06 Settembre 2019

Auguri Sante, mito del calcio romano!
di Stefano Greco

Da anni, sulla sponda giallorossa del Tevere, in tanti provano in tutti i modi a stravolgere la storia, a citare nomi di società che avrebbero portato il calcio vero a Roma (quello giocato 11 contro 11 e con le regole degli inglesi, gli inventori del football) per togliere in qualche modo alla Lazio quel primato cittadino che tanto da fastidio a qualcuno. La realtà però, è ben diversa.

La storia, però, quella vera, dimostra chi e quando ha portato a Roma il calcio vero, quello con le regole inglesi. E quel personaggio risponde al nome di Sante Ancherani, il primo numero nove del calcio romano, anche se quel numero nove Sante non lo ha mai indossato realmente, perché in quei primi anni del Millenovecento non esistevano i numeri sulle maglie. Anzi, all’epoca era già difficile riuscire ad avere 11 maglie tutte uguali e i giocatori non avevano neanche ruoli ben definiti come oggi. Erano tutti uguali, eccezion fatta per il portiere, l’unico che indossava una divisa diversa dagli altri, ed aveva un ruolo ben definito, perché era l’unico autorizzato ad usare oltre ai piedi anche le mani.

Se Luigi Bigiarelli viene ricordato come il fondatore della SS Lazio, Sante Ancherani è senza ombra di dubbio l’uomo che ha portato il calcio a Roma creando nel 1901 la sezione calcistica della Lazio e viene ricordato come il primo bomber nella storia di questa società che, tra le sue fila, ha annoverato centravanti di valore mondiale. Da Piola a Chinaglia, da Giordano a Crespo e Klose, passando per Fiorini e Casiraghi, per finire con Ciro Immobile, tutti i bomber della storia biancoceleste sono un po’ figli di Sante Ancherani.

Nato a Cotignola (in provincia di Ravenna) il 6 settembre del 1882, Ancherani si trasferisce da piccolo con la famiglia a Roma, nel quartiere di Ottavia. Grazie al suo fisico statuario, viene scelto a febbraio del 1900 dai fondatori come atleta da tesserare per la Società Podistica Lazio, dopo che Bigiarelli lo vede correre i 100 metri in 13 secondi. Gli viene data la tessera di socio numero 6. In quegli anni, Ancherani è conosciuto a Roma anche come uomo dalle imprese ardite, soprattutto dai “fiumaroli” romani che raccontano di ben sette salvataggi accertati di altrettanti aspiranti suicidi strappati dalle acque del Tevere da parte di quel ragazzo dalla nuotata approssimativa, ma dal cuore grande come il suo coraggio.

Nei primi giorni del 1901, nella sede di Via Valadier, nel quartiere Prati, arriva Bruto Seghettini. E quello tra Seghettini e Ancherani è un incontro storico, raccontato con dovizia di particolari da Mario Pennacchia nel suo libro “Lazio patria nostra”.

