26 Novembre 2019

Billy Bilotta e gli Ultras anni Settanta..
di Stefano Greco

Quando a maggio del 2011, insieme ad altri amici, ho creato Millenovecento, l’ho fatto perché mancava un giornale laziale di controinformazione ma, anche e soprattutto, per raccontare storie. Oggi, quindi, su Millenovecento non parlo della Lazio di oggi, del terzo posto, dei gol di Immobile o delle giocate di Luis Alberto o di Correa, ma di un vecchio amico che non c’è più. Il suo nome è Francesco Bilotta, ma per noi amici era solo e semplicemente Billy.

Ieri, su Facebook, la figlia di Billy, Camilla, mi ha taggato su un post dedicato a Francesco per ringraziarmi per aver dedicato a suo padre un capitolo di FACCETTA BIANCOCELSTE. E come d’incanto, sono salito sulla macchina del tempo e sono tornato indietro di 40 anni, a quei magnifici anni settanta in cui sono iniziate tante cose, tra cui il tifo Ultras negli stadi. E Francesco Bilotta è stato uno dei primi Ultras d’Italia, ma a modo suo. Perché lui faceva tutto a modo suo, mettendo la sua firma speciale in calce a qualsiasi cosa.

Camilla in quel post ha scritto: “Non è importante quanto vivi, ma come vivi”. È vero, verissimo, così come è vero che: “Chi vive nel cuore di chi resta, non muore mai”… Per questo Billy, come tanti altri, è entrato nel ristretto circolo degli immortali. E per questo motivo oggi ho deciso di parlare di lui, di raccontare a chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo chi era Francesco Bilotta e, anche, in che mondo siamo cresciuti noi ragazzi degli anni sessanta, soprattutto quanta goliardia c’era nel mondo Ultras di una volta.

È sempre difficile prendere una penna o mettersi davanti ad una tastiera a scrivere qualcosa per ricordare un amico che non c’è più. E per me lo è ancora di più, perché Billy per me è stato un punto di riferimento fin da quando ho messo piede per la prima volta in Curva Sud. Francesco Paolo Bilotta, che per tutti noi era solo ed esclusivamente Billy, è stato per me quel fratello maggiore che ho sempre sognato di avere e che il destino mi ha portato via un anno prima della mia nascita. Francesco Billy Bilotta se lo è portato via un brutto male il 14 maggio del 2008, ironia della sorte proprio nel giorno dell’anniversario dell’ultimo scudetto. È difficile per me raccontare a chi non l’ha conosciuto chi era Francesco Bilotta. Era un ultras d’altri tempi, uno dei tanti ragazzi di buona famiglia che in quei maledetti e al tempo stesso straordinari anni Settanta aveva deciso di vivere la Lazio a 360° e con quel sorriso sempre stampato sul volto, con quella sua allegria contagiosa, con quel suo voler sdrammatizzare qualsiasi momento, è stato un personaggio indimenticabile. Insieme a gente come Marco Saraz, Marco Gazzarrini, i fratelli Catena e tanti altri, ha portato a Roma la figura dell’ultras moderno e ha contribuito all’unione dei vari gruppi di curva che poi ha portato alla nascita degli Eagles’ supporters.

Potrei raccontare mille aneddoti legati a tante trasferte e ciascuno di quei viaggi potrebbe diventare un film. Perché chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo nella vita di tutti i giorni o allo stadio, sa che già solo raccontando quelle domeniche si potrebbe riempire un libro intero. E chi è salito almeno una volta su quella sua mitica Renault 5 in quegli anni, sa di cosa parlo. Specie quando si fermava dal benzinaio senza sapere quanti soldi aveva in tasca, li contava e poi gli diceva: “Per favore, mi fa 475 lire precise di super?”. Un po’ come chiedere oggi ad un benzinaio: “Mi fa per favore un euro e 47 centesimo di benzina?”.

