30 Novembre 2019

Gli occhi di Sinisa...
di Stefano Greco

I miei maestri di giornalismo mi hanno insegnato a guardare sempre gli occhi della persona che sto intervistando, perché ci sono casi in cui gli occhi parlano più di una bocca che, specie nel caso dei protagonisti del mondo del calcio, pronuncia parole scontate, sempre uguali e per questo banali. Per questo motivo, ieri quando ho visto la conferenza stampa di Mihajlovic, mi sono soffermato sugli occhi di Sinisa. Occhi che parlavano di dolore fisico e di stanchezza per una battaglia lunga ed estenuante, ma anche di fierezza, di speranza e di voglia di costruire un domani e anche, possibilmente, un metaforico dopodomani. Sì, perché chi si ammala come Sinisa, inizia a contare i giorni, a dare peso ad ogni singola giornata. Perché ogni X che si riesce a mettere sul calendario è una battaglia vinta, un giorno in più strappato al destino e vissuto al fianco di chi ti vuole bene.

Sinisa Mihajlovic, come ha detto ieri lui stesso, non è un eroe. Gli eroi sono altri, sono quelli che pur non avendo nulla riescono a vincere battaglie impossibili. Sono quelle migliaia di malati costretti a sottoporsi a file estenuanti nei centri oncologici per sottoporsi alla chemioterapia, a quei “fantasmi” che si aggirano negli ospedali italiani, invisibili per chi non ha un briciolo di sensibilità, oppure semplici numeri per statistiche per chi ne vede passare migliaia ogni anno di malati, in molti casi senza speranza. Chi ci è passato, chi ha vissuto questo calvario in prima persona o accompagnando una moglie, un marito o un parente sa di che cosa parlo. Chi lo ha vissuto portando un figlio o una figlia, ancora di più. Sinisa, invece, da questo punto di vista ha avuto la strada spianata da quel cognome che spalanca tante porte e da un conto in banca che gli ha consentito di avere il meglio del meglio, quel trapianto di midollo che probabilmente gli ha salvato la vita e che altri devono aspettare mesi o anni per avere. O che in alcuni casi non arriva mai o troppo tardi. Sia ben chiaro, questo non sminuisce quello che ha fatto Mihajlovic ma, come ha giustamente fatto notare ieri Sinisa, ridà il giusto significato al termine EROE… “Non sono un eroe, sono un uomo, con le sue fragilità. Ma non mollo e voglio vincere anche questa battaglia”.

Già, la fragilità. Chi si ammala diventa all’improvviso fragile, quasi un bicchiere di cristallo. E succede anche a chi come Sinisa è sempre stato una sorta di leone, in campo prima e in panchina poi. Uno che da sempre incuteva timore, sia agli avversari che ai compagni di squadra e poi ai giocatori che allenava. Con quegli occhi ti fulminava con lo sguardo e tu tremavi, perché sapevi che se esplodeva era finita. Ora, quegli occhi non brillano più come una volta, non incutono timore ma fanno tenerezza a guardarli e a leggerci dentro: ma Sinisa non ha perso il suo carisma, anzi, la sua leadership è addirittura aumentata se possibile, come la sua mania nella ricerca della perfezione o nel pretendere dagli altri il 110%. Vale per Miroslav Tanjga, il suo vice che considera un fratello, come vale per tutti gli altri componenti dello staff e i giocatori. Ieri, quando tutta la squadra si è presentata a sorpresa nella sala dell’Ospedale Sant’Orsola in cui stava per andare in scena la conferenza stampa, Sinisa li ha guardati, si è commosso, ma gli ha lanciato subito una frecciata delle sue: “Voi che ci fate qui? Ma non dovevate essere in campo ad allenarvi? Ogni scusa è buona per non farlo...”.

Perché questo è il Sinisa di sempre, il leone stanco ma sempre deciso a lottare a tirare fuori gli artigli per spingere gli altri a dare il massimo, senza cercare scuse. “Non volevo che la mia malattia diventasse una scusa per il Bologna. Mi sarei aspettato di più da loro, sul campo. Ho lottato ogni giorno e fatto cose che nessun altro avrebbe fatto, sono stato presente con 40 di febbre. Sempre. Tutti i giorni ho fatto sacrifici per arrivare. Nonostante tutto sono incazzato nero per i risultati, l'atteggiamento, il gioco, da adesso in poi devono dare il 200%. Alcune volte in cui gli infermieri non entravano nella stanza perché ero troppo nervoso. Dobbiamo iniziare a fare punti e riprendere la corsa. Quando sono uscito mia moglie ha postato una foto con una frase di Eros Ramazzotti, più bella cosa non c'è. E' una cosa verissima. Oggi voglio usare un'altra frase, quella di Vasco Rossi. "Io sono ancora qua"… E sarò qua ancora per molto. Quindi, tutti devono mettersi in testa di dare il massimo”.

