10 Aprile 2019

Per sempre FELICE
di Stefano Greco

Alla mia età, le emozioni sono legate più ai ricordi che al presente, soprattutto a momenti legati a tante, troppe persone che per anni hanno fatto parte della tua quotidianità e che non ci sono più o che ti hanno regalato emozioni che hai chiuso a chiave nel forziere della memoria, quello in cui custodisci le cose più preziose. Felice Pulici è una di quelle persone, perché per me è stato per me molto più che solo e semplicemente uno degli eroi dello scudetto. Felix, come lo chiamavano noi, è stato un punto di riferimento, un maestro di vita e un esempio di Lazialità, come il suo grande amico e finto rivale Bob Lovati. Per questo, anche se da anni non stava bene, la notizia della scomparsa di Felice Pulici in quella domenica di dicembre senza calcio giocato è una pugnalata ad un cuore che già sanguina di suo da tempo, ferito da tanti, troppi addii prematuri. Qualcuno la chiama la ”maledizione dello scudetto”… Sarà, ma per me è solo la vita, una vita in cui la Giustizia Divina è sempre più assente o comunque latitante. E mi fermo qui, altrimenti il discorso scivolerebbe su un altro piano…

Parlo di Felice oggi, perché ieri ci siamo ritrovati in tanti al Circolo Canottieri Aniene per ricordarlo, in occasione della presentazione del libro “Per sempre Felice”, scritto da Emiliano Foglia e pubblicato da Lazialità. Indipendentemente dalle posizioni o dalle opinioni personali, per me Emiliano e Guido sono due amici, quindi quando ho ricevuto l’invito ho accettato senza SE e senza MA, anche perché di mezzo c’era Felice. Ed è stata la scelta giusta, perché anche se sono tornato a casa con un po’ di magone, è stato bello, bellissimo vedere tanta gente rendere omaggio ad una persona cristallina come Felice, un campione che non ha mai indossato i panni della star e che è rimasto sempre umile. Da Dino Zoff al presidente del CONI Giovanni Malagò, dagli ex compagni di squadra ai giocatori del recente passato che lo hanno avuto come dirigente, tutti hanno sottolineato due qualità che hanno sempre contraddistinto Felice da giocatore prima e da dirigente poi: l’umanità e l’umiltà. E quando sei fatto così, non puoi non entrare nel cuore della gente e restarci, per sempre.

Non era uno facile Felice Pulici, perché era che si accendeva come un cerino avvicinato troppo alla fiamma. E quando accadeva, era un’esplosione, perché perdeva proprio quel controllo che invece è tipico dei portieri, uomini solitari e apparentemente glaciali. Ma solo apparentemente. Perché come mi ha confessato una volta Felice in un’intervista, lui in realtà in campo non si è mai sentito solo: “I calciatori sono tanti, il portiere è uno solo. Nel senso che è unico ma anche che per gran parte della partita si ritrova da solo dentro quell’area enorme. E in quei momenti di solitudine, pensi a tante cose. Io, però, non mi sono mai sentito veramente solo. Specie quando giocavo in casa, alzavo spesso gli occhi verso la collina di Monte Mario che sovrasta lo stadio e guardavo quella Madonnina d’oro. Mi teneva compagnia quell’immagine e mi dava grande tranquillità. Quando giocavamo in trasferta e la palla stava dall’altra parte del campo, pensavo a Tommaso, a Cecco, a tutte le persone care che se n’erano andate troppo presto e a quelle che avevo ancora la fortuna di avere intorno. Per questo, anche nella solitudine del ruolo che avevo scelto, non mi sono mai sentito solo”.

Felice è stato legato a doppio filo per più di trent’anni alla Lazio, come giocatore prima e come dirigente poi. E l’importanza di avere all’interno di una società personaggi che hanno scritto sul campo pagine importanti nella storia di un club, è stata testimoniata da chi Felice lo ha conosciuto quando aveva appeso gli scarpini al chiodo e al posto di quella maglia nera on il numero 1 bianco cucito sulle spalle indossava giacca e cravatta. Da Pancaro a Corradi, passando per Delio Rossi, tutti hanno sottolineato un punto, fondamentale: “Quando avevamo un problema, c’erano sempre Bob e Felice come punti di riferimento. Ti davano il consiglio giusto per risolvere un problema o per non essere fagocitati dall’ambiente di questa città meravigliosa ma difficile per chi gioca a calcio. Ma, soprattutto, in ogni momento nella quiete di Formello ci raccontavano la Lazio, ci trasmettevano la tradizione e la storia, ci spiegavano il valore di quel termine Lazialità e quanto fosse speciale la Lazio rispetto a tutte le altre società”. Tutte cose fondamentali che qualcuno, ancora oggi, purtroppo fatica a comprendere...

