09 Ottobre 2019

Inzaghi e l'incoerenza del mondo Lazio...
di Stefano Greco

Da ieri, dopo la firma di Stefano Pioli per il Milan, gira una storiella che somiglia tanto a una frase che ripetevamo da ragazzini e che era “circolare”, ovvero di quelle con cui puoi andare avanti all’infinito. La frase di allora era: Dove vai? Al cinema. A vedere che? Quo Vadis. E che vordì? Dove vai. Al cinema… Quella che gira da ieri, è una storiella calcistica, ma è altrettanto “circolare”. C’è un allenatore che tifa Inter (Pioli) che allena il Milan, un allenatore che tifa Milan (Ancelotti) che allena il Napoli, un allenatore che tifa Napoli (Sarri) che allena la Juventus e un allenatore che tifa Juventus (Conte) che allena l’Inter che ha cacciato in malo modo un allenatore che tifava Inter e che da ieri allena il Milan… E, finito il cerchio, si riparte.

A Roma, invece, c’è un allenatore che tifa Lazio e allena la Lazio. Ma il mondo laziale, che ha sempre sognato di avere dei laziali alla guida della Lazio (e che ha sempre accusato la società attuale di avere troppa poca Lazio e Lazialità al suo interno), che cosa fa? Invece di gioire per questo e ringraziare ogni giorno di aver potuto coronare almeno uno dei sogni cullati per anni (gli altri, per primo di avere un presidente che fa qualcosa da laziale vero, purtroppo sembrano destinati a restare tali…), crocifigge ogni giorno e per qualsiasi cosa Simone Inzaghi. Sì, perché al grido di “piove governo ladro”, qualunque cosa succeda in casa Lazio oramai la colpa è sempre e solo di Simone Inzaghi. Una volta, era solo e sempre colpa di Lotito; poi si è aggiuntare anche Tare; ora che di Lotito a quanto pare non si può più neanche parlare e che Tare è diventato ufficialmente il miglior DS del mondo, quando c’è qualcosa che non va e bisogna gettare la croce addosso a qualcuno, il responsabile di ogni male è sempre e comunque Simone Inzaghi.

Per onor del vero, bisogna dire che Simone ha fatto ben poco per evitare di diventare una sorta di capro espiatorio. Sì, perché caratterialmente parlando Simoncino è lontano anni luce da un Diego Pablo Simeone, da un Sinisa Mihajlovic o da quell’Antonio Conte che pretende anche l’impossibile da tutte le società per cui lavora e per ottenerlo non si fa nessun problema a dire in conferenza che il mercato non è all’altezza delle aspettative, che il club non sta rispettando gli impegni presi e via discorrendo. La colpa di Simone, agli occhi del mondo laziale, invece, è proprio quella di non sbattere mai i pugni sul tavolo, insomma di accettare pubblicamente tutto quello che passa il convento, salvo poi lamentarsi in privato e lo sappiamo solo perché una volta, Lotito, intercettato e registrato a Cortina, gli ha detto urlando: “A Simò, te stai sempre a lamentà, di tutto, quando hai una squadra che vale dieci volte le altre”. Un perfetto manager d’azienda direbbe qualcuno, un signorsì dicono i suoi detrattori o contestatori ad oltranza, ricordando per rinforzare la loro tesi la parte iniziale di quella telefonata in cui Lotito gli urlava: “Simone, decido io, non decidi te. E te lo sto dicendo in tutte le salse”

Durante l’estate appena archiviata, il popolo laziale ha sperato in una svolta, si è identificato in Simone Inzaghi e lo ha eletto suo garante, lo ha considerato una sorta di ultima speranza a cui aggrapparsi per vedere un finale diverso del film a cui sta assistendo da 15 anni e che somiglia sempre più a un sequel in chiave laziale di “Ricomincio da capo”, quel film di un quarto di secolo fa in cui il protagonista (Bill Murray) riviveva era rimasto imprigionato in un circolo temporale e, qualunque cosa facesse nell’arco delle 24 ore, quando la mattina dopo si svegliava alle 6 in punto di ritrovare a rivivere da capo la stessa giornata. Una ripetitività che lo portava alla depressione a dei continui tentativi di suicidio che non mettevano comunque fine all’incubo perché moriva ma poi la mattina alle 6 si risvegliava e ricominciava la solita giornata, conoscendo a memoria la trama e addirittura le parole che stavano per dire tutti i personaggi intrappolati con lui in quel circolo temporale. E noi laziali siamo un po’ come Bill Murray: sogniamo un finale diverso, abbiamo magari anche provato in passato a fare qualcosa per cambiare le cose, ma oramai ci siamo quasi rassegnati a restare intrappolati in questo circolo temporale che ogni tanto ci porta a vincere una coppa ma mai a fare quel salto di qualità atteso (e promesso) da più di 10 anni, da quando la Lazio lotitiana ha vinto il primo trofeo con Delio Rossi in panchina. Anzi, forse da prima, da quando sempre Delio Rossi ha portato la Lazio in Champions League e ha visto premiata quell’impresa con l’arrivo di due rinforzi come Artipoli e Vignaroli.

Insomma, se la Lazio non ha vinto a Bologna è colpa del 3-5-2, dei cambi fatti da Inzaghi e dell’aver mandato sul dischetto Correa. Che poi con quel modulo la Lazio abbia creato occasioni da gol, che la squadra con Correa unica punta dopo l’espulsione di Leiva abbia creato i presupposti per vincere e che la decisione di dare quel pallone a Correa sia stata della squadra e non dell’allenatore, conta poco, quasi nulla. Anzi, secondo qualcuno è un aggravante perché dimostra che Inzaghi non è un leader riconosciuto, che non è un capo ma uno che è troppo amico dei giocatori. Questo, dopo che le stesse persone nelle due settimane precedenti hanno puntato l’indice su Inzaghi dicendo che non ha più in pugno la squadra, che lo sfogo di Immobile era la dimostrazione che il rapporto con alcuni capi dello spogliatoio è oramai andato in frantumi e via discorrendo.

Perché nel mondo Lazio oramai vale tutto e il contrario di tutto. L’importante è dare addosso ad Inzaghi, un bersaglio perfetto per qualsiasi sfogo. E il fatto che lui sia laziale e che questi colori nel corso di questi vent’anni di militanza siano diventati per lui una sorta di seconda pelle non solo non è una nota di merito o uno scudo per proteggerlo da eventuali critiche, ma è quasi un’aggravante. Oramai è “troppo laziale”, troppo legato a questi colori e a questa società per protestare, per alzare la voce.

Assurdo, perché poi gli stessi tifosi che contestano Inzaghi accusandolo di essere troppo laziale, se qualche laziale protesta o contesta qualcosa o qualcuno gli dicono che non è abbastanza laziale e che il tifoso vero deve pensare solo a tifare, ai colori e alla bandiera. Insomma, nel nome della Lazio e del biancoceleste si deve far andare bene qualsiasi cosa.

Coerenza, una parola oramai bandita in questo mondo Lazio oramai rassegnato a non uscire più da quel circolo temporale in cui è imprigionato e che se la prende oggi con Inzaghi (dopo averlo incensato, esaltato, paragonato a Maestrelli), così come se l’è presa prima con i vari Delio Rossi, Reja, Petkovic e Pioli: esaltati il primo anno e poi lapidati senza pietà quando il sogno di fare il salto di qualità è morto con la sveglia delle 6 di mattina e il laziale, come Bill Murray, ha iniziato a rivivere lo stesso giorno della marmotta che oramai odia profondamente…




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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