08 Maggio 2019

Anfield Road, il teatro dei sogni...
di Stefano Greco

Anfield Road è un tempio, un teatro in cui, nonostante il nuovo look, quando entri per la prima volta ti sembra di fare un viaggio nel tempo in cui ripercorri la storia del calcio e respiri calcio vero. Ieri, in quell’arena stracolma, traboccante d’entusiasmo e di speranza, gli Dei del calcio si sono divertiti a lanciare i dadi del destino e a cambiare un qualcosa che sembrava già scritto. E proprio quel finale, imprevisto e imprevedibile, ha regalato ai 50.000 di Anfield Road e a decine e decine di milioni di tifosi incollati davanti allo schermo, quasi ipnotizzati dalle immagini che arrivavano live da Liverpool, un qualcosa di straordinario, impossibile da dimenticare. E, soprattutto, un pieno di emozioni che riconcilia con il calcio.

Come ho scritto ieri sera a caldo, stordito, scosso, emozionato per quello che ho visto in quei 50 minuti entrati direttamente nella storia, “Chi ama il calcio e il tifo, ama il calcio inglese. Chi ama il calcio inglese e il tifo, non può non restare affascinato dal Liverpool, da Anfield, dalla magia della Kop e dalla potenza di quel YOU'LL NEVER WALK ALONE che ti scuote al punto da strapparti la pelle..”..

Chi non ha provato sensazioni simili ieri in quel secondo tempo assurdo, illogico e al tempo stesso magnifico di Liverpool-Barcellona, non ama veramente il calcio. Chi non ha provato brividi vedendo l’esultanza dei giocatori e dei tifosi al fischio finale, con Klopp che sorrideva, correva impazzito per il campo abbracciando tutti con lo sguardo del bambino choccato perché sotto l’albero di Natale ha trovato quel regalo che mai avrebbe neanche osato sognare di ricevere, non conosce il vero significato del termine EMOZIONE. Chi non si è commosso fino alle lacrime sulle note di YUO’LL NEVER WALK ALONE finale, vedendo giocatori e pubblico uniti in quel coro, oppure il quasi settantenne Kenny Dalglish pescato dal regista mentre  abbracciato agli altri dirigenti del Liverpool cantava a squarciagola ondeggiando le note di quell’inno, secondo me non ama né lo sport in generale, né il calcio in particolare. Ed è tifoso solo a parole…

Lo confesso, ieri mi sono emozionato come non mi succedeva da anni, perché da tifoso mi sono immedesimato in ognuno dei 50.000 tifosi dei Reds, ma anche in quelli del Barcellona che per il secondo anno consecutivo sono entrati nella storia ma dalla porta sbagliata, quella dei perdenti. “Fracaso historico” (fallimento storico) ha titolato oggi a tutta pagina il quotidiano sportivo madrileno Marca. Probabilmente con un pizzico di sadismo, perché a Madrid nessuno voleva vedere il Barcellona alzare al cielo la Champions League al Wanda Metropolitano la notte del 1 giugno. Ma il tonfo del Barca di Valverde e Messi è storico quanto il trionfo del Liverpool e, aggiunto al “fracaso” dello scorso anno all’Olimpico, quando il Barcellona riuscì a vanificare un altro vantaggio di 3 gol accumulato all’andata contro la Roma, non fa altro che alimentare la leggenda del Messi splendido perdente, del giocatore destinato ad entrare nella storia più per quello che ha perso che per quello che ha vinto. E lo sguardo di Messi, incredulo davanti a quel “fracaso” che si stava materializzando, unito alla disperazione dei tifosi del Barca cercati impietosamente dal regista sugli spalti accasciati su quei seggiolini rossi con le mani tra i capelli e lo sguardo perso nel vuoto, non può non colpire un tifoso vero quanto la gioia e l’esultanza di giocatori e tifosi del Liverpool.

