12 Settembre 2019

"Mariolino" e la Lazio nel destino...
di Stefano Greco

 “Ragazzo mio, tu con questo fisico non vai da nessuna parte. Sei troppo piccolo, fragile. Se cresci, ripassa tra un paio d’anni”. Di anni da quel provino in cui fu bocciato nientemeno che da Fulvio Bernardini, ne sono passati una quindicina, ma pur non essendo cresciuto (appena 166 centimetri in età adulta) alla fine Mario Frustalupi quella maglia biancoceleste non solo l’ha indossata, ma ha contribuito a impreziosirla con lo scudetto tricolore, con un successo che lo ha reso immortale. Perché quel matrimonio tra il “Frusta” e la Lazio era scritto nelle pagine del grande libro del destino.

Il 12 settembre del 1942, mentre tutta l’Europa sconvolta dalla II guerra Mondiale guarda ad Est, all’assedio di Stalingrado e a quella battaglia destinata a capovolgere le sorti del conflitto, su quella rocca di Orvieto che domina la valle e l’Autostrada del Sole (con quel casermone militare oramai abbandonato dove hanno fatto il CAR decine di migliaia di militari di leva) nasce Mario Frustalupi. “Mariolino”, come lo chiamano fin da piccolo per via di quel fisico gracile e l’altezza non proprio da granatiere , cresce in una famiglia numerosa: 8 figli, di cui ben 5 femmine. Fin da piccolo, “Mariolino” con quel pallone tra i piedi fa dei veri e propri numeri da giocoliere. A 6 anni entra all’oratorio, poi passa all’Orvietana e a 16 anni comincia a girare l’Italia ricevendo un NO dopo l’altro nei provini che fa per entrare nelle giovanili dei più grandi club italiani. Oltre che da Fulvio Bernardini alla Lazio, viene bocciato anche da Gipo Viani al Milan, ma quando oramai ha quasi perso la speranza di poter fare il grande salto, nell’estate del 1960 prova l’ultima carta e si presenta a Cornigliano per un provino. Quando dopo 20 minuti il responsabile delle giovanili della Sampdoria lo chiama, “Mariolino” è pronto ad incassare l’ennesimo no, invece in quel momento si aprono per lui le porte del grande calcio.

Frustalupi fa tutta la trafila nelle giovanili blucerchiate e dopo un anno di esilio a Empoli per fare esperienza, il 5 maggio del 1963 fa il suo esordio in Serie A con la Sampdoria. La squadra perde 4-2 in casa del Torino, ma per “Mariolino” è un giorno speciale, perché bagna a 20 anni festeggia il suo ingresso nel grande calcio segnando un gol. Quella maglia blucerchiata per lui diventa una sorta di seconda pelle, perché gioca per 8 stagioni consecutive nella Sampdoria e, ironia della sorte, per sei anni consecutivi si ritrova come allenatore Fulvio Bernardini, proprio l’uomo che aveva rischiato di mandare in frantumi il suo sogno di indossare la maglia della Lazio e, soprattutto, di diventare un professionista.

Dopo 202 presenze e 22 gol segnati con la maglia blucerchiata, nell’estate del 1970 Mario Frustalupi diventa uno dei pezzi pregiati del mercato. Alla porta della Sampdoria bussano prima il Milan (che lo aveva scartato 12 anni prima) e poi la Juventus, ma alla fine a spuntarla è l’Inter, perché Moratti pur di avere “Mariolino” mette sul tavolo il cartellino di Luisito Suarez. Arrivato con questa pesante eredità sulle spalle e chiuso dalla presenza di Sandro Mazzola e Mariolino Corso, Frustalupi passa tante, troppe domeniche seduto in panchina. Per lui, abituato a dirigere l’orchestra, poco contano il ricco ingaggio, lo scudetto vinto nella prima stagione in nerazzurro e l’esordio in Coppa dei Campioni. “Mariolino” vuole giocare e alla fine della seconda stagione, nonostante 38 presenze e 2 reti segnate chiede alla società di essere ceduto.

All’epoca, a 30 anni un calciatore era considerato uno che aveva imboccato il viale del tramonto e non uno su cui scommettere. Invece, a Roma c’è un allenatore che ha deciso di puntare su di lui, di affidare le chiavi della squadra che sta costruendo proprio a Mario Frustalupi. Quell’allenatore si chiama Tommaso Maestrelli. Quando la Lazio intavola con l’Inter la trattativa per la cessione di Peppiniello Massa ai nerazzurri, Maestrelli chiede a Sbardella di aggiungere alla richiesta di  400 milioni di lire anche il cartellino di Mario Frustalupi. E la società nerazzurra non batte ciglio, convinta di aver risolto due problemi in un colpo solo. A Milano, l’unica voce fuori dal coro è nientemeno quella di Mario Corso. Mentre tutti approvano quell’operazione, il grande rivale di “Mariolino” dice che è stato un errore cedere Frustalupi. Qualcuno sorride, ma i risultati della stagione successiva danno ragione a Corso. La Lazio è la grande rivelazione del campionato, Massa in due stagioni segna appena 4 reti e l’Inter assiste al duello tra Milan, Juventus e Lazio per la conquista dello scudetto.

