15 Maggio 2019

Forza Lazio, sempre e comunque...
di Stefano Greco

Non siamo in Inghilterra, ma in Italia, quindi sappiamo benissimo tutti quanti che un successo nella finale di Coppa non vale e non varrà mai come un titolo, neanche lontanamente. Semmai, viene considerata una sorta di premio di consolazione, alla stregua del tombolino quando si gioca a tombola, meno di quella cinquina che potrebbe essere paragonata alla conquista di un posto in Champions League. Non lo dico per sminuire l’avvenimento, perché io alla Coppa Italia ci ho sempre tenuto, perché mi ha regalato sensazioni uniche: penso a quel Lazio-Milan che nella scala delle emozioni e delle mie gioie calcistiche sta poco sotto i due scudetti e alla pari con Lazio-Vicenza. Penso a quello che ha rappresentato il 26 maggio, perché una sconfitta nell’unica finale tutta romana avrebbe avuto per noi lo stesso effetto che ha avuto la sconfitta di Waterloo per Napoleone. Penso, soprattutto, al 13 maggio del 2009, a quella finale vinta contro la Sampdoria ai rigori vissuta con mio figlio sulle spalle che esultava e piangeva dalla gioia per il primo trofeo della sua vita da laziale. Quindi, guai a chi mi tocca la Coppa Italia. Però…

Però lo sappiamo tutti che una vittoria contro l’Atalanta cancellerebbe solo in parte la delusione per quello che doveva essere e non è stato, soprattutto calcolando il punto di partenza, le promesse e le fandonie raccontate da quel 20 maggio 2018 in poi. Così come sappiamo tutti che un successo contro l’Atalanta non cambierà in nessun modo la storia della Lazio, perché il nostro oggi è simile a ieri e l’altro ieri e a meno di miracoli sarà lo stesso domani, dopodomani e negli anni a venire. E, forse, è proprio questa la cosa che fa più male, è la consapevolezza che nulla cambierà a togliere il sale e il pepe, il sapore a qualsiasi cosa.

Ma, nonostante tutto questo, non credo esista un solo laziale che non voglia vincere questa Coppa. E se non è così, significa che non è laziale. Perché Lotito è sicuramente insopportabile e il responsabile principale del distacco di tanti dalla Lazio e delle fratture nate nel mondo Lazio, ma quando la Lazio vince io sono contento e proprio non ci penso a Lotito, a Tare e a tutto il resto. Questo deve essere ben chiaro, a tutti. E non mi interessa se oggi c’è chi tifa contro per poter sparare a zero domani così me ne frego se qualcuno aspetta questo successo per riaccendere il fuoco del finto entusiasmo. Problemi loro, problemi di chi da anni usa successi o insuccessi per tirare acqua al proprio mulino. Io non ho mai cambiato idea, né dopo il 26 maggio né dopo il preliminare di Champions League perso con il Bayer Leverkusen o la Champions persa sul filo di lana lo scorso anno contro l’Inter. E il mio giudizio sul personaggio in questione o la mia idea su quello che sarà il futuro della Lazio, non è assolutamente condizionata o condizionabile dal risultato di questa sera.

Ci tengo a vincere perché tifo Lazio, oramai da 52 anni. Ci tengo a vincere perché anche se considerò questa rivalità cittadina la vera palla al piede della Roma calcistica (lo è per loro quanto per noi, sia ben chiaro…), superare i rivali nel numero di trofei vinti nella storia vale pur sempre qualcosa. E in tempi di carestia, va bene qualsiasi cosa per riempire la pancia. Ci tengo a vincere anche perché non vorrei consentire a qualcuno di usare un eventuale sconfitta nella finale di questa sera per liquidare quello che è successo negli ultimi 12 mesi tagliando la testa a Simone Inzaghi, accollando all’allenatore la responsabilità del fallimento di un progetto in realtà mai nato, di quella Ferrari tarocca presentata da qualcuno al popolino.

