conseguenze. Come in quella stagione 1998-1999 quando, con 7 punti di vantaggio a 7 giornate dal termine sul Milan e con lo scontro diretto archiviato, abbiamo considerato chiusa la pratica e ci siamo cuciti virtualmente sul petto quello scudetto che aspettavamo da un quarto di secolo. Con la Lazio che indossava la stessa maglia indossata sabato sera in occasione della sfida con il Napoli, con la replica fatta dalla Macron di quella storica maglia della Puma.

Ci sono molti motivi per essere ottimisti alla fine di questo girone d’andata, ma altrettanti per essere prudenti. L’ottimismo nasce dal fatto che finalmente la ruota ha iniziato a girare per il verso giusto, dopo anni in cui per un motivo o per l’altro se c’era anche una sola cosa che poteva andare male, andava male, a conferma della validità anche in campo calcistico (e laziale…) della “legge di Murphy”. Ovvero: se qualcosa può andare male, lo farà”, esemplificata dall’esempio della fetta di pane che quando cade a terra finisce inevitabilmente con la parte imburrata o piena di marmellata spiaccicata sul pavimento. È successo lo scorso anno, quando il giocattolo in campionato si è rotto nel momento decisivo, è successo a maggior ragione due stagioni fa quando nel momento decisivo della stagione Inzaghi ha perso Milinkovic, Luis Alberto e Immobile, ed una qualificazione alla Champions League che sembrava scontata quasi quanto la conquista dello scudetto in quell’annata 1998-1999.

Per questo esultiamo ad ogni vittoria, sorridiamo (quasi increduli) leggendo la classifica ma restiamo con i piedi ben saldi in terra, anche perché sappiamo che Inzaghi e la squadra probabilmente non avranno nessun aiuto da parte della società in questo mese in cui in tanti si stanno muovendo sul mercato per riparare gli errori fatti o per migliorare quello che già di buono hanno fatto da agosto a oggi. Noi, no. Basterebbe poco, pochissimo per trasformare questo piccolo sogno in realtà. Lo ha detto anche Inzaghi sabato sera a fine partita quando a domanda su cosa manca alla Lazio per essere da scudetto ha risposto: “Ora poco, pochissimo…”. Forse solo una quarta punta e un laterale sinistro difensivo, considerando che Durmisi è stato ceduto, che Lukaku è un’incognita e che Jony ha caratteristiche completamente diverse a quelle di Lulic, uno che doveva essere un’alternativa di esperienza (un po’ come Radu…) ma che invece è un “insostituibile” nello scacchiere di Inzaghi. Ma questo è, quindi inutile arrabbiarsi o sperare in un guizzo. Godiamoci questa classifica e preghiamo, come Radu nella foto, che tutto fili per il verso giusto fino a maggio…




Accadde oggi 21.01

1912 Roma, - Esperia I-Lazio II 4-3
1923 Roma, campo Rondinella - Lazio-Alba: sospesa per impraticabilità campo
1934 Roma, stadio del P.N.F. – Lazio-Milano 4-0
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Modena 1-1
1951 Milano, stadio di San Siro - Inter-Lazio 0-0
1962 Nasce a Vittorio Veneto (TV) Gabriele Pin, centrocampista
1979 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 2-0
1990 Roma, stadio Flaminio – Lazio-Fiorentina 1-1
1996 Piacenza, stadio Galleana - Piacenza-Lazio 2-1
1998 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 1-2
2003 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 0-0
2006 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cagliari 1-1
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 0-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/01/2020
 

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