16 Maggio 2019

A maggio, per noi, è quasi sempre festa!
di Stefano Greco

Guardi il calendario di maggio e ti rendi conto che sono tante, tantissime, le date cerchiate in rosso: quelle da ricordare, quelle 10 perle che ti sono entrate nel cuore perché a quei giorni sono legati momenti di gioia, brividi che fanno parte di quel patrimonio di emozioni che ti ha regalato la vita dal punto di vista sportivo. Già, perché a maggio è (quasi) sempre festa: non solo per chi come il sottoscritto in questo mese festeggia pure il compleanno, ma per il semplice motivo che maggio negli sport di squadra più importanti è il mese della resa dei conti, quello dei trofei alzati o dei sogni infranti. E, per fortuna, da laziale facendo i conti sono molte più le gioie dei dolori. Perché le ferite degli scudetti persi sul filo di lana il 20 maggio 1973 e il 23 maggio 1999, sono compensate dai due tricolori vinti il 12 maggio 1974 e il 14 maggio 2000. Per uno strano scherzo del destino, sempre un anno dopo e, forse, nell’anno in cui lo avevamo meritato di meno. E lo stesso vale anche per le finali Europee, perché a quella di Coppa Uefa persa il 6 maggio del 1998 a Parigi contro l’Inter ha fatto subito da contraltare quella vinta il 19 maggio del 1999 a Birmingham contro il Maiorca.

Maggio, insomma, è il mese delle coppe, delle finali. C’è chi ricorda maggio come un mese da incubo perché le finali è abituato a perderle (regolarmente o quasi…) e chi, invece, in poco più di due settimane ha ogni giorno una data cerchiata in rosso. E ieri, mentre dall’altra parte della città c’era qualcuno che contestava per l’ennesima annata fallimentare o quasi (11 anni senza vincere nulla so tanti, veramente tanti…), noi di data da ricordare ne abbiamo scolpita un’altra. Quella del 15 maggio, del giorno in cui la Lazio ha superato la Roma come trofei vinti nella storia. Un “sorpasso” alla Vittorio Gassman, con tanto di sorriso beffardo e corna fatte al sorpassato. Perché in una città che vive in modo così morboso, quasi ossessivo il derby e la rivalità cittadina, quando sei martello picchi. E picchi pure duro, senza fare sconti…

Non è un articolo nostalgico questo. Non è un articolo scritto per trovare nel passato la forza per andare avanti o per sbeffeggiare l’avversario sconfitto, perché l’ultimo successo è fresco di 24 ore mentre il ricordo dell’ultima vittoria degli anni è così lontano nel tempo da aver perso quasi il ricordo. Così lontano che, ridendo e scherzando, a settembre entrerà alle scuole medie una generazione di ragazzi nati nell’anno in cui la Roma ha alzato l’ultimo trofeo. Bambini, nella stragrande maggioranza tifosi della Roma, che nella loro vita hanno visto vincere solo la Lazio…

Questo articolo è un semplice riassunto di emozioni, di immagini che ti tornano in mente come flash, partendo dal 12 maggio del 1974. La notte vissuta insonne guardando la sveglia, la corsa dal giornalaio la mattina presto e la messa “marinata” per poter leggere dalla prima all’ultima riga “Il Corriere dello Sport”, nascosto nel lavatoio sul terrazzo del palazzo. Le lacrime di dolore per la ferita ancora aperta di un anno prima a Napoli, il timore per una nuova beffa, i brividi al pensiero di quel sogno a portata di mano. La corsa verso le stadio alle 10 di mattina con la partita che iniziava alle 16, quel muro umano colorato di bianco e di celeste che sembrava un mare in tempesta, con qualche spruzzo tricolore. Un muro formato da 78.809 anime paganti (ancora oggi record imbattuto e imbattibile di presenze allo Stadio Olimpico), senza contare le migliaia di imbucati entrati in qualche modo in quel catino. Poi la gioia, irrefrenabile, le lacrime e la corsa pazza in macchina verso il centro di Roma, con quella bandiera con stampata sopra solo la Coppa Italia del 1958, perché comprare bandiere con uno scudetto ancora non vinto non era da noi…

Poi, la lunga attesa, quasi un quarto di secolo di battaglie durissime e quasi sempre per la sopravvivenza, prima di quel 19 maggio del 1999 che è un po’ il giorno del coronamento di un sogno solo accarezzato un anno prima a Parigi. Per me, malato da sempre di calcio inglese, andare a conquistare il primo trofeo della storia vinto da una squadra romana in Europa proprio a Birmingham, è stato veramente la realizzazione del sogno dei sogni. Il viaggio da Roma a Londra con gli amici di sempre, la voglia di scappare da quella città meravigliosa per arrivare il prima possibile a Birmingham, una città che di bello ha solo lo stadio e il ricordo di quella notte. Il gol di Vieri proprio sotto i nostri occhi, il timore di non farcela, gli incubi scacciati dalla prodezza di Nedved, quel WE ARE THE CHAMPIONS cantato a squarciagola, la telefonata a Franco Sensi fatta durante la premiazione per fargli sentire i cori e il boato mentre Nesta alzava al cielo la Coppa delle Coppe. La cena in un ristorante spagnolo per festeggiare il trionfo e quella bandiera degli Irriducibili stampata per l’occasione ancora conservata gelosamente a casa e che ora mio figlio porta allo stadio per le grandi occasioni, come ideale passaggio di testimone di generazione in generazione.