“Voi siete la Lazio, vero?”, chiede Seghettini facendo capolino nella sede al numero 6 di via Valadier. I soci presenti lo guardano e il primo a rispondere è proprio Santee Ancherani: “Certo che semo la Lazio. E tu chi sei?”. “Io mi chiamo Bruto Seghettini, sono un socio del Racing Club di Parigi, ho saputo che c'era questa società sportiva e sono venuto per chiedervi se voi giocate al football”. I soci laziali perplessi e come prima è Ancherani a rispondere: “Beh, noi di questo futtballe non abbiamo mai sentito parlare”. A quel punto, come un prestigiatore Bruto Seghettini estrae uno strano involucro dal niente. È un pallone, il primo pallone per il gioco del calcio mai visto a Roma fino ad un attimo prima. I laziali adesso circondano il visitatore e lo bombardano di domande: come si gioca? Come è fatto? Ma sul serio rimbalza? Seghettini sorride e risponde: “un momento: adesso vi faccio vedere”. Depone come un consumato mercante il pallone ai suoi piedi, ad un estremo della stanza. Gli altri si scansano tutti. Lui solleva una gamba, torna ad abbassarla di scatto, percuote con il piede il pallone e uno schianto improvviso richiama brutalmente tutti alla realtà. È saltato il vetro della finestra! “Cominciamo bene!” borbotta un socio. Ma la maggioranza, che non s'accascerebbe nemmeno se crollasse il palazzo, si mette a strillare, sfottendo Seghettini. “Paga la pelota! Paga la pelota!”, che è poi un invito a pagare il danno, pronunciato con lo slogan che i laziali usano familiarmente quando uno di loro vince al totalizzatore che è abbinato al gioco della pelota basca tanto di moda allo sferisterio della vicina piazza Cavour. L'uomo venuto da Parigi è desolato, ma sono i laziali stessi che lo rincuorano, sicché si prende una decisione: tutti a Viale delle Milizie! E vanno. La scena si ripete all’aperto: Seghettini depone il pallone, stavolta prende un po' di rincorsa, eccolo che alza la gamba, la riabbassa, calcia e uno spruzzo di neve si leva inatteso e deludente. Il pallone sta sempre lì, fermo, immobile, irridente. I laziali forse cominciano a chiedersi se il gioco consista nel colpire o piuttosto nell'evitare di colpire il pallone. Ma l'equivoco si risolve in una risata irresistibile sotto i fiocchi che dolcemente avvolgono, proteggono, benedicono la nascita romana del gioco del calcio in questo gennaio 1901, appena un anno dopo la fondazione del club biancoceleste, mentre l'Italia è in lutto per la morte di Giuseppe Verdi e l'Inghilterra perde con la Regina Vittoria il simbolo della sua massima potenza.

Nel 1901, quindi, Sante Ancherani in persona fonda la sezione calcio di una società che acquisisce sempre più discipline. Per questo Sante Ancherani amava dire sempre “Il calcio a Roma sono io”. Ma per oltre un anno, mentre al Nord si giocano già i primi campionati, nella Capitale Ancherani e i suoi amici non hanno avversari con cui confrontarsi. Intorno a se Sante riesce a radunare un gruppo di ragazzi che si danno battaglia su campi di piazza d’Armi, a due passi da piazza Mazzini e poco lontano da piazza della Libertà, luogo in cui è stata fondata la Lazio. Nominato dagli altri componenti della squadra allenatore e capitano, per via del suo indiscusso carisma, Ancherani si fa portare dall’Inghilterra un paio di scarpe bullonate, gli antenati degli scarpini. Le porta al suo calzolaio e se ne fa confezionare dieci paia uguali, che distribuisce ai suoi compagni di squadra.

Nel 1902, viene fondata la Virtus Roma. Finalmente, la Lazio ha un avversario con cui confrontarsi: e con il primo derby che va in scena quell’anno a piazza d’Armi, nasce anche il mito di Sante Ancherani. Il capitano, infatti, segna tutti e tre i gol di quella prima stracittadina della storia del calcio romano, finita 3-0 per la Lazio. A distanza di anni, Sante Ancherani descrive così i primi passi del calcio romano e quel primo derby della Capitale.

“Da principio, ci mettevamo tutti in circolo, ci spogliavamo e poi cominciavamo a fa le porte coi vestiti. Ne mettevamo un po’ da una parte e un po’ dall’altra, misurando circa sette passi e mezzo tra un mucchio di vestiti e l’altro. Io che avevo fatto un po’ di sport fin da ragazzo e pe quel po’ di velocità che ci avevo riuscivo a fa qualcosa che, insomma, agli altri non riusciva. E così, decidemmo de formà la squadra (che per esse undici fummo costretti a mette dentro qualcuno che neanche pigliava mai la palla). A me m’elessero subito capitano e giocavo centrattacco. Per un po’ di tempo, andammo avanti così. Poi, finalmente mettemmo dei bastoni al posto dei vestiti. Ma non erano pali, erano proprio dei bastoni che avranno avuto si e no tre centimetri di diametro, sopra mettemmo una cordicella e poi du bandierine una da una parte e una dall’altra, ad una certa distanza dai pali. Così, almeno avevamo una porta, ma anche una direzione, dei punti di riferimento. E cominciammo a fa partite tra di noi. Ci levavamo la giacca, i calzoni e via a correre. Sotto ci avevamo i calzoncini e dai calzolai ci facevamo mettere un po’ di striscette sotto alle scarpe nostre da passeggio.

