12 Gennaio 2020

AUDENTIS FORTUNA IUVAT...
di Stefano Greco

“Enea, con i suoi alleati etruschi, naviga in direzione del Tevere per portare aiuto ai suoi. All’alba, la flotta arriva in vista del campo troiano, accolta da grida di gioia. Le armi divine lampeggiano, ma Turno, Re dei Rutuli, impavido, esorta i suoi a difendere la loro patria al grido di AUDENTIS FORTUNA IUVAT: LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI”.

AUDENTIS c'è scritto nel testo originale, anche se oggi si usa AUDENTES al posto di quel termine considerato "arcaico". Così, Virgilio, descrive nell’Eneide la guerra tra i troiani e i Rutuli, uno dei passaggi fondamentali che hanno portato alla nascita del LATIUM VETUS, quella regione in cui un secolo dopo nacque Roma. Già, perché il Lazio è nato prima di Roma, un po’ come è avvenuto più di duemila anni dopo in campo calcistico.

Ho deciso di aprire con questa frase che abbiamo sentito e ripetuto centinaia di volte, perché in queste dieci vittorie consecutive della Lazio c’è un po’ di tutto e, anche, la fortuna. È giusto dirlo e non c’è nulla di male nell’ammetterlo, perché come diceva Virgilio, uno la fortuna se la deve andare a cercare e deve sempre fare qualcosa per ottenere un piccolo aiuto da parte della Dea Bendata, perché una volta ti può piovere dal cielo un aiuto divino, ma quando le cose filano per il verso giusto per 10 partite consecutive (nelle quali sfati un tabù dietro l’altro), il tutto non può essere liquidato come prova a fare qualcuno come un filotto fortunato.

C’è tanto lavoro dietro queste dieci vittorie, soprattutto c’è la mano di Simone Inzaghi e del suo staff e la presa di coscienza di un gruppo che quando si è trovato con le spalle al muro ha capito, le parole finali di Al Pacino in quel memorabile discorso negli spogliatoi alla sua squadra prima di una partita decisiva: “Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui”. Già, a parole sembra facile, ma alla fine del primo tempo della sfida con l’Atalanta questa Lazio si è ritrovata veramente con le spalle al muro oppure a camminare sul ciglio di un burrone, con Inzaghi addirittura ad un passo dall’esonero e tanti che invocavano l’arrivo di Rino Gattuso, imputando al tecnico errori di formazione, di modulo, di cambi e, soprattutto, poco polso e poco carattere. In 85 giorni si è ribaltato il mondo e oggi la Lazio si ritrova potenzialmente ad un punto dalla vetta (siamo a -4 dall’Inter ma dobbiamo recuperare la partita con il Verona all’Olimpico), a pari punti con la Juventus (con la possibilità di guardare in serenità la sfida tra i bianconeri e la Roma, perché comunque vada a finire per noi sarà un successo…) e soprattutto a + 7 reale e +10 potenziale sulla quinta in classifica. Con il Napoli spedito a -18 e oramai completamente eliminato dalla corsa per quei quattro posti che garantiscono la partecipazione alla Champions League.

Sì, parlo solo di Champions League e non di altro, perché quello deve essere l’obiettivo e Simone Inzaghi fa benissimo a non pronunciare quella parola che tutti gli vorrebbero strappare e a ricordare che in altre occasioni la Lazio a metà stagione è stata tra le prime tre in classifica, ma poi a fine stagione non ha mai conquistato il pass per entrare nell’Europa che conta veramente.