Ieri gli occhi di Sinisa hanno brillato molte volte. Si è commosso quando ha parlato della moglie (“L'unica persona che forse ha più palle di me, la amo”…), ma anche e soprattutto delle persone che ha incontrato sulla sua strada in questi mesi: i medici, il personale dell’Ospedale Sant’Orsola, ma anche le persone che da fuori lo hanno sostenuto in questi mesi inviandogli messaggi o dedicandogli striscioni o cori in tutti gli stadi in cui ha giocato il Bologna.

“Ringrazio chi ha fatto striscioni, pellegrinaggi, lettere. E' stato bellissimo, voglio ringraziare tutti. Mi sono sentito protetto, soprattutto dai tifosi del Bologna, mi hanno trattato come un figlio”.

Nelle ultime settimane, si è parlato tanto (per fortuna…) dell’Ospedale Bambino Gesù, perché grazie a quella visita della Nazionale italiana di calcio in quella struttura arrampicata sul colle Gianicolo di Roma, si sono accesi i riflettori sia su questa struttura che sui tanti bambini malati di tumore o di leucemia. E proprio dei bambini ieri Sinisa ha voluto parlare. E in quel momento, su quegli occhi è comparsa una luce diversa.

“Alcuni piccoli malati mi hanno mandato i loro disegni, qualcuno anche un videomessaggio a cui ho risposto. Mi hanno dato forza”.

La strada della guarigione è lunga, a volte troppo lunga per chi come Sinisa ha poca pazienza. Lunga, piena di ostacoli da superare. Ostacoli sconosciuti come le terapie, quella chemio che ti consuma dentro (ha perso 22 chili…) e che toglie sapore a tutto, anche alle cose che mangi e che prima adoravi.

“Non sento più i sapori di una volta. Anzi, non sento proprio più i sapori, perché se mangio una bistecca o un pezzo di cartone è uguale. Questa malattia non si può vincere solo col coraggio ma con le cure, le medicine. Devo prendere 19 pillole al giorno. Alcune sono così grosse che sembrano supposte e mettono paura. Non c'è da vergognarsi, l'unica cosa che i pazienti non devono perdere è la voglia di vivere. Serve pazienza per combattere questa malattia, perché è bastarda. Passare quattro mesi in una stanza senza prendere una boccata d'aria non è stato facile. Quando sono andato in campo a Verona ero in uno stato umano non presentabile. Sembravo un morto che camminava, ero 72 chili. Mi girava la testa, ma l’ho dovuto fare per dimostrare che amavo il mio lavoro e per la gente che mi ha voluto bene. Dopo i due giorni di allenamento di questa settimana ero stanco, ma sarò presente ogni volta che potrò. Ho ancora paura, ma mi fa rigare dritto, non mi fa esagerare. Ho capito che devo rispettare la malattia e avere pazienza. Anche se più tempo passa e più riprendo le forze. Spero di uscirne come un uomo migliore, nella mia vita precedente la pazienza non era il mio forte. Ora è una dote che devo avere e, al contrario di prima, mi godo ogni minuto”.

Ecco, questa è l’unica eredità positiva che ti lascia questa malattia. Se hai la fortuna di riuscire ad uscire dal tunnel, una volta che sei dall’altra parte vedi tutto in modo diverso, dai il giusto peso alle cose, non ti arrabbi più per le stupidaggini che prima ti mandavano fuori di testa, apprezzi anche una giornata di sole, un’alta o un tramonto perché sono il segno che hai “guadagnato un altro giorno”, che lo hai vissuto vicino alle persone più importanti della tua vita: genitori, fratelli, amici, ma soprattutto figli e compagni o compagne di vita. Anche questo c’era ieri negli occhi di Sinisa, quella luce diversa che ha solo chi è uscito o che sta tentando di uscire dal tunnel. Occhi nuovi, occhi di chi vuole disperatamente vivere.

Buona vita Sinisa. E che sia la più lunga e felice possibile…




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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