Billy era la goliardia fatta persona, uno che aveva deciso di prendere la vita di petto e con il sorriso sulle labbra. Non conosceva il significato di parole come odio o invidia, che rovinano i rapporti e la vita. Lui è stato fino alla fine un eterno ragazzo, una sorta di Peter Pan dall’animo candido e gentile che si rifiutava di crescere e di indossare i panni dell’adulto. Sembrava uno dei protagonisti di Amici miei, uno di quelli che non riesce ad accettare l’idea che la vita sia un qualcosa in più di un semplice gioco, oppure di una delle tante goliardate che hanno reso immortali i personaggi descritti da Mario Monicelli. Per Billy, ogni occasione era buona per fare qualche scherzo, al punto che il giorno del suo funerale a Ponte Milvio, il nostro comune amico Fabrizio Lucherini, guardando l’orologio e non vedendo arrivare il feretro mi ha detto: “Ma arriverà puntuale almeno oggi? O ci farà uno dei suoi soliti scherzi e rimanderà tutto perché non ha voglia di venire?”. Questa è l’eredità che ci ha lasciato Francesco Bilotta: la capacità di sdrammatizzare, di scherzare anche il giorno di un funerale, come per esorcizzare la morte.

Billy l’ho conosciuto a 13 anni, allo stadio, nel 1975. Lui stava sul muretto degli ultras, in alto verso la Monte Mario, con il cappellino blu di lana in testa, gli occhiali scuri e il trench chiaro, vestito forse troppo “elegante” per andare allo stadio ma, come diceva sempre lui: “Noi ultras della Lazio ci dobbiamo distinguere dalla massa, sempre, a partire dall’abbigliamento”. E per questo suo modo di fare o di essere, passava per snob agli occhi di qualcuno: ma, in realtà, Billy non era uno che andava controcorrente, ma solo uno che anticipava i tempi. Perché, anni dopo, proprio l’abbigliamento è diventato uno dei segni di distinzione tra gli ultras della Lazio e quelli delle altre squadre. Ricordo i discorsi sul tifo all’inglese, le discussioni infinite sui cori da stadio che dovevano essere diversi, originali. A volte se li sognava la notte, si svegliava e li scriveva su un foglio. Poi ti chiamava a casa la domenica mattina poco dopo l’alba chiedendoti ridendo: “Che dormivi per caso?”, perché aveva bisogno di condividerli con qualcuno e te li cantava al telefono.

Francesco, insieme a Giorgio Gatti, che era il suo alter ego serioso e tormentato, mi insegnato ad amare il buono della sconfitta e ad andare oltre il risultato. Come quando una volta, al ritorno da una trasferta in pullman, mentre mi lamentavo per la sconfitta mi ha guardato e mi ha detto: “Meglio così Stefano, credimi. Oggi eravamo troppi in trasferta. La prossima volta saremo meno, ma quelli buoni”. In quel momento avrei voluto insultarlo, ma poi con il passare del tempo ho imparato ad apprezzare quella sua mentalità che avrebbe fatto la differenza, cambiando il mio modo di fare il tifo e di essere tifoso. Ricordo la sua idea di portare allo stadio i fumogeni arancioni usati per le segnalazioni d’emergenza in mare, quelli con la linguetta a strappo comprati (non sempre comprati…) ai “Magazzini Rossi” a viale Mazzini, che duravano un tempo infinito e che erano talmente densi da colorarti di arancione anche gli abiti se stavi troppo vicino al fumo. Gli contestavamo il fatto che l’arancione non c’entrava nulla con i colori della Lazio e lui ripeteva: “Sì, ma fa colore e lo vedono tutti”. Ricordo la sua idea di portare la goliardia all’interno dello stadio, di usare i tamburi per fare più casino, di portare quelle trombe rosse con la ricarica a bomboletta usate sulle barche. Quelle che quando le usavi troppo a lungo congelavano la bomboletta e anche la mano che la stringeva. Oppure l’idea di usare allo stadio le torce da segnalazione, quelle utilizzate dai ferrovieri per segnalare di notte o con la nebbia la presenza di un pericolo sui binari. Tutte cose che non si erano mai viste prima all’interno di uno stadio, che c’entravano poco con i nostri colori e con il modo di fare tifo prima della nascita degli ultras e poi degli Eagles’ supporters.

