18 Maggio 2020

Giorgio "Acerbis" nel cuore...
di Stefano Greco

Da ragazzo, la cosa che mi faceva più impressione era lo scorrere lento del tempo. Le date che aspettavi, ci mettevano un tempo infinito ad arrivare. Tra un’estate e l’altra, ad esempio, avevo l’impressione che passasse quasi un secolo, non un anno. Oggi, invece, forse la cosa che mi fa più impressione è lo scorrere rapido del tempo. Basta pensare a questa vicenda del Covid, a questi 70 giorni di segregazione che sembravano interminabili e che invece sono volati. Tutto è rapido, ti volti indietro ed è passato un anno da un avvenimaneto che sembra successo al massimo un mese fa. Io me ne rendo conto soprattutto guardando i miei figli che crescono allavelocità della luce, ma anche pensando agli amici, specie quelli che, purtroppo, non ci sono più.

Oggi, ad esempio, è l’anniversario della morte di Giorgio Acerbis. E se penso a lui e a quel maledetto18 maggio del 2018 sembra l’altro ieri quando sono tornato a casa, ho acceso il computer e sono rimasto come fulminato, paralizzato da un messaggio di poche righe in cui c’era scritto: GIORGIO non c'è più. L’ho letto, ho pensato ad un errore, oppure ad un altro Giorgio, perché lui lo avevo sentito il giorno prima, per la solita chiacchierata di mezzora che facevamo quasi quotidianamente per parlare di tutto nel tentativo di aiutarlo a far passare il tempo e per provare a trasmettergli un pizzico di energia, tentando di fissare la data per quell'incontro in ospedale che era saltato il weekend precedente perché ero dovuto partire al seguito di mio figlio, impegnato nella fase finale nazionale del campionato di basket. “Vai Stefano, tranquillo, c'è tempo”, mi aveva detto sorridendo Giorgio, aggiungendo, “tanto devo restare almeno un altro mese qui dentro, quindi non scappo”... 

Invece Giorgio è volato via, ha rotto all’improvviso le catene che lo tenevano inchiodato su quel letto e ha spiegato le ali per tornare ad essere finalmente libero e leggero. Ma quello non era il finale giusto per la sua storia, quello di cui avevamo parlato tante volte in quei mesi di dentro e fuori dall'ospedale a causa di quel male bastardo che lo aveva aggredito: all'improvviso e alle spalle, come fanno i vigliacchi.

Sono passati due anni e ancora non riesco a farmene una ragione. Fin da ragazzo ho sempre avuto le spalle larghe e sono riuscito a sopportare quasi tutto, perché purtroppo fin da piccolo sono stato temprato al dolore quindi, nonostante le tante, troppe batoste ricevute negli ultimi anni e il peso sempre maggiore da dover sopportare, la schiena non si è mai piegata. Ma mai come in questo momento barcollo, perché anche il pugile abituato a incassare pugni su pugni rischia di finire a tappeto quando arriva un colpo improvviso, quasi a tradimento. E la notizia della morte di Giorgio Acerbis è stata uno di quei colpi vigliacchi che non vedi arrivare, tanto violenti quanto improvvisi che ti prendono in pieno e ti tolgono il fiato, ti piegano le gambe. Lo so che nella vita c’è la fase in cui si va alle comunioni e alle cresime degli amici, poi c’è la fase dei compleanni dei 18 anni, quella dei matrimoni e delle mega-feste per i 40 o i 50 anni, poi arriva il periodo in cui non si festeggia più nulla e nel quale, a causa del ritmo frenetico della vita, si perdono di vista tanti amici che ritrovi solo in occasione dei funerali. Ma stanno diventando tanti quei funerali, troppi...Ho 57 anni e ho visto seppellire tanti, troppi amici e, in molti casi, addirittura più giovani di me. Tutti o quasi stroncati dallo stesso male bastardo che ci ha portato via Giorgio.