E poi quel 14 maggio del 2000 che rivisto a quasi vent’anni di distanza sembra un film, una riedizione di quel “Fever Pitch” di Nick Hornby in chiave laziale che ogni tifoso sogna di poter vivere realmente almeno una volta nella vita. E noi siamo andati anche oltre quel trionfo dell’Arsenal, con quello scudetto vinto un’ora dopo la fine delle partite, nel più incredibile epilogo della storia del calcio italiano. Era il 14 maggio, il giorno in cui mia moglie (romanista) festeggiava (si fa per dire…) i 40 anni. Il giorno in cui ho seriamente rischiato il divorzio, perché come tutti mi rifiutavo di uscire dall’Olimpico per paura che si spezzasse la magia di quel sogno. E quattro giorni dopo, un’altra sbornia (in tutti i sensi), con il viaggio a Milano per conquistare l’ennesimo trofeo di quella stagione, per completare un poker di trofei consecutivi a cui è mancata solo la ciliegina della Champions League per far entrare nella leggenda quella squadra.

E poi il 12 maggio del 2004, il giorno della gioia e del tormento. Quel viaggio a Torino con migliaia di altre anime laziali per conquistare una Coppa Italia che per valore simbolico forse valeva più di uno scudetto. Con una società allo sbando e ad un passo dal baratro economico, con guerre intestine per la scalata alla Lazio, con la speranza di un domani diverso che si mischiava con il terrore di finire invece nelle mani sbagliate. Il 2-0 della Juventus e l’incubo della beffa, poi i gol di Corradi e Fiore, il trionfo in casa del nemico e quella Coppa Italia festeggiata all’aeroporto tra abbracci e lacrime, urlando SIAMO ANCORA VIVI! Una notte indimenticabile, perché tutti noi avevamo la sensazione che quel trofeo avrebbe segnato al fine di un’epoca, probabilmente irripetibile.

Ed ecco il 13 maggio del 2009, il giorno più bello. Sì, perché è stato il primo trofeo vinto con mio figlio sulle spalle a festeggiare. Come dimenticare gli occhi di un bambino di 6 anni che si guarda intorno incredulo, con quella maglietta celeste di Zarate a fargli da vestito e quella bandiera degli Irriducibili sventolata in modo maldestro. La tua bandiera di Birmingham, il testimone finalmente passato di generazione in generazione, proseguendo una storia familiare iniziata con il mio bisnonno con la nascita della Lazio, all’inizio del novecento. Ricordo la paura di mio figlio prima dei rigori, la sua richiesta di andare via per la paura di vedere infranto dagli 11 metri il suo sogno. E lì, gli ho dato la prima lezione di vita: “restiamo, comunque vada non ci muoviamo di qui e rimaniamo a sventolare la bandiera”. E, alla fine, quel “grazie papà, è stato bellissimo” che non potrai mai dimenticare.

Poi, il 26 maggio del 2013, il giorno del tormento. Il sogno di una vita da tifoso, quello di alzare un trofeo in faccia al nemico di sempre, messo in un cassetto per coerenza: una parola sempre più in disuso. La coerenza di chi nel 1994 ha deciso di non andare più a vedere il derby allo stadio, la coerenza di chi ha deciso di non mettere più piede all’Olimpico fino a quando ci sarà questo personaggio alla guida della Lazio. Una scelta che non è e non è mai stata dettata dai risultati, ma da altro: da valori che consideri da sempre importanti e che hai visto calpestati tante, troppe volte per far finta di nulla. Tante, troppe volte per poter pensare di perdonare e di fare marcia indietro, qualunque cosa succeda. Perché c’è chi va a seconda del vento, chi cavalca qualsiasi onda e chi invece porta avanti (nel bene o nel male, nella buona o nella cattiva sorte) un ideale, senza preoccuparsi di essere maggioranza o minoranza. Perché, altrimenti, in quel freddo inverno del 1966 non avrei scelto la Lazio, una squadra che stava andando incontro alla seconda retrocessione della sua storia.

Infine, la “perla” di ieri sera, vissuta ancora una volta con mio figlio, stavolta a casa e non allo stadio, ma non per questo meno bella ed emozionante. Perché il rapporto tra padre e figlio a volte si racchiude in un abbraccio, in un sorriso, in uno sguardo che parla più di migliaia di frasi buttate lì, in quegli occhi che sono quasi un oceano in cui perdersi dolcemente.

Le perle delle coppe e degli scudetti vinti, ma visto che siamo a Roma, città in cui il derby è questione di vita o di morte (sportiva, s’intende…), ci sono anche le date cerchiate in rosso delle storiche débâcle degli altri, Senza stare a ricordare tutte le finali di Coppa Italia perse da “quelli”, basta ricordare due date: il 22 e il 30 maggio. Il giorno della finale di Coppa Uefa persa nel 1991 contro l’Inter e quello della finale di Coppa dei Campioni persa (anche quella all’Olimpico…) contro il Liverpool. Due scampati pericoli, ma anche (per chi ci crede) un piccolo segno del destino: loro ci sono andati vicino, noi l’abbiamo afferrato e sollevato al cielo quel trofeo europeo che manca nella loro bacheca. Una bacheca sempre più impolverata…




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

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