Billy mi ripeteva sempre che noi dovevamo stravolgere il copione, perché altrimenti la nostra era una battaglia persa in partenza, visto che stavamo dalla parte sbagliata, quindi dovevamo essere una sorta di inno ai vinti di una minoranza impopolare che stava contro tutto e contro tutti. Spesso e volentieri, addirittura contro i laziali stessi che popolavano gli altri settori dello stadio e che lui insultava regolarmente dal muretto della Curva quando non ci seguivano. Dovevamo fare tutto questo, diceva, perché solo così saremmo stati veramente “gli ultras della squadra maledetta”.

Di aneddoti da stadio ne ho mille vissuti in prima persona e altrettanti raccontati da amici. Come le frasi che lui buttava lì e tu faticavi a capire se stava scherzando o se diceva sul serio. Come una volta a Vicenza, quando dopo una mattina di scontri durissimi prima di entrare allo stadio, con la partita iniziata da appena cinque minuti se ne esce così: “Vabbè, abbiamo vinto gli scontri di questa mattina, quindi ora me ne posso tornare a Roma”. Gli altri scoppiano a ridere perché pensano ad una battuta, invece lui si alza sul serio e mi dice: “Andiamo”. E se non mi sbrigo a seguirlo, finisce che mi lascia a piedi a più di 500 chilometri da Roma.

Con lui tutto è follia. Ma follia vera. Il 26 agosto del 1981, la Lazio gioca in Coppa Italia al Flaminio contro la Reggiana. Io, come al solito, sono arrivato a Roma con il treno da Anzio e a fine partita devo correre alla stazione per non perdere l’ultima corsa utile. Allo stadio ho appuntamento con Francesco e tutti gli altri. C’è ancora grande tensione e tanta rabbia per la promozione in A sfumata alla penultima giornata pochi mesi prima. All’inizio del secondo tempo, con la Lazio sotto di un gol, in campo vola un po’ di tutto e all’improvviso nell’area davanti alla nostra curva cade a terra Volpi, della Reggiana. La partita viene sospesa, Volpi viene sostituito e dopo un po’ l’arbitro decide di riprendere comunque l’incontro, anche se lo 0-2 a tavolino sembra scontato. Come pure la squalifica del campo, che ci costringerà a giocare la prima partita casalinga di campionato della nuova stagione sul neutro di Terni, contro la Spal. Ad un certo punto mi rendo conto che se resto fino alla fine rischio di perdere il treno, quindi saluto tutti e faccio per andare via, ma Francesco mi dice: “Tranquillo, devo andare verso Formia, quindi ti porto io ad Anzio e poi proseguo”. È serio, quindi mi fido. Finita la partita, saliamo sulla sua mitica Renault 5 blu e ci dirigiamo verso l’Eur.  Appena imboccata la Pontina, commetto l’imperdonabile errore di addormentarmi e quando mi sveglio mi ritrovo in provincia di Napoli. “Ma dove mi hai portato Billy, ma che sei impazzito?” gli dico sconcertato e anche un po’ incazzato. E lui, serafico, con quel sorriso che ti stroncava sul nascere qualunque voglia di discutere, mi risponde: “Oh, dormivi così bene che non me la sono sentita di svegliarti. Quindi, visto che dovevo andare a trovare un’amica ho pensato ti facesse piacere accompagnarmi e conoscere sia lei che le sue amiche”… Morale della favola, resto suo prigioniero per due giorni con lui che non ne vuole sapere di riportarmi indietro e che non mi vuole neanche far chiamare casa per avvertire. E non posso andarmene perché sono partito da Anzio solo con i soldi per il biglietto del treno, quelli per il biglietto per lo stadio e per comprare un panino. Quindi sono senza una lira.

