24 Marzo 2019

Johan Cruijff, il mito della mia infanzia
di Stefano Greco

Johan Cruijff è un poster del 1976, scolorito ma conservato gelosamente in un cassetto, di lui che segna con la maglia del Barcellona un gol incredibile. Johan Cruijff è il  VHS del film di Sandro Ciotti, “Il profeta del gol”, consumato a forza di vedere e rivedere le immagini dell’idolo d’infanzia di intere generazioni. Di migliaia di ragazzi che sapevano di non avere un futuro da calciatori ma che provavano a imitare il “profeta” sui campetti di pozzolana e di ragazzini futuri campioni che ripetevano su campetti in erba le magie di quel numero 14 che ha colmato il vuoto lasciato aperto dall’uscita di scena del mito di Pelé fino alla nascita del nuovo mito, Diego Armando Maradona. Questo è stato Johan Cruijff, uno dei più grandi di sempre.

Il mio idolo d’infanzia è stato Giorgio Chinaglia, ma Johan Cruijff è stato per me il Campione con la C maiuscola. Sono cresciuto con il mito di Cruijff, del grande Ajax e di quell’Olanda che aveva sconvolto il mondo del calcio, dentro e fuori il rettangolo di gioco. Quell’arancione acceso è stato una ventata di novità, un colore che tutti volevano indossare in quel periodo, il colore della maglia della mia squadra di classe a Villa Flaminia, imposto proprio dal sottoscritto. Perché quell'Ajax e quell'Olanda sono stati per il calcio quello che sono stati i Beatles nella musica e Picasso nella pittura.

La vita è un susseguirsi di gioie (poche) e dolori (troppi), ma la notizia della morte di Johan Cruijff arrivata il 24 marzo di tre anni fa è stata come un pugno allo stomaco, di quelli che ti arrivano a tradimento, all’improvviso, senza darti neanche il tempo per indurire gli addominali con la speranza di poter attutire il colpo. Una di quelle botte che ti risvegliano i ricordi, come quell’intervista realizzata durante i mondiali di Italia ’90, in cui parlando di tutto all’improvviso mi disse: “L’unico giocatore nel quale mi sono riconosciuto, tra i tanti eredi che mi hanno affibbiato, è stato Bruno Giordano. L’ho visto giocare per la prima volta il 5 novembre del 1975, a Barcellona, in Coppa Uefa. Noi vincemmo facile, ma lui a 19 anni fece delle cose che solo i grandi giocatori sanno fare a quell’età. E ha continuato a farle per tutta la carriera. Un attaccante straordinario, il prototipo dell’attaccante moderno”.

Bruno Giordano lo conosco da sempre. È stato, insieme a Vincenzo D’Amico, uno dei giocatori del mondo Lazio con cui ho legato di più e fin dall’inizio. Forse perché come età erano quelli più vicini a me, forse perché pur essendo completamente diversi, sia nell’uno che nell’altro c’è un qualcosa in cui mi riconosco. A livello caratteriale, sia chiaro, perché calcisticamente parlando siamo lontani anni luce, visto che io ho sempre avuto una sorta di interruzione tra la testa e i piedi perché, fin da quando ho preso per la prima volta a calci un pallone in modo serio, sapevo benissimo cosa fare e come farlo ma loro, i miei piedi, non eseguivano mai gli input che partivano dal cervello. Mentre Bruno e Vincenzo quello che pensavano lo facevano e, spesso e volentieri, gli veniva addirittura meglio di come lo avevamo pensato o immaginato. E Bruno, era uno che viveva sospeso tra il mito di Chinaglia e quello di Johan Cruijff. Si è affermato con la maglia numero 9 sulle spalle, ma ha iniziato a giocare con il numero 7, si è sempre considerato un 10 mancato che potendo scegliere avrebbe indossato la maglia numero 14, quella del suo mito Johan Cruijff.

“Io non ero un centravanti, non lo sono mai stato”, mi ha raccontato Bruno Giordano quando l’ho intervistato per raccontare la sua storia in “Maledetto nove”. “Quel nove me lo sono trovato quasi per caso sulle spalle, perché qualcuno doveva raccogliere l’eredità di Chinaglia. Io, nelle giovanili, giocavo all’ala destra e sognavo di indossare la maglia numero dieci, perché il mio mito era Johan Cruijff e per regolamento all’epoca la maglia numero 14 la indossava una riserva, visto che i numeri dei titolari andavano dall’uno all’undici. Io Cruijff me lo mangiavo con gli occhi le poche volte che in Tv si vedeva qualche partita dell’Ajax o della nazionale olandese. Sono andato non so quante volte al cinema a vedere il film sulla sua vita (Il profeta del gol, con Sandro Ciotti regista e voce narrante), cercavo di imitare i suoi movimenti e mai avrei pensato di fare una carriera da centravanti. Invece per una serie di motivi e di esigenze sono diventato centravanti. Un centravanti per caso più che per vocazione. Ma poi mi è piaciuto. Johan Cruijff era il mito, Giorgio Chinaglia era l’idolo, è stato l’idolo della mia infanzia. Cruijff perché era il più grande di tutti e cercavo di imitarlo sia nelle giocate che nelle movenze. Perché io non ero il classico attaccante da area, quindi mi riconoscevo in lui perché stava ovunque. Pensa che io andavo dal mio barbiere dell’epoca a Trastevere con una foto di Cruijff e gli chiedevo di farmi i capelli come lui. Se mi avesse chiamato al Barcellona, sarei andato di corsa, perché a lui non avrei potuto dire di no, come avevo fatto invece quando Maradona mi chiamò per andare a Barcellona”.

A questo servono i Campioni, a far innamorare intere generazioni di tifosi e di ragazzi che dal fare il tifo, sugli spalti o a bordo campo come raccattapalle, passano poi a calcare quell’erba verde provando a imitare le movenze dei loro idoli, destinati a restare immortali. Già, perché anche se sono già tre anni che il “Profeta del gol” ci ha lasciato, il ricordo di quello che è stato resterà per sempre impresso nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare , nei libri in cui si narra la storia del calcio o in film come quello realizzato da Sandro Ciotti che merita di essere rivisto anche se lo conosci a memoria…

https://www.youtube.com/watch?v=Y1L_hz21VP4

Non è vero che il tempo cancella e attenua tutto Johan, mito della mia infanzia. Perché con te quel 24 marzo del 2016 se n’è andato anche un pezzo della mia e della nostra gioventù…




Accadde oggi 20.04

1903 Balestrieri si classifica 2° nella Gara di Marcia bandita dalla Esperia Roma.
1930 Cremona, stadio Giovanni Zini - Cremonese-Lazio 1-3
1941 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 3-0
1947 Napoli, stadio Vomero – Napoli-Lazio 0-0
1952 Roma, stadio Torino - Lazio-Atalanta 1-2
1957 Nasce ad Ancona Andrea Agostinelli
1958 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-2
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Brescia 1-0
2005 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-1
2008 Catania, stadio Angelo Massimino - Catania-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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