“Quando Frustalupi è stato ingaggiato dalla Lazio, io ho sostenuto che quello sarebbe stato, a lungo andare, il colpo più importante di quel mercato. Adesso credo che siano tutti a darmi ragione. Ma io non sono un indovino, sono uno che il calcio lo conosce abbastanza per poter definire Frustalupi un campione”.

Frustalupi, però, non si sente però un campione. “Sono contento di non essere un campione, di non essere mai stato un bambino prodigio alla Rivera o alla Mazzola. Loro hanno dovuto difendere per anni una reputazione da fuoriclasse. È difficile e logorante vivere e crescere così, magari pure con un nome pesante sulle spalle. Io, invece, sono cresciuto piano, piano e ho avuto meno stress. Per questo durerò molto più a lungo”. Ed è proprio quello che succede.

L’impatto tra “Mariolino” e quel mondo Lazio un po’ folle e senza regole non è dei migliori. Socialista convinto, nella Lazio entra subito in conflitto con Giorgio Chinaglia, perché non riesce a sopportare né l’arroganza né i comportamenti da divo di “Long John”. Ma Frustalupi non molto lega neanche con gli altri, perché assiste con fastidio alle risse e agli scherzi esagerati. E sopporta ancora meno l’uso sistematico in ritiro da parte di molti compagni delle pistole. Lui non fa parte di nessun clan, veste in modo anticonformista e descrive così in un’intervista a Franco Melli i suoi compagni di allora e quel mondo del calcio che mal sopporta.

“I giocatori di calcio, i cosiddetti eroi della domenica, sono in realtà eterni bambini, bisognosi di sentirsi importanti, indispensabili, scrutati con attenzione e con affetto. Anch'io, a forza di stare nel giro, ho assorbito in parte i principali difetti della categoria. A Milano, in panchina, mi annoiavo. È brutto guardare giocare gli altri, i coetanei, i più giovani, i più anziani. È triste sentirsi esclusi: il mondo ti crolla addosso nell'istante in cui il tecnico comunica la formazione senza scandire il cognome che vorresti sentire. Non date retta a chi assicura d'aver sempre atteso con santa pazienza il proprio turno. Le riserve, in qualsiasi organico, si sentono come i dannati all'inferno, reprobi prigionieri dell'iniquità. Semmai, dal lunedì fino al sabato, io riuscivo a non portare rancore ai miei giudici occasionali dell'Inter. Cercavo altri interessi, invitavo a casa gli amici, mi imponevo di dimenticare il responso della maledetta domenica”.

Con i soldi incassati per la cessione di Massa all’Inter, in quell’estate del 1972 Sbardella compra Felice Pulici dal Novara, Renzo Garlaschelli  dal Como e Luciano Re Cecconi dal Foggia. Sono loro i colpi di mercato della Lazio che si riaffaccia alla Serie A dopo un anno di Purgatorio in B. Ed è subito spettacolo.

Dato per finito a Milano e bollato subito dai suoi nuovi tifosi come giocatore troppo vecchio arrivato a Roma per svernare, Frustalupi si prende la sua grande rivincita. Diventa il faro della Lazio, la mente in campo a cui Tommaso Maestrelli affida le chiavi di quella macchina quasi perfetta. E da bravo pilota, Frustalupi la guida sfruttando al massimo la potenza di Chinaglia in zona-gol, l’inventiva di D’Amico, la rapidità di Renzo Garlaschelli. Segna pochi gol (il primo il 5 novembre del 1972 alla Ternana, il secondo il 24 novembre del 1974 al Cagliari), ma sono tantissimi gli assist. Quello che mi è rimasto più impresso, lo ha confezionato il 30 dicembre del 1973. La Lazio affronta il Milan e al 90°, quando l’arbitro Ciacci di Firenze sta per fischiare la fine, le squadre sono ancora inchiodate sullo 0-0. La Lazio ha l’ultima chance su punizione, Nanni tocca corto a Frustalupi che alza la testa, finta il cross alto in area per Chinaglia, invece lancia in un corridoio sulla destra Luciano Re Cecconi che di prima intenzione batte a rete e beffa Vecchi sul palo di sinistra. E accade tutto sotto la Curva Sud che, allora, a domeniche alterne era la casa sia dei romanisti che dei laziali. Ricordo ancora il boato di quel gol: chiudendo gli occhi mi sembra ancora di sentire quell’urlo potente e prolungato che fa tremare lo stadio e se li riapro rivedo ancora Chinaglia prendere in braccio il compagno-rivale e portarlo in trionfo correndo verso il centro del campo mentre Ciacci fischia la fine della partita. Una delle più grandi emozioni provate in vita mia. E questa radiocronaca di Enrico Ameri ascoltata ad occhi chiusi mi fa venire i brividi ogni volta che la sento…

