12 Ottobre 2019

Questo calcio si è venduto l'anima...
di Stefano Greco

Parli di Italia nello sport e l’abbinamento all’azzurro è automatico, scontato. Indossare la maglia azzurra è il sogno di ogni ragazzo che inizia a fare sport: vale per il calcio come per il basket, la pallavolo, il rugby, per tutti gli sport di squadra esistenti. Ma, forse, bisogna dire valeva, perché oggi allo Stadio Olimpico la nazionale italiana non sarà azzurra, ma verde. “Verde in onore del rinascimento”, hanno detto arrampicandosi sugli specchi in Federcalcio e in casa Puma. Verde di vergogna dicono i tifosi, sempre più stufi di questo calcio che si è venduto l’anima: alle televisioni, agli sponsor tecnici e a chiunque in cambio di un pezzetto di quell’anima sia disposto a versare un po’ di soldi.

Questo è il nuovo calcio, quello in cui il romanticismo è bandito, quello in cui storia e tradizioni altro non sono che un qualcosa da mettere sulla bilancia perché vale tanto oro quanto pesa quando lo vendi, quello in cui si usa il pugno di ferro sempre e comunque contro i tifosi e mai o raramente contro chi lo muove questo carrozzone.  Pensate a quello che è successo ad esempio domenica pomeriggio proprio all’Olimpico. Un membro dello staff di Fonseca a fine partita si scaglia contro l’arbitro e puntandogli in modo minaccioso il dito contro gli urla di tutto. Squalifica, lunga, lunghissima direbbe la logica. No, semplice multa alla AS Roma che lascia tutti a bocca aperta in un primo momento e che fa cadere le braccia leggendo la motivazione. Quel membro dello staff di Fonseca non è un tesserato. Quindi, era uno che stava abusivamente in campo, considerato quindi dal regolamento né più né meno che un semplice tifoso che è entrato abusivamente in campo. Sì, perché sul rettangolo di gioco ci possono entrare solo i tesserati. Neanche i giornalisti delle televisioni che versano miliardi di euro possono calcare quell’erba. Ma se un tifoso invade ed entra sul prato per scagliarsi contro l’arbitro, che succede?

Negli anni Settanta l’invasore era una figura quasi mitica, un personaggio. Quelli della mia generazione ricordano “cavallo pazzo”, quello che entrava regolarmente sul prato dell’Olimpico in occasione delle partite della Roma. Al primo gol annullato, al primo rigore negato o al primo penalty dubbio concesso dal direttore di gara agli avversari, ecco che arrivava “cavallo pazzo” che sfuggiva regolarmente alla sorveglianza di polizia e carabinieri che lo tenevano sempre d’occhio. Ma lui riusciva a dribblare tutti, invadeva, veniva placcato e usciva tra gli applausi dei tifosi, salutando e esultando come un giocatore dopo un gol. Un Eddie Cavanagh (tifoso dell’Everton, il primo invasore della storia del calcio che violò il sacro terreno di Wembley nella finale di Coppa d’Inghilterra del 1966) de noantri, insomma. Oggi, un invasore di campo verrebbe arrestato, processato e subirebbe un daspo di 5 anni o addirittura a vita. Il membro dello staff di Fonseca, alla prossima partita casalinga della Roma starà lì al suo posto, senza nessun problema.

Perché il tifoso oramai non conta nulla, è considerato quasi un fastidio necessario da parte delle società. Necessario perché è quello che manda avanti la baracca acquistando i biglietti, gli abbonamenti TV e, soprattutto, il materiale sportivo. E il tifoso, oramai, è costretto ad ingoiare qualsiasi cosa: dalle partite che si giocano in giorni ed orari impossibili, per finire con i colori sociali cambiati in cambio di qualche milione di euro. Insomma, storia e tradizione messa da parte perché gli sponsor tecnici devono vendere sempre materiale diverso e si inventano qualsiasi cosa pur di fare qualcosa di mai visto. Così, la Juventus abbandona la tradizionale maglia a strisce bianconere e gioca addirittura in rosso e bianco, forse per esorcizzare il ricordo della sanguinosa sconfitta subita un anno fa dall’Ajax in Champions League.

Così, la Roma e l’Inter hanno giocato con colori fosforescenti che facevano sembrare i giocatori più degli evidenziatori che dei calciatori, il Napoli ha giocato con la mimetica, Fiorentina e Bologna giocano spesso e volentieri in verde non solo in trasferta, ma anche in casa come abbiamo visto domenica scorsa in occasione di Bologna-Lazio. E se lo fanno loro, a quel punto è “normale” che lo faccia anche la Nazionale, che la Federcalcio calpesti storia e tradizione per accontentare uno sponsor tecnico che versa qualcosa come 18 milioni di euro all’anno per vestire gli azzurri. Gli “ex azzurri”…

E il tifoso ingoia, in silenzio. Perché tanto non ha mai voce in capitolo. Viva Dio, però, ogni tanto qualche addetto ai lavori esce dal coro e dice la sua, come ha fatto quest’anno Maurizio Sarri stuzzicato su quella maglia biancorossa indossata dalla Juventus.

“Forse”, ha detto il neo allenatore juventino,“vado contro il marketing se dico che la tradizione è ancora importante e che la maglia più venduta è ancora quella tradizionale del Manchester United”.

Una voce fuori dal coro che resterà inascoltata, almeno qui in Italia. Perché all’estero, specie nel regno unito, è diverso. Provate a dire ai tifosi del Celtic Glasgow di andare a comprare una maglia rossa e bianca a strisce orizzontali perché il nuovo sponsor pretende colori diversi. Provate a fargli accettare l’idea di gettare nel secchio oltre un secolo di storia in nome del marketing e del Dio denaro. Impossibile.  Qui da noi non solo è possibile, ma lo fanno e si stupiscono (o addirittura si offendono) se la gente poi si indigna…




Accadde oggi 20.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax 1-1
1927 Roma, campo Rondinella - Lazio-Milano 3-1
1932 Torino, stadio di Corso Marsiglia - Juventus-Lazio 4-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Triestina 2-0
1977 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Torino, stadio Comunale - Torino-Lazio 4-0
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 3-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Padova 5-1
2005 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 2-0

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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