09 Maggio 2019

Declino Capitale...
di Stefano Greco

“Roma? È un salotto da attraversare in punta dei piedi”. Così Alberto Sordi, uno dei romani più famosi nel mondo, descriveva tanti anni la sua città, quella Capitale che amava in modo viscerale e che i turisti definivano “un museo a cielo aperto”. Già, una volta Roma era tutto questo e tanto altro ancora, perché in nessun’altra città del mondo si possono trovare racchiusi nelle mura di una città più di 2500 anni di storia, anche religiosa.

C’era una volta Roma, insomma, la capitale del mondo, la città elegante che accoglieva e stupiva i visitatori con il fascino senza tempo delle sue rovine e della maestosità dei suoi monumenti, ma anche con il sorriso, l’allegria e la goliardia della gente che in quella città ci viveva e ostentava con orgoglio la propria “romanità”. Una città che per un decennio è stata anche la Capitale del calcio italiano, grazie a due imprenditori, anche loro romani, che pur essendo diversissimi uno dall’altro hanno raggiunto la vetta e poi sono stati spazzati via proprio da chi li aveva messi alla guida della Lazio e della Roma. Già, perché una volta Roma era anche il centro del potere politico ed economico. E politica e potere economico da sempre vanno a braccetto, perché l’uno ha bisogno dell’altro. E ai vertici di quel potere c’erano dei grandi personaggi che erano anche tifosi di calcio: di Roma e Lazio, ma soprattutto del calcio capitolino.

Perché parlo di tutto questo, proprio ora? Perché la Roma che ho descritto prima non esiste più. Quel salotto di cui parlava Alberto Sordi è sporco e trascurato, quel museo a cielo aperto si è trasformato in una discarica a cielo aperto e al fervore degli anni 90 e dell’inizio del terzo millennio si è sostituita una sorta di rassegnazione che ha tolto il sorriso alla gente e, soprattutto, la speranza in un domani diverso. Un “declino Capitale” che sembra inarrestabile e che coinvolge tutta la città. Basta girare per le vie del Centro per toccare con mano questo declino: attività commerciali chiuse, serrande abbassate, oppure vetrine di negozi chiusi da anni riempite di scritte che dando il senso di abbandono. Corso Vittorio Emanuele, lo stradone che porta dal Vaticano a piazzale Argentina e a piazza Venezia, è il simbolo di questo declino, l’immagine di una città che sta morendo lentamente. Una città senza cantieri aperti, senza investimenti e quindi senza prospettive di crescita, a media e lunga scadenza. Una città che ha accettato in silenzio la chiusura della sede di SKY trasportata in blocco a Milano, una città che sta perdendo aziende che si spostano a Nord portandosi dietro miliardi di euro che prima venivano spesi a Roma e che ora entrano nelle casse di altre città, Milano in testa. E da romano, anche se duole dirlo, ora la vera Capitale di questo Paese è proprio Milano, una città che negli anni di Tangentopoli ha subito lo stesso declino che sta vivendo oggi Roma ma che si è risollevata.

Per capire lo stato di declino di Roma, non serve spostarsi fino a Milano, basta scendere a Napoli. Già, proprio Napoli, quella che fino ad un decennio fa veniva considerata la Capitale del degrado e che oggi è un’altra città. Con mille problemi irrisolti e forse irrisolvibili, per carità, ma agli occhi di chi la visita a distanza di anni Napoli è una città che si sta risollevando e lo si percepisce da tante piccole cosa. Così come chi è nato e cresciuto a Roma percepisce il declino e l’assenza di prospettive che sta trascinando sempre più in basso la Città Eterna. E non è un problema legato alla presenza della Raggi o del governo a 5 Stelle, perché Roma è stata saccheggiata per decenni da chi c’era prima e quello che si vede oggi altro non è che il risultato di anni e anni di sperperi e ruberie che hanno portato all’attuale declino. L’attuale amministrazione sta tentando di tappare buchi di bilancio e buche causate da decenni di abbandono, ma sembra di assistere al tentativo di chi cerca di evitare l’affondamento di una nave con la chiglia squarciata armato solo di secchi e di buona volontà. E all’assenza di prospettive e di speranza in una possibile inversione di rotta, sta rendendo vano agli occhi della gente anche questo tentativo per evitare il naufragio.

