30 Ottobre 2019

Lazio-Pescara, le origini dell'odio
di Stefano Greco

“Spettatori 50.000 con la presenza sugli spalti di circa 10.000 tifosi del Pescara. Giornata plumbea, terreno in ottime condizioni. Da segnalare violenti scontri prima, durante e dopo la partita fra le due tifoserie con numerosi feriti”. In queste poche righe relegate nelle note di quel Lazio-Pescara del 30 ottobre del 1977 c’è il perché della nascita dell’odio tra due tifoserie che da più di 40 anni trasforma ogni sfida tra queste due squadre in un incontro ad alto rischio. Ma solo chi ha vissuto in Curva quella domenica, sa quello che è successo veramente, come una presa in giro sia diventata in realtà un cerino destinato a scatenare un incendio che, a quanto pare, dopo quattro decenni non è ancora stato domato. E questo è il racconto di quella domenica di follia, una delle tante di quegli anni Settanta segnati da rabbia e violenza, Anni di piombo nelle piazze come negli stadi.

Il 1977 è un anno di rottura, di grandi manifestazioni, di sangue e di morti nelle piazze, ma anche di duri scontri che caratterizzano le domeniche calcistiche. In quell’anno si formano veri e propri gruppi politico-calcistici e la politica entra come un fiume in piena in tutti gli stadi, invadendo ogni curva d’Italia, con i gruppi che si schierano palesemente sull’uno e sull’altro fronte politico. Così, ad antiche rivalità se ne aggiungono altre che nascono per motivi politici e che durano ancora oggi. Quella tra laziali e genoani, ad esempio, quella con i perugini, oppure quella con gli atalantini delle Brigate Nerazzurre che, insieme agli Ultras del Livorno, sono ancora oggi tra i più rossi d’Italia. Ma ci sono odi e rivalità che si trascinano da decenni e che non hanno nulla a che vedere con la politica, come quello tra laziali e pescaresi.

Tutto nasce il 30 ottobre del 1977. Il Pescara è approdato per la prima volta in serie A, ed approfittando del ponte del primo novembre, circa 10.000 pescaresi sbarcano a Roma al seguito della loro squadra. Ci sono i Rangers, ma anche tifosi che non fanno parte di gruppi organizzati e persone che non hanno mai messo piede in uno stadio e che sono venute a Roma a fare una gita con la scusa del calcio e che quindi non conoscono certe dinamiche: intere famiglie, donne, ma anche un gruppo di ragazzi con tamburi, bandiere e striscioni, che ingenuamente chiedono proprio a noi informazioni su dove devono entrare, su qual è il settore in cui si radunano i tifosi del Pescara. Qualcuno, per scherzo, gli dice di fare il viale del Foro Italico che costeggia lo stadio del Tennis e di passare davanti alla Curva Sud, e loro gli danno retta, ma quando arrivano sul piazzale vengono spogliati di tutto: striscioni, bandiere e tamburi, che vengono poi esposti durante la partita come trofei di guerra. Ma non è finita. Verso la fine dell’incontro, dalla Curva Sud parte un raid verso la Curva Nord e sono botte da orbi, a cui fanno seguito a fine partita incidenti in tutta la zona intorno allo stadio Olimpico. Lo scenario è tipico di quegli anni: auto incendiate, pullman distrutti, immagini di vera e propria guerriglia urbana abituali per la Roma di quegli anni di piombo, anni di manifestazioni e di scontri tra fazioni politiche e forze dell’ordine, ma inusuali per chi arriva dalla provincia e certe scene le vede solo in televisione e, comunque, non abbinate al calcio.

