16 Aprile 2019

Le classifiche? Le fanno leTV...
di Stefano Greco

Classifica degli ascolti TV della stagione 2017-2018 stilata in base ai dati forniti dalla Lega Calcio di Serie A

C’era una volta il calcio delle grandi favole, quello in cui anche i tifosi del Cagliari e del Verona potevano festeggiare uno scudetto, quello in cui formazioni di provincia appena salite in Serie A come il Perugia e il Vicenza potevano sognare ad occhi aperti per un’intera stagione il tricolore e quel sogno infranto non lasciava rimpianto ma l’orgoglio per essere arrivati ad un passo dal compiere un’impresa clamorosa. Era un calcio più povero, un calcio in bianco e nero con stadi sempre stracolmi in cui la TV aveva un piccolo spazio domenicale la sera con la sintesi di una partita di Serie A che andava in onda alle 19 sul primo canale prima del TG delle 20. Era un calcio fatto di stadi stracolmi, di società che facevano più di 70.000 abbonati (il Napoli di Savoldi, il Milan di Sacchi…) e che vivevano sì dei soldi dei grandi magnati proprietari dei club ma, soprattutto, dei miliardi versati ogni settimana dai tifosi con l’acquisto dei biglietti e che rappresentavano quasi il 100% dell’intero fatturato: visto che gli sponsor non esistevano e la RAI versava pochi spiccioli…

Quel mondo non esiste più e molti di quelli che, come il sottoscritto, sono cresciuti come tifosi di calcio in quegli anni, hanno quasi rimosso il ricordo di quei tempi. Indietro non si torna, questo è poco ma sicuro, perché è cambiato il mondo che ci circonda e pensare di poter arrestare il progresso è come illudersi di poter svuotare un oceano armati di secchiello. Non si torna indietro, anche perché i veri padroni del giocattolo non sono più né la Federcalcio né la Lega, ma neanche i presidenti e tantomeno i tifosi, relegati oramai in zona retrocessione in questa classifica. Il calcio è in mano alle TV, si è venduto l’anima in cambio di assegni a 7 o addirittura a 8 zeri, concedendo alle TV di stravolgere tutto, di frantumare riti e tradizioni, di spalmare le giornate di campionato addirittura su 4 giorni e in qualsiasi orario, alla faccia di una regolarità che in Italia era già precaria quando si giocava tutti alla stessa ora.

Decidono tutto i padroni delle TV, da un certo punto di vista anche le classifiche finali. Non sono oro a scriverle materialmente, sia ben chiaro, ma spesso e volentieri le pressioni esercitate dalle televisioni condizionano la stesura dei calendari (favorendo certe squadre a cui viene concesso di avere più tempo per recuperare e svantaggiando altre costrette a dei veri e propri tour de force), l’operato degli arbitri e di conseguenza l’andamento del campionato. Perché se un arbitro sbaglia contro una grande squadra che ha milioni di tifosi (e quindi di abbonati alle piattaforme a pagamento), il processo mediatico scatta automatico e spesse e volentieri si trasforma in un vero e proprio linciaggio, con sospensione automatica dell’arbitro da parte dei vertici dell’AIA. Al condizionamento che esiste dalla notte dei tempi legato al blasone delle squadre (quella che una volta veniva chiamata “sudditanza psicologica”), ora si è aggiunto quello mediatico e a rimetterci è, di conseguenza, chi ha meno potere. Nel nostro caso, le società che fanno meno audience. Perché se è vero che un Leicester che vince la Premier League provoca picchi di ascolto e fa vendere a peso d’oro il prodotto, è altrettanto vero che la favola del Leicester è la classica eccezione alla regola, perché oramai tutti i campionati più importanti sono dominati dai club che, guarda caso, stanno in cima alle classifiche degli ascolti TV.