Perché, specie noi laziali, che da sempre viaggiamo sull’ottovolante passando alla velocità della luce dalla gioia alla disperazione e viceversa, non possiamo restare insensibili davanti a quelle immagini. Certo, notti come quelle di Tenerife e di Salisburgo, oppure come quella del 20 maggio dello scorso anno, non possono essere paragonabili per importanza a quella di ieri sera. Ma chi le ha vissute si ricorda bene di essersi sentito come se qualcuno gli avesse strappato il cuore, oppure svuotato come se all’improvviso una mano divina gli avesse strappato via tutte le ossa dal corpo. Così, ad esempio, mi sono sentito il 20 maggio del 1973 a Napoli, per quello scudetto svanito all’ultimo minuto dell’ultima giornata di campionato. Come i tifosi del Liverpool, invece, mi sono sentito il giorno di Lazio-Vicenza, a Napoli sugli spalti del San Paolo al fischio finale di Casarin due settimane dopo, oppure la notte del 29 aprile del 1998 alla fine di quel Lazio-Milan o il 14 maggio del 2000 quando la voce di Riccardo Cucchi da Perugia ci ha consegnato ufficialmente lo scudetto più incredibile nella storia del calcio italiano.

Di questo vive un tifoso, di emozioni. Che siano gioie o dolori, a volte dipende solo dal fato, dall’esito finale di  quel giro di dadi che gli Dei del calcio si divertono a lanciare su quel prato verde che somiglia tanto al tavolo da gioco di un casinò. Quello che si chiede ad una società di calcio, o meglio, quello che chiedono i tifosi ai loro presidenti o dirigenti, è gettare basi solide e reali per edificare un sogno, seminare in modo concreto e non a parole con la speranza di poter raccogliere un giorno il raccolto sperato. Perché senza ingredienti come sogno ed emozione, il calcio (ma vale anche per altri sport) si riduce veramente all’immagine che ne danno tanti che non sono tifosi: 22 scemi che corrono in mutande su un prato verde per inseguire un pallone. Con intorno altre migliaia di scemi che. Magari, si scannano per incitarli.

Invece, non è così. Il calcio, quello vero, è quello che abbiamo visto ieri sera ad Anfield Road. E le emozioni sono quelle che hanno vissuto i tifosi del Liverpool e del Barcellona, insieme a milioni di tifosi che si sono immedesimati negli uni o negli altri in quei 95’ minuti entrati direttamente e dalla porta principale nella storia del calcio. E che di mezzo ci fosse una squadra inglese, non è un caso. Perché in Inghilterra si respira un’aria diversa da quella che si respira entrando negli stadi italiani. E chi c’è stato almeno una volta, di recente, sa benissimo di che cosa parlo. Vale per gli stadi come per la liturgia che precede l’evento; vale per quello che fanno i giocatori in campo e per come si vive l’evento grazie a teatri completamente diversi da quelli italiani. Stadi fatti per il calcio, stadi in cui si vede e si vive la partita. Stadi nel cuore delle città, magari incastrati tra i palazzi, senza centri commerciali o nuovi quartieri costruiti intorno al teatro con la scusa dello stadio. Basta andare a Liverpool o a Manchester, basta fare un giro per Londra e vedere dove sono posizionati gli stadi, compreso l’ultimo nato, quello del Tottenham, edificato sulle ceneri del vecchio White Hart Lane. Perché è il teatro e quello che c’è dentro che conta e che regala emozioni e brividi, non quello che c’è fuori. Per questo Anfield Road è, in assoluto, il vero teatro dei sogni. Con la Kop e quel YOU’LL NEVER WALK ALONE a rendere tutto ancora più magico…




Accadde oggi 19.07

1982 Nasce a Roma Diego Favazza
2001 Riscone di Brunico - Lazio-Olympiakos Nicosia 1-0
2004 Sendai - Vegalta-Lazio 2-2
2006 Unterchutzen - Steierselektion-Lazio 0-5
2008 Auronzo di Cadore, stadio Rodolfo Zandegiacomo - Lazio-Auronzo 7-0

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 12/7/2019
 

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