https://www.youtube.com/watch?v=AoLk2dOg3Ng

La Lazio vince lo scudetto, ma la malattia di Maestrelli e il suo abbandono provoca la rottura di quella macchina perfetta che solo il “Maestro” sapeva e poteva guidare. Frustalupi viene dato per finito per l’ennesima volta e la Lazio lo spedisce insieme a Giancarlo Oddi a Cesena, in cambio di Ammoniaci e Brignani. Risultato, la Lazio rischia di retrocedere e solo il ritorno di Maestrelli evita il disastro. Grazie all’esperienza e alla regia di Frustalupi, invece, quel Cesena di Marchioro stupisce tutti e chiude il campionato al sesto posto, conquistando per la prima e unica volta nella sua storia il diritto a giocare in Coppa Uefa.

“Frusta” resta a Cesena per due stagioni, poi anche lì viene dato per finito e la società lo cede alla Pistoiese. Ma “Mariolino” confeziona l’ennesimo miracolo della sua carriera di direttore d’orchestra. A sorpresa, quella squadra con la maglia arancione che ha sempre navigato tra la Serie D e la Serie C, sotto la guida di Mario Frustalupi in campo e di Enzo Riccomini in panchina alla fine della stagione 1979-1980 approda in Serie A, proprio nell’anno in cui la Lazio precipita in Serie B a causa del primo Calcioscommesse della storia. A 37 anni, con la fascia di capitano al braccio, Mario Frustalupi gioca la sua ultima stagione. Vicino a lui c’è tanta Lazio (Borgo, Agostinelli e Badiani), ma anche un’altra ex bandiera della Sampdoria, un certo Marcello Lippi che come il “Frusta” chiude a Pistoia la sua carriera da calciatore. E “Mariolino” la conclude nel peggiore dei modi. Lui, sempre mite e misurato, contro il Catanzaro perde la testa. Sta per battere una punizione dal limite, gli avversari non rispettano la distanza e lui a quel punto si mette platealmente a contare i tra il pallone dalla barriera, litiga con l’arbitro e viene espulso rimediando 6 giornate di squalifica dal giudice sportivo. Capisce che è il momento di dire basta, appende gli scarpini al chiodo e inizia una nuova avventura da dirigente.

Frustalupi resta a Pistoia come direttore sportivo, ma rimane comunque in contatto con la Lazio a cui segnala nel 1988 un attaccante uruguagio: un certo Ruben Sosa Ardaiz, che la Lazio preleva dal Real Saragozza. E il 14 aprile del 1990, mentre al Flaminio Ruben Sosa apre le marcature nella goleada contro l’Ascoli, arriva la notizia della morte di Mario Frastulupi, vittima di un terribile incidente nei pressi di Ovada mentre sta andando a raggiungere la famiglia in montagna a bordo della sua Lancia Thema.

La “maledizione dello scudetto” colpisce ancora, portando il “Frusta” a far compagnia al suo amico “Cecco”, al “Maestro”, a Gigi Polentes, al dottor Ziaco, Padre Lisandrini e Gigi Bezzi. Tutti volati via troppo presto, come Bob Lovati e il grande nemico di “Frusta”, Giorgio Chinaglia, raggiunti negli ultimi 12 mesi da Mario Facco e Felice Pulici.

Anche se è volato via troppo giovane, Mario Frustalupi si è guadagnato l’immortalità grazie a quello che ha fatto in campo con quel pallone tra i piedi: non da divo, ma da “nano sapiente”, come lo aveva soprannominato Gianni Brera quando il “Frusta” aveva indossato la maglia dell’Inter.




Accadde oggi 15.09

1929 Roma, Stadio Rondinella - Lazio-Pistoiese 4-0?
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Budapest III Ker 4-0
1946 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Salernitana 3-0
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 4-3
1963 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-1
1968 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 1-1
1985 Bologna, stadio Renato Dall’Ara – Bologna-Lazio 1-0
1991 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 1-1
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Lokomotiv Plovdiv 2-0
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Chievo 2-3
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Empoli 0-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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