15 Novembre 2019

Il derby di Arrigo Dolso
di Stefano Greco

“Per me la vita è sempre stata pallone, musica e donne”. Ecco, basterebbero queste poche parole per spiegare chi era Arrigo Dolso: un funambolo, un artista del rettangolo di gioco tutto genio e sregolatezza, uno che aveva i numeri di Gianni Rivera ma anche le pause che hanno reso celebre Adriano Celentano ma che, purtroppo, sono incompatibili con il mestiere del calciatore. Per questo Arrigo Dolso è ricordato con affetto e rimpianto, per quello che poteva essere e non è stato.

Tanti laziali di vecchia data in questi anni mi hanno chiesto di scrivere un articolo sui Arrigo Dolso, di raccontare ai giovani che in quella Lazio fantastica ma disgraziata della metà degli anni sessanta ha giocato uno dei più grandi talenti del calcio italiano, uno che con i piedi poteva fare qualsiasi cosa, se quel giorno aveva la testa per farlo. Se la notte prima non aveva fatto tardi in qualche locale a ballare o ad ascoltare musica, se non aveva la mente rapita da altri pensieri, se la musa di turno lo ispirava e non gli aveva tolto le energie fisiche e mentali necessarie per stordire gli avversari con le sue finte e i suoi tunnel ubriacanti.

Arrigo Dolso è stato questo e molto altro ancora in quella Lazio di fine anni sessanta, quella in cui erano appena sbarcati Chinaglia e Wilson, quella di Manservisi, quella che sotto la guida di Juan Carlos Lorenzo vinse il campionato di Serie B nella stagione 1968-1969 e che la stagione successiva stupì l’Italia intera battendo tutte le grandi del calcio italiano, umiliando la Fiorentina campione d’Italia, il Milan campione d’Europa, piegando sempre all’Olimpico l’Inter e la Juventus, conquistando a fine stagione per la prima volta nella storia biancoceleste il diritto a giocare in Europa. E, chiaramente, in quella stagione Arrigo Dolso non c’era, perché era stato spedito in esilio per un anno a Monza, con la speranza di riuscire a raddrizzarlo, a togliergli dalla mente le donne e la musica, per convincerlo a frequentare più il campo di allenamento che la pista da ballo dei locali notturni. Un’impresa impossibile se quel giocatore si chiama Arrigo Dolso, ama la vita e mette la gioia di vivere davanti alla gloria e ai soldi.

“Ero innamorato della vita e per me la vita è sempre stata pallone, musica e donne. Non passavo mai il pallone anche se i compagni si arrabbiavano.  Era più forte di me, per me il calcio era finte, dribbling, tunnel. A fine carriera, con la maglia del Grosseto ne ho fatto uno anche a Ruud Krol, appena arrivato in Italia per giocare con il Napoli. Lui era stato due volte vice campione del Mondo, io avevo 35 anni ed ero a fine carriera. Ma è stato uno dei momenti più belli, una soddisfazione immensa, più che vincere un campionato”.

Qualcuno dice che i mancini hanno un qualcosa di speciale, che quel loro essere in qualche modo diversi li porta a sviluppare delle doti che nei destri non si sviluppano. Non a caso, usiamo correntemente il termine “tiro mancino” o “colpo mancino” che sul vocabolario ha questa definizione: azione sleale, insidiosa, fastidiosa, inattesa, compiuta però con astuzia. Furbizia. Grande intelligenza ed un pizzico di follia. E forse non è un caso se Diego Armando Maradona era mancino, se Leo Messi è mancino e se anche Arrigo Dolso faceva parte di quella categoria di giocatori sospesi tra genio e follia. Il suo idolo era Mariolino Corso, fantasista della grande Inter di Moratti padre, quella portata in cima al mondo da Helenio Herrera. Arrigo Dolso, per imitare in tutto e per tutto Corso, giocava anche lui senza parastinchi e con quei calzettoni completamente calati che lo hanno caratterizzato per tutta la carriera, che consentivano ai tifosi di distinguerlo sempre dagli altri da lontano, anche prima che toccasse il pallone con quel magico sinistro. Anche Gigi Riva era mancino, ma Riva era la classica eccezione alla regola: uno tutto quadrato, uno casa e campo di allenamento, quasi un tedesco. E la strada di Arrigo Dolso si è incrociata con quella di “rombo di tuono”, ai tempi del militare. Già, perché in quegli anni i giocatori facevano anche il servizio di leva e giocavano nella Nazionale militare che era una sorta di Under 21, di vetrina per i giovani talenti.