Anche se la rosa è ristretta e la coperta anche ieri (come a Brescia una settimana fa) ha dimostrato di essere corta non appena mancano uno/due giocatori, questa è una Lazio diversa da quella degli ultimi anni. È una squadra che ha fatto un piccolo salto a livello di mentalità, che non si abbatte appena prende uno schiaffo, che crede sempre e fino in fondo in quello che fa, un gruppo che sa anche aspettare con pazienza che il destino gli serva su un vassoio d’argento una chance per colpire o un errore dell’avversario per conquistare tre punti in una partita in cui il pareggio sarebbe stato il risultato più giusto. Ma le grandi squadre vincono anche così. Lo fa da sempre la Juventus, lo faceva il Milan di Capello (quello che chiuse imbattuto la stagione) che soffriva tutte le domeniche ma che alla fine vinceva sempre, magari per 1-0 sfruttando l’unica occasione che gli concedevano gli avversari. Ma per farlo bisogna trovarsi al posto giusto al momento giusto o, come ha fatto ieri Immobile, crederci fino in fondo al punto da andare a pressare un portiere bravo con i piedi come Ospina contendendogli anche un pallone all’apparenza impossibile da conquistare. All’apparenza, perché la vita ci ha insegnato che non c’è nulla di scontato ma neanche nulla di realmente impossibile se ci credi, se lotti sempre e comunque.

Questa è la Lazio di Simone Inzaghi, questa è la squadra che sta cancellando tutti i record e, forse, riscrivendo anche la storia. Fino a che punto, forse lo sapremo solo il 24 maggio, alla fine della partita giocata in quello Stadio in cui 47 anni fa andò in frantumi il sogno scudetto della Lazio di Tommaso Maestrelli. O, forse, nel giorno in cui nacque veramente la squadra in grado di conquistare il primo scudetto sul campo (perché tra poco potrebbe arrivare a tavolino anche quello del 1915…) della storia biancoceleste.

Ho sempre difeso Simone Inzaghi, pur non essendo un suo estimatore della prima ora, perché credo nella Lazialità. La considero un valore aggiunto, come quel senso di appartenenza che percepisce chiunque varchi i cancelli di Anfield Road indossando la maglia del Liverpool. Per anni abbiamo chiesto e sperato di avere un laziale alla guida della Lazio, uno che sappia cos’è la Lazialità. E oggi ce l’abbiamo. Non è perfetto, sbaglia come tutti, ma abbiamo la certezza che quegli errori siano fatti sempre in buonafede e con l’obiettivo di fare il bene della Lazio. Perché se Simone sta qui da più di 20 anni e se l’estate scorsa ha scelto di restare, non è stato per quei 500.000 euro in più che gli ha garantito la Lazio (perché altrove avrebbe potuto guadagnare almeno il doppio di quello che prende oggi…), ma perché la Lazio fa parte della sua vita, come se fosse nato e cresciuto con quei colori addosso: come Bruno Giordano o Vincenzo D’Amico che, per me, è e resta la bandiera delle bandiere.

Ora, caro Simone, viene la parte più dura. Non siamo più una sorpresa, non possiamo pensare di vincerle tutte fino alla fine e il calendario diventa fitto di impegni da onorare. Perché come ha detto giustamente ieri Inzaghi a fine partita, anche la sfida di martedì con la Cremonese è importante, perché tutti noi sappiamo quanto sia stato importante per la crescita di questa squadra giocare due finali di Coppa Italia in due anni con in mezzo una semifinale persa ai rigori ad oltranza. Oltre ad aggiungere 3 trofei in bacheca, la Coppa Italia e le finali di Supercoppa hanno dato a questa squadra la consapevolezza di essere forte e di potersela giocare sempre e contro chiunque. Anche di perdere contro chiunque (sconfitta con la SPAL docet…), ma di non avere limiti. Quando gioca come sa e quando la coperta non è troppo corta. Perché, anche se qualcuno non ci sente, quello potrebbe essere veramente l’unico handicap, l’unico limite di questa Lazio che lotta e getta sempre il cuore oltre l’ostacolo…




Accadde oggi 22.01

1928 Brescia, - Brescia-Lazio 4-3
1933 Padova, stadio Silvio Appiani - Padova-Lazio 1-1
1939 Nasce a Crevalcore (BO) Luigi Simoni
1950 Torino, Stadio Comunale - Juventus-Lazio 1-2
1956 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 2-2
1978 Bologna, stadio Comunale – Bologna-Lazio 2-1
1984 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Inter-Lazio 1-1
1989 Milano, stadio Giuseppe Meazza – Inter-Lazio 1-0
1995 Brescia, stadio Mario Rigamonti - Brescia-Lazio 0-1
2000 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 0-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 3-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 10/01/2020
 

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