E sono scene brutte da vedere, perché coinvolgono anche famiglie, donne e bambini: e mi portano a rischiare in prima persona schierandomi dall’altra parte. Perché anche se sei Ultras, ma lo sei perché credi in certi valori e non solo per avere una scusa per andare a fare casino, davanti a certe scene non puoi restare impassibile e devi ribellarti. Succede, quando due ragazzi aggrediscono davanti a me una signora e suo marito: li derubano di tutto, compresa la pelliccia indossata dalla signora che prova a reagire e viene sbattuta violentemente a terra. Una scena disgustosa per chi crede in certi valori, per chi è disposto anche a scontrarsi con le forze dell’ordine, avversari politici e sportivi, ma che non può accettare di vedere delinquenti comuni travestiti da tifosi che con la scusa del calcio rubano e scippano. Inseguo quello con la pelliccia, riesco in qualche modo a recuperare la refurtiva e mi dirigo verso il Ministero degli Esteri,  nel parcheggio sul piazzale alberato della Farnesina dove sono raggruppati i pullman dei tifosi pescaresi. Ritrovo la signora e le riconsegno la pelliccia, con il marito che vedendo un ragazzo che è riuscito a fare quello che non è stato in grado di fare lui, scoppia a piangere mentre mi abbraccia per ringraziarmi. Molti pullman hanno almeno un vetro distrutto. Lo stesso vale per le macchine, molte delle quali hanno tutte le ruote a terra, squarciate da coltelli. Qualcuno capisce che sono della Lazio e prova ad aggredirmi per scaricare la rabbia e l’odio accumulato in quella domenica assurda. Vengo protetto da altri, che poi mi consigliano di andare via e, mentre mi allontano con il motorino, mi dicono: “E’ meglio che non ci venite a marzo a Pescara”.

Ma siamo giovani, incoscienti e laziali, quindi la mattina del 5 marzo del 1978 decine di pullman con a bordo solo da Ultras, partono da piazzale Clodio alla volta di  Pescara. All’uscita del casello, c’è la Polizia ad attenderci per scortarci verso lo stadio. Piove a dirotto. Ricordo ogni cosa di quella trasferta e se chiudo gli occhi scorrono le immagini del film di quella domenica: sono nitide e le sensazioni che mi provocano sono la stessa di un qualcosa appena vissuto, non di un’avventura di più di 40 anni fa. Sento addosso il ticchettio delle gocce di quella pioggia fitta, vedo il cielo nero e il corso di Pescara pieno di manichini vestiti con la maglietta della Lazio che penzolano come tanti impiccati dai fili della luce che attraversavano da una parte all’altra quel grande viale. Manichini appesi a perdita d’occhio: uno spettacolo agghiacciante, l’antipasto di quello che sta per succedere quel giorno e poi in tutti gli anni a venire in ogni sfida tra Lazio e Pescara. È una domenica di scontri durissimi, di un viaggio di ritorno fatto in pullman quasi senza vetri, con la pioggia e il vento che entrano da tutte le parti.

Il 28 settembre del 1986, se possibile, succede anche di peggio. La ferita estiva del ripescaggio in Serie B della Lazio e del conseguente mesto ma provvisorio ritorno del Pescara in Serie C1 è ancora aperta, così come le dichiarazioni polemiche dei dirigenti abruzzesi e di Giovanni Galeone prima di quella sfida sono benzina gettata sul fuoco. Pochi giorni dopo la sentenza della Caf che trasforma la retrocessione in C della Lazio in una penalizzazione di 9 punti, il Pescara viene nuovamente ripescato in Serie B a causa del fallimento del Palermo, ma a Pescara troviamo lo stesso un clima di guerra e una città in stato d’assedio. Posti di blocco ovunque, mezzi della Polizia che scortano macchine e pullman provenienti da Roma dall’autostrada fino in città, la zona dello stadio militarizzata come una zona di guerra. Ma nonostante tutte le precauzioni, sul piazzale dietro la tribuna coperta i due gruppi si fronteggiano, divisi solo da un piccolo cordone di poliziotti, costretto a fare da spartiacque tra circa 2000 tifosi laziali da una parte e ancora più pescaresi dall’altra. Urla, insulti, minacce, qualche oggetto lanciato ma nulla più, almeno all’inizio. Ma, ad un certo punto, scoppia il finimondo. Due tifosi della Lazio che si sono staccati dal gruppo per entrare in un bar vicino allo stadio vengono aggrediti da decine di tifosi del Pescara, ed immediatamente scatta il raid per portarli in salvo. Uno di questi è “Maciste”, che fedele al suo soprannome riesce a reggere l’urto di quattro-cinque pescaresi che gli si lanciano contro, ma poi viene sopraffatto. Il cordone di polizia viene travolto e il piazzale si trasforma in una vera e propria arena in cui si sfidano ragazzi a volto coperto armati di bastoni, spranghe e mazze da baseball. Spuntano anche, da entrambe le parti, dei coltelli, e solo per un miracolo non succede nulla di grave. Dopo un quarto d’ora di scontri furibondi, ma che sembrano durare ore, arrivano i cellulari della Polizia per disperdere i due gruppi che si fronteggiano e per formare una sorta di muro tra noi e i tifosi del Pescara. Da entrambe le parti si raccolgono i feriti ed i contusi e si entra dentro lo stadio, dove però la tensione è altissima.