Poi, dopo un po’, visti i progressi che facevamo, venne la Virtus. Nacque da un dissidio tra laziali, alcuni si staccarono e fecero anche loro una squadra di football. Così, nel 1902 ci fu il primo incontro vero, tra la Lazio e la Virtus a piazza d’Armi: vincemmo noi 3-0. Per l’occasione, inaugurammo certe camicette de flanella, a scacchi bianchi e celesti. Ce l’eravamo fatte fa da noi, anzi se me ricordo bene furono mia madre e mia sorella a cucille. Avevamo scelto il bianco e il celeste perché piaceva a tutti, delicato, signorile, simile alla bandiera della Grecia, la patria delle Olimpiadi. La Virtus, invece, era bianco e nera, a scacchi come noi a metà e metà me pare, non me lo ricordo bene, ma la maglia era bianco-nera. Pure loro giocavamo a piazza d’Armi, ma un po’ lontano da noi. Tanto piazza d’Armi era grande, se facevamo le riviste co’ trenta, quaranta soldati. Questa è stata la prima partita vera di football che s’è giocata a Roma. Di quei tre gol a distanza de anni non so più così certo, ma un paio l’ho segnati di sicuro, come è sicuro che vincemmo noi per 3-0. La formazione nostra era così formata: in porta Balestrieri, ufficiale di cavalleria; terzini Grifoni, un generale di marina, un ammiraglio insomma, e Graid, che faceva il capostazione; mediani erano D’Amico, Mariotti e Pellegrini; all’attacco Ricci, Pollina, Ancherani, Tito Mastri, che era alto un metro e novanta e Collini. Che tempi….”.

Il mito di Ancherani (che in quella foto storica scattata a piazza d'Armi è al centro, in basso, con i baffi)  diventa leggenda cinque anni dopo, quando dando vita alla prima campagna acquisti della storia convince il presidente Ballerini a ingaggiare i fratelli Corrado e Filiberto Corelli dalla Virtus, per andare a giocare nel il primo Campionato Interregionale. Si gioca a Pisa, a giugno del 1907. I giocatori della Lazio partono la notte prima in treno, viaggiando in terza classe e dormendo sui sedili che altro non sono che panche di legno. Quando, poco dopo l’alba, la comitiva laziale arriva a destinazione, trova una sgradita sorpresa. Il programma prevede la sfida con il Lucca alle 10 di mattina, poi alle 16 l’incontro con il Pisa e, infine, alle 18 quella contro il Livorno: tre partite in otto ore dopo una notte di viaggio, quasi una follia. Ma Ancherani e compagni non si perdono d’animo. Battono 3-0 il Lucca, fanno il bis superando per 4-0 il Pisa e completano l’opera piegando 1-0 il Livorno nell’ultima partita: con tre vittorie, 8 gol segnati e 0 subiti, la Lazio vince il primo torneo della sua storia.

Sante Ancherani, gioca e allena per 11 anni la Lazio, fino al 1912, quando chiamato a scegliere tra la passione per il calcio e quella per la musica (suona la tromba nella banda comunale di Alberto Vassalla), sceglie quest’ultima, lasciando il calcio. La Lazio lo perde come atleta e come calciatore, ma non come tifoso. Sante apre un negozio di articoli sportivi a via dei Prefetti e, con l'aiuto di nipoti, figli e nuore ha un grande successo e diventa lo sponsor tecnico della Lazio: fornisce maglie e scarpe, prodotte dalla famiglia Ancherani. Lucidissimo e sempre tifoso della Lazio, Sante Ancherani muore il 9 settembre del 1971. In tempo per festeggiare il primo trofeo nazionale della Lazio (la Coppa Italia vinta nel 1958), ma troppo presto per realizzare il suo grande sogno, appena sfiorato in quelle tre finali perse nel 1913, 1914 e 1923:  vedere la sua Lazio vincere lo scudetto. E tra poche settimane, anche Sante dall’alto potrebbe festeggiare quello scudetto del 1915, assegnato solo al Genoa per una finale mai giocata…




Accadde oggi 13.11

1891 Nasce a Roma Orazio Gaggiotti
1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax
1927 Napoli, campo Arenaccia - Napoli-Lazio 0-0
1932 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Pro Patria 2-1
1938 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 3-0
1949 Bologna, Stadio Comunale - Bologna-Lazio 0-0
1955 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 0-1

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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