Sono passati due anni e,confesso che non sono riuscito ad accettare serenamente questo ennesimo colpo di mannaia di quel destino sempre infame che mi ha strappato via amici troppo giovani per mettere la parola fine al libro della loro esistenza. Con papà ero preparato, con Giorgio no. Ci eravamo un po' allontanati, poi ci siamo ritrovati nel modo più bello e non dimenticherò mai quell'abbraccio e quelle sue parole in quel pub vicino a via dell'Acqua Bullicante dove ci siamo ritrovati fianco a fianco per caso: “A Ste, so stato veramente un coglione, perché invece che parlare con te mi sono fidato di quello che dicevano gli altri e ho sbagliato a giudicare. Non sai quanto mi dispiace”. Me lo ripetevi sempre Giorgio, ogni volta che ci sentivamo al telefono mentre stavi in ospedale. E anche se ti avevo detto che oramai era acqua passata tu non ti davi pace per quella stupidaggine: lo ripetevi a me ouure lo dicevi ogni volta a Poppy, per farmi arrivare il messaggio anche per interposta persona.

In un periodo in cui nessuno si scusa mai per nulla, Giorgio chiedeva scusa a me alla fine di ogni telefonata, mentre io lo chiamavo solo per  il piacere di sentire un amico e per dargli un pizzico di energia,  per aiutarlo a far passare le ore di quelle giornate interminabili, tra una terapia e l'altra, isolato in quel reparto completamente sterilizzato per tenere fuori germi e infezioni. Quel piccolo "carcere" in cui si entrava uno alla volta, con pochi contatti con il mondo esterno e senza nessuno con cui parlare dentro quella stanza. Tranne le persone persone di famiglia che gli sono sempre state vicine e noi amici che chiamavamo o passavamo a turno. Antonello, Poppy e tanti altri, come tante piante nate da quei semi che Giorgio aveva seminato lungo il suo cammino nel mondo Lazio (a 360 gradi, perché lui era tifoso dei colori e della Polisportiva, oltre che della squadra di calcio) e in quel mondo Ultras che adorava e di cui parlavamo per ore, rimpiangendo valori scomparsi o messi da parte.

Potrei andare avanti per ore a parlare di Giorgio, invece mi fermo qui, al mondo Ultras, a quel filo invisibile che ci ha tenuti uniti nonostante tutto e che non si spezzerà mai. Perché sembra banale dirlo ora Giorgio, ma sarà impossibile per me dimenticare il tuo volto gentile e sorridente, quello di ragazzo e poi di uomo educato e di grandi valori, ma non debole. Anche se apparentemente sembravi più tranquillo di noi, sei stato un vero leone e hai tirato fuori le unghie e gli artigli quando quel male bastardo ti ha preso alle spalle: perché volevi restare aggrappato a questa vita, alla famiglia, agli amici, al tuo mondo dai colori del cielo. Nonostante tutto... Nonostante qualche delusione degli ultimi tempi legata al comportamento di qualche “amico” o presunto tale.

Giorgio io lo voglio ricordare come in questa foto, con il sorriso appena accennato e gli occhi che fissano intensamente il campo di gioco. O, ancora meglio, come in quella foto che aveva nel profilo di Facebook e che qualcuno gli aveva fatto nel tuo stadio: in quella che per lui e per tanti di noi per 40/50 anni è stata una sorta di seconda casa. E in alcuni momenti o in qualche caso, anche la prima e unica casa.

Ora chiudo, perché proprio oggi finisce la nostra "reclusione" e, quindi, appena concluso e postato questo articolo vengo a salutarti amico mio. Lo scorso anno pioveva fitto il 18 maggio e quella pioggia è stata il preludio di un anno di "merda". Oggi, tra le nuvole, fa capolino il Sole e lo voglio prendere come un piccolo presagio positivo, come un messaggio di speranza. La stessa speranza che ho nel cuore, quella che esista veramente un luogo dove incontrarsi un giorno per l'abbraccio più bello e più lungo. Quello che non siamo riusciti a darci prima di spiccare il volo e aprire quelle ali da aquila per lasciare quel letto maledetto e questo mondo infame.

Ti voglio bene Giorgio, Ultras per sempre...




Accadde oggi 07.08

1957 Nasce a Pescate (LC) Roberto Tavola
1990 Trossingen - Trossingen-Lazio 0-7
1991 Saint Vincent - Lazio-Cecoslovacchia 1-1 - Memorial Pier Cesare Baretti
1992 Bayer Leverkusen-Lazio 2-1
1999 Cadiz, - Betis Sevilla-Lazio 2-2 (6-4 dcr)
2004 Manchester - Manchester City-Lazio 3-1
2005 Fiuggi, Fiuggi-Lazio 0-11
2009 Muore a Treviglio (BG) Orlando Rozzoni
2010 Fiuggi - Stadio Campo i Prati - Triangolare Lazio-Latina-Sora

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/06/2020
 

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