Il bello, è che a casa mia Francesco lo considerano uno affidabile, perché è di buona famiglia, sempre gentile, studia Legge ed è figlio di un avvocato. Quindi, se dico che vado con lui i miei mi mandano ovunque. Ma non in trasferta. Perché dopo un Lazio-Genoa prima di campionato, mia madre ha la pessima idea di venirmi a prendere a piazzale Clodio e quando vede il pullman completamente distrutto con gente che esce ferita e insanguinata (per gli scontri con i genoani e per gli effetti delle sassate che hanno infranto quasi tutti i vetri), a momenti sviene e mi vieta di andare in trasferta. Ma il 22 gennaio 1978 si gioca Bologna-Lazio, ed è una di quelle trasferte da non perdere. Per mille motivi. Quindi, vado da Francesco e gli dico: “Ci dobbiamo inventare qualcosa”. E lui, tranquillo, mi risponde come se nulla fosse: “Dille che andiamo al Terminillo a sciare”. Lo guardo come si può guardare un matto ma, alla fine, come sempre mi convince.

Morale della favola, domenica mattina alle 7.30 in punto mi passa a prendere e quando mia madre si affaccia lo vede che la saluta da sotto con una tuta addosso e con gli sci sistemati sul tetto. Io scendo con sci e scarponi in spalla, ma con Moon Boot ai piedi e la tuta già indossata. Ed un paio di scarpe di ricambio nascoste nella borsa dei panini. Vestiti da perfetti sciatori, imbocchiamo l’autostrada e ci dirigiamo a Bologna. Quando ci vedono arrivare allo stadio, scoppiano tutti a ridere, perché sembriamo Totò e Peppino che sbarcano a Milano alla ricerca della malafemmina, vestiti come due esploratori diretti al Polo Nord in una giornata di sole. La Lazio perde 2-1 subendo il gol di De Ponti proprio al 90’, mentre in curva e nelle vie adiacenti già scoppiano i soliti incidenti con annessi scontri. Più cruenti del solito, perché insieme agli ultras del Bologna ci sono anche ragazzi dei centri sociali e autonomi. Io vengo ferito alla testa, colpito da “Bimbo”, uno dei capi degli ultras del Bologna che usa il braccio destro ingessato come un’arma impropria. Vengo portato al pronto soccorso e mi chiudono la ferita con tre punti. Insieme a me, ci sono altri quattro ragazzi feriti. Per tutto il viaggio di ritorno, penso ad una scusa per giustificare in qualche modo quella ferita, ma non mi viene in mente nulla di credibile, finché quando parcheggiamo la macchina sotto casa Francesco non mi dice: “Dammi qualche goccia di sangue”. Preme sulla ferita, prende qualche goccia di sangue e la mette sulla lamina dei suoi sci. Poi, quando mia madre scende, le dice: “Signora, sono mortificato, ho ferito Stefano. Stavo con gli sci sulla spalla, ho fatto un movimento brusco e l’ho colpito in testa. Guardi, c’è ancora il sangue sulle lamine”. Mia madre gli sorride e gli dice: “Tranquillo Francesco, sono cose che succedono. Tanto si fa sempre male, quindi una cicatrice in più o in meno che cosa vuoi che sia”. “Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. Così “il Perozzi” (Philippe Noiret) spiega in Amici miei come nascono durante le zingarate le geniali intuizioni che rendono mitici gli scherzi di quel gruppo di pazzi. Ecco, Billy da questo punto di vista è un genio, uno dotato di una fantasia sconfinata, capace di intuizioni fantastiche ma, soprattutto, di decisione nel raccontare le balle e lo fa con una velocità d’esecuzione fuori dal comune.

Questo e tanto altro ancora era ed è stato Francesco Paolo Bilotta, per gli amici Billy. Un amico, un fratello maggiore di Lazio e di vita che mi ha insegnato il potere del sorriso. E per questo, non finirò mai di ringraziarlo abbastanza. Ed è lo stesso sorriso che ha in questa foto bellissima anni Settanta che ho usato per questo articolo. Per chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo, lui è quello appoggiato alla ringhiera del muretto con la camicia aperta e i suoi immancabili occhiali scuri, immortalato insieme a Goffredo (“Il tassinaro”), Aldo “Lebbra”, Furio, Massimo Grifoni e tanti altri. Eravamo giovani, forse non eravamo belli ma sicuramente spensierati, decisi a prendere la vita di petto e a sfidare, con il sorriso sulle labbra, il destino. Eravamo gli Ultras degli anni Settanta…




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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