Il mio sogno, invece, è quello di vedere e sentire Simone Inzaghi che, con la Coppa Italia stretta tra le mani detta le sue condizioni per restare alla guida della Lazio, pronto a salutare tutti se non viene accontentato. Perché da troppi anni qualcuno scarica sull’ambiente, sui giocatori e sugli allenatori colpe che si dovrebbe accollare in prima persona. E dopo 15 anni, sarebbe l’ora di vedere un finale diverso alla solita storia.

“Penso che non si debba decidere da un'unica partita. Penso che si deciderà al termine della stagione con la società. Non è questo il momento per parlarne”.

Così Simone Inzaghi ha liquidato la domanda (scontata) sul futuro, su quello che sarà il post finale di Coppa Italia suo e della Lazio. E ha fatto bene, perché questi 37 mesi di lavoro non possono essere giudicati da un gol segnato o subito questa sera, oppure da un calcio di rigore realizzato o sbagliato. Così come a decidere il destino di Delio Rossi non è stata quella palla calciata in rete da Ousmane Dabo nella finale con la Sampdoria. E proprio quel divorzio tra Delio Rossi e la Lazio, secondo me, è il peccato mortale di questa gestione, l’origine di tutti i mali. Perché Delio Rossi la qualificazione alla Champions League l’aveva centrata già il secondo anno e in quei 4 anni aveva gettato delle basi solidissime (tattiche e tecniche) da cui partire per realizzare qualcosa d’importante. Invece quel bambino è stato ucciso in culla ad agosto del 2007, quando Lotito ha mostrato il suo vero volto portando in dote a Delio Rossi come premio per la Champions League appena conquistata Artipoli e Vignaroli, diventati loro malgrado un simbolo (negativo) di questa gestione. E la stessa cosa si è ripetuta nell’estate del 2013 (quella dell’annuncio all’assalto del Nord e che si è chiusa pochi mesi dopo con l’addio di Petkovic) oppure nell’estate del 2015, con Stefano Pioli usato come capro espiatorio da una società che vuole crescere ma solo a parole.

Qualcuno dirà: “Sì, ma oggi dobbiamo pensare solo alla partita con l’Atalanta e alla Coppa”. Vero, sacrosanto. Ma è giusto dirle e scriverle oggi queste cose perché domani ci sarà la solita reazione della pancia ad un successo o ad una sconfitta e come sempre finirà tutto (nel bene o nel male…) in caciara.

Invece, è proprio questo il nodo della questione. Non la presenza o no di Inzaghi nel prossimo futuro sulla panchina della Lazio o l’arrivo di De Zerbi, ma cosa e chi verrà messo a disposizione di Simone o del suo successore. E questo non sarà determinato dalla conquista o no della Coppa Italia. Perché una società seria non cambia idee o budget a seconda di un successo o di una sconfitta della partita di questa sera che se vinta porterebbe al massimo 3 milioni di euro in più nelle casse della società (tanto vale giocare la Supercoppa) o al massimo 10 se la qualificazione alla prossima Europa League dipendesse solo ed esclusivamente dalla conquista della Coppa Italia. Una società seria e con le idee chiare, a maggio già ha programmato tutto. Ha le idee chiare non solo sul domani, ma se esiste un progetto reale anche sul dopodomani e il dopodomani ancora, con piccole variabili legate ai “fattori imponderabili” tanto cari a qualcuno. Ma quella “società seria”, purtroppo, non è la Lazio di oggi, non è questa Lazio. Ed è proprio questa consapevolezza a rendere un po’ meno gioiosa e festosa questa giornata. Anche se il sogno di tutti è vedere la Lazio sul palco e quei coriandoli bianchi e celesti sparati in aria insieme a quelli tricolori al momento della premiazione. Perché chi è laziale, tifa per la vittoria della Lazio! Sempre e comunque…




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

142.353 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,258
Variazione del -0,32%