Discorso politico ed economico, soprattutto, ma anche sportivo. Stadio Flamino abbandonato, Palazzetto dello Sport chiuso da un anno con la seconda squadra di basket della Capitale costretta a giocare il campionato di A2 addirittura a Ferentino. Assenza di strutture, di palestre, impossibilità o quasi di poter costruire qualsiasi impianto sportivo, a causa della corruzione dilagante figlia di una burocrazia che rende tutto difficile, peggio che scalare l’Everest a mani nude. Qualche giorno fa, Pallotta ha detto che l’iter per la costruzione dello Stadio della Roma è in linea con i tempi di costruzione del Colosseo. Sbagliato. La prima pietra per la costruzione dell’Anfiteatro Flavio è stata posta nel 72 dopo Cristo e nell’80 dopo Cristo il Colosseo era pronto e funzionante. Uno stadio in grado di contenere un numero di spettatori stimato tra le 50.000 e le 75.000 persone: maestoso, in grado di resistere a guerre, terremoti, bombardamenti, al declino dell’Impero Romano e quindi all’abbandono e all’usura del tempo. Il Flaminio ha resistito 50 anni. E dello Stadio della Roma se ne parla dai tempi di Dino Viola, ovvero da più di 30 anni e i primi passi per la costruzione dell’impianto di Tor di Valle sono stati mossi 6 anni fa, il progetto è stato presentato 4 anni fa e siamo ancora lontani, lontanissimi dalla posa della prima pietra. Altro che Colosseo, qui siamo quasi ai tempi di costruzione della Sagrada Familia di Barcellona, opera iniziata nel 1882 e ancora ben lungi dal vedere la fine dei lavori. E non parliamo dello Stadio della Lazio, perché lì siamo addirittura alla farsa…

Il declino della Capitale ha coinvolto come dicevo all’inizio anche la Lazio e la Roma, due società che stanno ai vertici perché hanno alle spalle un bacino d’utenza enorme che gli consente di incassare decine di milioni di euro di diritti tv, ma che non hanno prospettive di crescita e rischiano di essere superate anche da società senza storia come l’Atalanta ma che hanno alla guida imprenditori veri, che hanno costruito dal nulla o quasi un impero finanziario come ha fatto Percassi e non aziende che vivono solo ed esclusivamente grazie ai soldi versati sotto forma di appalti dalla politica.

Ma torniamo al discorso del potere politico e bancario che ha consentito la crescita sportiva di Roma e Lazio. E per spiegare di cosa parlo uso le parole usate da Sergio Cragnotti in un’intervista di 5 anni fa .