Sia ben chiaro, la Juventus in Italia vince da sempre e gli 8 scudetti consecutivi non sono legati al potere televisivo, ma ad un progetto ben preciso varato quasi 10 anni fa dalla società con investimenti cospicui e mirati in un  periodo in cui tutti i grandi club che avevano dominato la scena nel decennio precedente avevano problemi economici, con Lazio e Roma in testa. Ma se la classifica della foto dell’articolo (relativa agli ascolti TV della stagione 2017-2018 e stilata sui dati ufficiali forniti dalla Lega Calcio) rispecchia alla perfezione o quasi la classifica attuale del campionato, diventa difficile parlare di casualità o di coincidenza, soprattutto alla luce di quello che sta succedendo da qualche settimana a questa parte.

Questo non significa recitare il ruolo delle vittime, significa semplicemente prendere atto della realtà, ovvero che al contrario di quanto sostiene il proprietario della Lazio, vince chi più spende. E, di conseguenza, spende di più chi riesce ad incassare di più. Perché la classifica degli ascolti TV, rispecchia alla perfezione la classifica della spartizione dei diritti tv, di quella torta da un miliardo e mezzo di euro che si dividono le società di Serie A. E i soldi dei diritti TV condizionano al punto le società che, ad un club come il Chievo, ad esempio, conviene quasi retrocedere in Serie B per sistemare il bilancio. Perché facendo un anno di Purgatorio nel campionato cadetto, per regolamento si possono tagliare anche del 50% le spese (leggi ingaggi dei giocatori), mentre grazie al “paracadute” garantito dalla Lega di Serie A chi retrocede riparte con un bonus (come nel caso del Chievo, reduce da 11 stagioni consecutive in Serie A) di 25 milioni di euro, a cui si aggiungono i soldi dei diritti TV garantiti dalla Lega di Serie B. Insomma, mentre una volta andare in Serie B era una tragedia sportiva ma anche economica, oggi grazie ai soldi garantiti dalle TV per qualcuno retrocedere è quasi un affare.

Stesso discorso anche per i posti a disposizione per le Coppe Europee, Champions League in testa. Se Juventus, Inter, Milan e Napoli garantiscono maggiori ascolti, è chiaro che le televisioni tifino per avere in Champions League quelle quattro squadre. Roma e Lazio possono essere delle alternative, ma se la Lazio fa un terzo in meno degli spettatori di Milan, Napoli e Roma o la metà quasi di quelli dell’Inter, in un Lazio-Inter ultima di campionato con in palio un posto perla Champions League, secondo voi per chi tifa il “sistema”?

Sia ben chiaro, questo non significa che sia già tutto scritto a tavolino prima dell’inizio della stagione e lo dimostra il fatto che il Milan lo scorso anno è entrato in Europa per il rotto della cuffia. Significa solo che le ragioni economiche oramai pesano quanto se non più dei meriti sportivi. Che alla vecchia “sudditanza psicologica” oggi si è aggiunto anche questo ulteriore condizionamento. E per rompere gli schemi, l’unica strada è investire, trovare sempre nuove vie per portare milioni di euro in cassa, fare investimenti per attirare l’attenzione e quindi aumentare l’audience. Ergo, comprare grandi campioni. Perché se la Juventus lo scorso anno era già in testa a questa classifica, quest’anno con la presenza di Ronaldo ha stracciato tutti. È chiaro, Ronaldo se lo può permettere solo la Juventus, ma quella è la strada. E chi sceglie strade diverse o non si adegua, oramai non può neanche più sognare di partecipare al gran ballo. È triste, ma questa è la realtà del nuovo calcio, del calcio delle TV che ha spazzato via il calcio dei tifosi…




Accadde oggi 20.04

1903 Balestrieri si classifica 2° nella Gara di Marcia bandita dalla Esperia Roma.
1930 Cremona, stadio Giovanni Zini - Cremonese-Lazio 1-3
1941 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 3-0
1947 Napoli, stadio Vomero – Napoli-Lazio 0-0
1952 Roma, stadio Torino - Lazio-Atalanta 1-2
1957 Nasce ad Ancona Andrea Agostinelli
1958 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-2
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Brescia 1-0
2005 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-1
2008 Catania, stadio Angelo Massimino - Catania-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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