“Ho fatto il militare con Zoff e Riva”, ricordava Arrigo Dolso in un’intervista, “e nelle partite in caserma, Gigi Riva non voleva mai stare in squadra con me. ‘Sei un fenomeno Arrigo, ma non passi il pallone’. Aveva ragione. Io non mi divertivo a giocare se non avevo il pallone tra i piedi, se non potevo dribblare l’avversario, se non riuscivo a disorientare il mio marcatore con una finta. È sempre stato così, fin dall’inizio. Da bambino trascorrevo i pomeriggi nel cortile di casa ad inseguire il pallone. Giocavo scalzo o con le pezze che avvolgevano i piedi. Il mio modello era Mariolino Corso portavo i calzettoni abbassati come lui. Per me il calcio era arte e il gol doveva essere la pennellata finale per rendere il quadro perfetto. E il calce a quel quadro ci doveva essere la mia firma. Come quel gol che segnai l’11 ottobre del 1970 a Castellini al Comunale di Torino. Dribblai due avversari e tirai da trenta metri. Castellini  neppure vide il pallone. Potevo fare grandi cose, ma si vive solo una volta e ho cercato di vivere a modo mio”.

Ironia della sorte, la stagione migliore di Arrigo Dolso ha coinciso con l’annata peggiore della Lazio di quegli anni: il campionato 1970-1971, quello che si è chiuso con la retrocessione e il licenziamento di Juan Carlos Lorenzo che, con l’arrivo di Tommaso Maestrelli sulla panchina biancoceleste, ha segnato l’inizio dell’avventura più bella nella storia della Lazio. In quell’annata disgraziata, Arrigo Dolso ha giocato tutte e 30 le partite, segnando 3 gol. Il primo, il più bello, quello al Torino che ha descritto lui prima. Il più importante, lo ha realizzato proprio il 15 novembre, nel derby. Un gol di testa che poteva addirittura cambiare il corso degli eventi se non fosse arrivata nel finale quella rete contestata del pareggio romanista firmata proprio da Sergio Petrelli, il terzino dello scudetto biancoceleste. Il giorno dopo, a Roma tutti parlavano di Arrigo Dolso e di quel suo gol che avevo visto dal vivo seduto sui gradini di marmo della Tribuna Tevere Numerata, in una domenica piovosa. Il lunedì pomeriggio, passando davanti all’edicola di piazza Melozzo da Forlì, campeggiava l’immagine di Arrigo Dolso che esultava. Quel poster inserito nell’edizione del lunedì di “Momento Sera” l’ho appeso al muro davanti al letto, vicino a quello di Giorgio Chinaglia. Perché Giorgio era il mito, Arrigo quel genio che affascinava per quello che faceva in campo e per quello che si raccontava di lui fuori dal rettangolo di gioco. Sì, perché Arrigo Dolso era una sorta di Gigi Meroni biancoceleste.

“Io amavo stupire, essere diverso dagli altri. Indossavo camicie a fiori d’estate e camicie a coste di velluto d’inverno e i calzoni a campana. E avevo i basettoni, come i Beatles. La sera, poi, non riuscivo a restare a casa. Andavo al Piper. Sono cresciuto insieme a Patty Pravo e Rocky Roberts. E se non era il Piper, andavo in qualche locale vicino Via Veneto. E se non era via Veneto, andavo ai concerti. Mi piacevano i Beatles, i Bee Gees, Mina e Adriano Celentano. Quando arrivavo agli allenamenti dopo una di quelle nottate, vedendo le occhiaie e il passo lento, l’allenatore, Lorenzo mi diceva: ‘stanotte in che complesso hai suonato?’. Era burbero, ma mi adorava. E io sorridevo, poi prendevo la palla e cominciavo a fare i numeri con quel pallone tra i piedi”.