Quel “qualcuno” ha causato l’uscita di scena di Felice Pulici dal mondo Lazio nel 2006, come era successo prima con Bob Lovati. Ma non ho voglia di parlare oggi di quel “personaggio”, preferisco chiudere questo articolo con due ricordi piacevoli, riemersi anche nella serata di ieri. Il primo, è legato ad un derby del 28 novembre del 1976. “Una partita che con dei portieri normali sarebbe finita 5-1 per la Roma”, ha detto ieri sera Bruno Giordano, “invece è finita 1-0 per noi e grazie alle parate incredibili di Felice io sono entrato nella storia per quel gol che ci ha dato la vittoria”.

Quel 28 novembre del 1976, Tommaso Maestrelli è in fin di vita, ma a pochi chilometri di distanza dalla clinica in cui è ricoverato il “maestro”, va in scena il derby. Felice Pulici scende in campo e gioca quella che, a detta di tutti, è stata la partita più bella della sua carriera, la partita perfetta. Vola da un palo all’altro, para anche  tiri che sembrano destinati a finire in rete, ma ad un certo punto sembra sul punto di capitolare, perché sull’ennesimo cross pennellato di Bruno Conti, Pellegrini sale in cielo e da due passi colpisce di testa indirizzando il pallone verso l’incrocio dei pali: l’attaccante giallorosso alza già le braccia in segno di esultanza, ma sospinto da una forza misteriosa Felice Pulici ha un riflesso incredibile, inarca la schiena, vola e con la punta delle dita leva il pallone dall’incrocio deviando il pallone in calcio d’angolo.

“Nella vita, ogni gesto tecnico ha una spiegazione – mi ha raccontato qualche anno dopo Felice – ma quell’intervento ha poco a che fare con la tecnica e l’allenamento. Di quell’intervento, non ho nessuna memoria, ricordo solo di essermi ritrovato a terra a chiedermi ‘come è possibile, come ho fatto?’ L’unica spiegazione, è che qualcuno dall’alto mi abbia dato una mano”

L’ultimo episodio, è divertente, legato alla sua grande rivalità con Bob e a una battuta che lo ha tormento per anni. Tutti noi sapevamo che per far arrabbiare Felice bastava dirgli: “Tu sei stato un grande Felice, ma Bob in porta era inarrivabile, specie nelle uscite”. Imbattibile tra i pali, fenomenale nella presa a terra con quelle dita massicce e il fisico da pugile, Felice Pulici ha sempre avuto solo tallone d’Achille: le uscite. Una croce che si è portato sulle spalle da quando nel derby del 31 marzo del 1974, quello di ritorno nell’anno dello scudetto, all’inizio della partita su un cross dalla lunga distanza di Spadoni Felice esce un po’ molle per agguantare un pallone che lo stava superando: si alza, raccoglie la palla che lo sta superando ma sullo slancio fa tre passi indietro con il pallone tra le mani supera la riga di porta. Lui ha sempre giurato che quel pallone non è mai entrato (anche a distanza di più di 40 anni) ma l’arbitro Gonella concede il gol e sul tabellino di quella partita c’è scritto: autorete di Puici. La Lazio lo vince lo stesso quel derby, in rimonta, ma a Roma la storia di Pulici che non sa uscire diventa quasi una barzelletta. Anzi, senza il quasi, diventa una barzelletta vera e propria. Questa…

Un tifoso chiama al telefono di casa Pulici e risponde la moglie: “Pronto signora, buonasera, può passarmi Felice per cortesia?” “Mi dispiace – risponde lei – ma Felice è uscito”“No signora – ribatte il tifoso – guardi bene, non è possibile, Felice non esce mai….”




Accadde oggi 27.06

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Hungaria 3-2
1938 Nasce a Parma Pietro Adorni.
1987 Napoli, stadio San Paolo - Taranto-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/5/2019
 

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