Siamo a metà degli anni ottanta, negli stadi italiani non esistono settori riservati ai tifosi ospiti, quindi in curva le tifoserie sono mischiate, i sistemi di sicurezza sono facilmente aggirati e dentro gli stadi entra veramente di tutto. Sotto un temporale che sembra più invernale che di fine estate, per ore e ore si accendono risse ovunque dentro la nostra curva. Il suono delle sirene delle ambulanze copre anche quello dagli altoparlanti dello stadio e si fatica a fare l’appello dei presenti, a controllare chi manca e a ritrovare chi si è perso.

La partita in questo clima di guerra è l’ultima cosa a cui si pensa: quella sul campo finisce 1-1, mentre quella tra tifosi laziali e pescaresi prosegue anche dopo il triplice fischio di Cornieti, ma fuori dallo stadio. Ho ricordi assurdi di quel dopo partita: dalle signore affacciate alle finestra che urlano e lanciano di tutto a ragazzi che possono essere loro figli. Soprattutto una scena non la dimenticherò mai. Dopo 33 anni ho ancora viva l’immagine in mente di una signora che ad un certo punto si sporge dal balcone e lancia una fioriera su una macchina di tifosi laziali parcheggiata sotto la sua finestra: i quattro ragazzi a bordo si salvano solo perché la cappotta regge all’urto e impedisce al vaso di sfondare il tetto e di entrare dentro la vettura. Io sono andato in macchina con un gruppo di amici. Una macchina non targata Roma che quindi si è salvata. Sull’autostrada, nel viaggio di ritorno tutti i pullman che incrociamo hanno i vetri distrutti, con i passeggeri all’interno che cercano di proteggersi dal vento e dalla pioggia usando quelle tendine che solitamente servono per ripararsi dalla luce del sole.

I contrasti tra le due tifoserie diventano, se possibile, ancora più aspri quando, nell’aprile del 1992, il pescarese Maurizio Mazzocchetti, 24 anni e tifoso del Pescara, viene ucciso all’esterno della discoteca “Cocoricò” di Riccione da quattro coetanei romani: forse per gelosia o per una battuta di troppo fatta a una ragazza. Si sparge subito la voce (non confermata) che gli aggressori siano tifosi della Lazio. Per quella vicenda, un ragazzo romano, Fabio Gabriele, viene condannato a 15 anni. Degli altri imputati romani, uno è deceduto e gli altri sono stati condannati da due a cinque anni per rissa. Successive indagini della DIGOS hanno collegato la rissa a motivazioni calcistiche, ma senza nessuna prova certa che ci sia stato il calcio e la rivalità tra laziali e pescaresi alla base di quello scontro. Ma questo basta per trasformare la rivalità in vero e proprio odio calcistico. Che si è riproposto a ottobre del 2012, quando dopo anni Lazio e Pescara si sono ritrovate di fronte in una partita di Serie A. Alla vigilia della partita, qualcuno ha appeso sui muri di Pescara dei manifesti con su scritto: LA CACCIA È APERTA, con sopra i simboli delle due squadre e il fotomontaggio di un cacciatore che spara ad un’aquila. Nonostante i timori della vigilia, tutto fila liscio come l’olio, anche perché il Pescara è ben poca cosa e la Lazio chiude la pratica segnando 3 gol nei primi 45 minuti di gioco. Stesso discorso anche il 5 febbraio del 2017, quando la Lazio vince all’Adriatico con un tennistico 6-2.

Insomma, non esiste più rivalità sportiva perché oramai la differenza tra le due squadre è abissale, ma resta l’odio tra le due tifoserie. Un odio tramandato di padre in figlio, di nonno in nipote, con ragazzi oggi ventenni, sia laziali che pescaresi, che a 42 anni di distanza da quel primo Lazio-Pescara del 30 ottobre del 1977 si insultano e si scontrano senza sapere neanche il perché, senza nemmeno sapere da cosa è nato tutto questo odio.




Accadde oggi 20.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax 1-1
1927 Roma, campo Rondinella - Lazio-Milano 3-1
1932 Torino, stadio di Corso Marsiglia - Juventus-Lazio 4-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Triestina 2-0
1977 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Torino, stadio Comunale - Torino-Lazio 4-0
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 3-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Padova 5-1
2005 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 2-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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