“Con Arrigo me la sbrigo”, recitava un vecchio striscione dell’epoca. Sì, perché Arrigo era quello che poteva tirare fuori il coniglio dal cilindro, uno che con la stessa facilità ti mandava in estasi e ti faceva infuriare, perché lui era tutto o niente, a seconda della giornata. Ma non potevi non amarlo, non potevi non innamorarti di quel funambolo che con la palla tra i piedi poteva fare qualsiasi cosa: un tunnel a un avversario, un dribbling riuscito, un lancio millimetrico per Chinaglia oppure la sua specialità, il passo doppio in corsa. Tanti dribbling, tanti tunnel, tanti lanci e pochi gol. Ne ha segnati 3 in quella stagione 1970-1971, su 6 totali in 80 partite giocate da quando nel 1966 è approdato alla Lazio pagato 95 milioni dopo aver vinto lo scudetto con la formazione ragazzi dell’Udinese. Era una delle grandi promesse del calcio italiano, una promessa non mantenuta. Ma Arrigo non ha mai avuto rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Mai. Fino alla fine, fino all’ultima intervista.

“Quando sono arrivato alla Lazio avevo vent’anni e mi sono ritrovato a vivere in una città come Roma che all’epoca era stupenda, la Capitale della Dolce Vita e di Pasolini. Parliamo della metà degli anni ’60, un periodo davvero irripetibile! Io poi abitavo vicino al famoso locale Piper, quindi, appena c’era la possibilità, andavo sempre lì oppure passavo da via Veneto e vi lascio immaginare quanto mi sia divertito. Oggi sarebbe impossibile. Rispetto ai miei tempi sono cambiate tante cose, troppe. Ad esempio, ai miei tempio quando un ragazzo giovane doveva essere visionato, la prima cosa che chiedevano gli osservatori era: ‘Com’è tecnicamente?’. Adesso, la prima cosa che chiedono è: ‘com’è fisicamente’. L’aspetto agonistico ora viene prima di tutto: allora chi era bravo tecnicamente giocava sempre, ora gli allenamenti sembrano fatti soprattutto per ‘palestrati’. Io ho giocato ad ottimi livelli e avrei potuto fare ancora meglio. Ma non ho né rimpianti né provo invidia per i grandi campioni di oggi come Messi o Cristiano Ronaldo. Stanno sempre con i riflettori puntati addosso, sono sempre al centro dell’attenzione e non hanno mai un momento di pace. Vuoi mettere con la nostra tranquillità? Io non farei mai cambio con loro, preferisco quello che ho fatto nella mia carriera”.

Una carriera da funambolo, da artista, da incompiuto. Ma Arrigo Dolso era fatto così e lo dovevi amare per quello che era. Uno, ad esempio, che nelle prime giornata di primavera, quando a Roma scoppia all’improvviso il caldo, nel secondo tempo giocava sempre sulla fascia di campo sotto la Tribuna Monte Mario. Indipendentemente dal fatto che la Lazio attaccasse verso la Curva Nord o verso la Curva Sud, lui giocava davanti alle panchine, sotto la Tribuna Monte Mario. E quando un giornalista gli ha chiesto il perché di questo suo spostamento su quella fascia, lui ha risposto candidamente: “Perché su quella fascia nel secondo tempo c’è l’ombra. E quando fa caldo, in campo la cosa importante è stare nei pressi della panchina, per trovare un po’ di refrigerio”

Come si fa a non amare uno così? Come si fa a non dire con orgoglio: “Io ho visto giocare Arrigo Dolso con la maglia della Lazio!”, anche se di Dolso si ricordano solo i vecchi malati di calcio e di Lazio? Infatti, non si può…




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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