“La Banca di Roma negli anni Novanta governava il territorio romano, in tutti i campi, compreso quello sportivo. Calleri all’epoca aveva rapporti con la banca tramite la sua società di vigilanza e furono loro a traghettare la società da lui a me. La pagai 30 miliardi, una cifra enorme per l’epoca, ma rappresentava un buon investimento per diversificare la mia attività. Roma è una città importante, è la Capitale e volevo dare un indirizzo strategico per spostare verso Sud l’asse del calcio italiano, spezzando quell’egemonia di città come Torino e Milano che avevano dominato da sempre la scena. Essendo Roma una città politica più che industriale, è normale il coinvolgimento di determinati personaggi nella conduzione delle società romane, e di conseguenza del calcio italiano. Perché il calcio garantisce un grande ritorno di immagine e di pubblicità. Quindi non trovo strana la presenza di personaggi come Geronzi nelle vicende calcistiche che riguardavano direttamente la Lazio. Quindi la città di Roma e la banca che di questa città era un grande punto di riferimento sia per noi che per la Roma. Il calcio, oltre a dare grande visibilità, è un elemento fondamentale nella struttura socio-politico-economica di questo Paese, quindi trovo normale che in tutte le grandi piazze ci siano dei punti di riferimento, dei personaggi importanti che proteggono dall’alto le squadre per le quali tifano o che danno lustro alla città. Basta pensare a quanto ha influito un personaggio come Giulio Andreotti nelle sorti della Roma, ma anche della Lazio. Vale per la città di Roma, ma vale anche per Firenze, Torino, Milano. Vogliamo parlare di quanto ha influito la presenza di una banca importante come il Monte dei Paschi sulla crescita sportiva della città di Siena, che con meno della metà degli abitanti del quartiere più piccolo di Roma ha avuto per anni una squadra che dominava la scena del basket italiano e una squadra di calcio in Serie A? E poi, sparita la banca è crollato tutto e Siena più né il calcio né il basket. Soldi e potere hanno sempre viaggiato a braccetto con il mondo del calcio. Sempre. Io e Franco Sensi abbiamo combattuto per anni per cambiare la storia e, risultati alla mano, si può dire che la nostra battaglia l’abbiamo vinta, perché durante la nostra gestione Roma è diventata la vera capitale del calcio, anche a livello di risultati. Abbiamo fatto investimenti importanti per portare il Sud a competere con lo strapotere del calcio del Nord. Franco Sensi, in modo particolare, ha fatto tantissimo in questo senso. Prima del nostro arrivo, a Roma non voleva venire nessun giocatore. Anzi, Roma era vista dalle grandi società del Nord come una sorta di serbatoio a cui attingere. Qui arrivavano bravi giovani che venivano lanciati e poi finivano regolarmente al Milan, all’Inter e alla Juventus. Con noi alla guida, tutti volevano partecipare al progetto della Lazio e della Roma, anche perché vincere qui aveva un significato particolare. Poi qualcosa si è rotto e oggi stiamo nuovamente come stavamo prima del mio ingresso e quello di Sensi alla guida della Lazio e della Roma. È il mio grande rammarico, perché avevo tracciato un percorso che purtroppo non è andato fino in fondo a compimento a causa della grave crisi economica che ha colpito il gruppo  cui faceva riferimento la Lazio, il gruppo-Cirio: ed è stata la Lazio a pagare le maggiori conseguenze di quella crisi. All’improvviso la società si è trovata senza un gruppo alle spalle, senza punti di riferimento, ma la situazione debitoria non era preoccupante, perché avevamo un grande parco giocatori e perché, volendo, potevamo fare cassa vendendo: come facemmo nell’estate del 2002 cedendo Nesta e Crespo e incamerando oltre 70 milioni di euro. E nonostante quelle cessioni, l’anno successivo la squadra lottò per lo scudetto, conquistò la qualificazione alla Champions League e arrivò a un passo dalla finale di Coppa Uefa. Io, al 31 dicembre del 2002, ho lasciato un bilancio in linea con il progetto. Avevamo un patrimonio immobiliare importante, un parco giocatori tra i primi in Italia e in Europa, e io stavo convincendo grandi imprenditori internazionali a investire nella Lazio. C’era un piano ben preciso che fu interrotto bruscamente per volontà della Banca di Roma. E oggi tutti parlano della gestione-Cragnotti, ma nessuno parla di quello che successe dopo la mia uscita di scena sotto la gestione-Capitalia, voluta da chi guidava la banca di riferimento della Lazio. Nessuno parla di quei 16 mesi che sono stati fondamentali per determinare la situazione economica che poi ha ereditato Lotito. E anche Lotito parla sempre di gestione-Cragnotti ma non accenna mai a quello che è successo dopo la mia uscita di scena”.

Già, come dice Cragnotti oggi sembra di essere tornati indietro di quasi 40 anni, agli anni in cui Roma e Lazio raccoglievano le briciole lasciate da altri. E come la Juventus ha ripreso a dominare ed Inter e Milan hanno rialzato un po’ la testa, ecco che Roma e Lazio rischiano di restare fuori dai giochi, fuori anche da quella Champions League che oramai è indispensabile per sperare di restare a galla. Nel caso della Roma per restare a galla anche economicamente, nel caso della Lazio per dar corpo ad ambizioni che per ora solo legate più a parole e proclami che a fatti concreti. E come nel caso della città, anche a livello sportivo il declino è evidente e non si vedono prospettive di crescita a breve o medio termine. Roma è una città che nella storia è stata in grado di rinascere sempre dalle sue rovine e dalle sue ceneri. E non a caso viene chiamata la “città eterna”. Ma la fiducia e la seranza dei romani nell’ennesima rinascita o in un futuro roseo, per la città come per Roma e Lazio, oramai è ridotta ai minimi termini. Purtroppo…




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

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