21 Marzo 2019

21.3.2004: il derby del bambino morto
di Stefano Greco

In 80 anni di derby a Roma abbiamo visto di tutto, veramente di tutto, compresa purtroppo la morte di un tifoso sugli spalti dello Stadio Olimpico. Ma nel libro in cui sono racchiusi tutti gli avvenimenti e gli aneddoti di 150 derby di campionato (che diventano 188 aggiungendo le sfide di Coppa Italia e quelle non ufficiali), quello che è successo il 21 marzo del 2004 èun qualcosa di impossibile da dimenticare. Già, perché quella Stracittadina è entrata nella storia non per il successo di una delle due squadre o per l’impresa leggendaria di qualche campione, ma per un avvenimento che a distanza di 15 anni fa ancora discutere e divide. Sì, perché quel derby non è arrivato al novantesimo, è stato sospeso al 28’ del secondo tempo su richiesta dei tifosi e a distanza di anni è ricordato come “Il derby del bambino morto”. Come il titolo del bellissimo libro scritto da Valerio Marchi, giovane tifoso e scrittore scomparso qualche anno fa.

In realtà, al contrario di quanto avvenne il 28 ottobre del 1979, quel giorno non c’è stato nessun morto, perché quella della morte di un bambino travolto da un blindato della Polizia era in realtà solo un boatos, una di quelle voci incontrollate, di quelle leggende metropolitane nate chissà come che passando rapidamente di bocca in bocca come una sorta di telegrafo senza fili assumono il carattere di verità e alla fine esplodono in modo fragoroso. Proprio come un boato. Ma al contrario di quanto avvenne il giorno della morte di Paparelli, quando in nome di quello “show must go on” e dei famosi “motivi di ordine pubblico” che impongono di giocare a ogni costo (come in occasione della strage dell’Heysel o della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina) passando sopra la morte dei tifosi, quella notte sono stati proprio i tifosi a dire basta, a imporre lo stop allo show. Anche solo sulla base di un “boatos”, di una voce non confermata e anzi smentita con forza sia dal questore che dal prefetto. Si è discusso per anni sul fatto se sia stato giusto o no sospendere quella partita, se quell’interrompere lo spettacolo sia stato da parte delle istituzioni un piegare pubblicamente la testa davanti alle pressioni dei tifosi organizzati. Si è parlato di un complotto (poi smentito dai fatti) organizzato dalle due tifoserie, si è parlato di tante e forse di troppe cose, perché ai miei occhi quella sera ha vinto la parte sana del calcio, quella rappresentata non tanto dai tifosi in campo, ma dalla gente presente sugli spalti che davanti alla morte (presunta, in quel caso) di un tifoso ha deciso di tornare a casa.

Già, perché quella notte non sono stati solo gli Ultras scesi in campo a spingere per interrompere lo spettacolo, ma quasi tutti i 70.000 presenti all’Olimpico: quelli che hanno fischiato mentre l’altoparlante dello stadio diffondeva la smentita ufficiale da parte della questura sulla morte di un bambino, quelli che urlavano “assassini, assassini” all’indirizzo degli uomini dello Stato, tutta quella gente che dopo i fatti del G8 di Genova aveva perso fiducia nelle istituzioni.

Sì, perché anche se quel derby si è giocato quasi tre anni dopo il G8 di Genova, la tensione in quel periodo era altissima e non solo a Roma. Lo dimostrano i dati ufficiali del Viminale. In quella stagione 2003-2004 è stato toccato  l’apice del numero di scontri e di feriti in occasione di manifestazioni sportive: addirittura 1.219, di cui 914 tra le forze dell’ordine e 305 tra i tifosi. Una statistica che mi ha fatto sempre sorridere, perché qualcuno un giorno dovrebbe spiegarci come mai quelli che sono armati, protetti da caschi e da scudi, si feriscono con più facilità rispetto ai tifosi. Ma questo è un altro discorso. Dopo il G8 di Genova, si accentua lo scontro tra gli Ultras di tutta Italia e le forze dell’ordine. E quella sera all’Olimpico intorno allo stadio sembra di stare in una zona di guerra come a Genova, anche in assenza di un G8. Ci sono scontri ovunque, cariche feroci, con le forze dell’ordine che fanno uso di lacrimogeni. Non lacrimogeni qualsiasi, ma quelli che contengono il famigerato gas CS, ora vietato. E li sparano ad altezza uomo, verso gli Ultras ma anche verso donne e bambini, contro persone che in modo pacifico stanno andando ad assistere ad una partita di calcio. Per chi non lo sapesse, il gas CS è stato usato anche durante le giornate del G8 di Genova del 2001, anche se viene considerato un'arma da guerra ed è vietato dalla Convenzione delle Armi Chimiche del 1993.

In questo clima, inizia la partita, con chi sta a casa che è assolutamente inconsapevole di quello che sta accadendo all’Olimpico, perché su SKY nessuno dice nulla sui gravissimi incidenti in corso nella zona dello stadio, che si estendono fino a Ponte Milvio e oltre il Ponte Duca d’Aosta. Silenzio assoluto, ma nell’era della tecnologia avanzata le notizie corrono veloci sul filo e anche chi sta a casa viene aggiornato in tempo reale da amici presenti allo stadio, con telefonate e sms. Anche per chiedere conferma di una notizia, perché dentro l’Olimpico gira la voce che sia successo qualcosa di grave, che ci sia scappato il morto.

Il primo tempo fila via in un clima quasi normale, con scenografie e cori da derby, anche se l’occhio esperto di chi ha vissuto per una vita in curva o dentro lo stadio, percepisce che sta succedendo qualcosa. Strani movimenti, gente che entra e esce di corsa dagli ingressi, poi nell’intervallo la situazione degenera e spariscono tutti gli striscioni. E, chi ha vissuto in Curva, sa benissimo che cosa significa: c’è scappato il morto. Parte alto il grido “assassini, assassini”, con la gente che urla disperatamente “fuori, fuori”  all’indirizzo dei giocatori che in campo si guardano perplessi. Vola di tutto verso il rettangolo di gioco, esplodono bomboni, arrivano torce, fino a quando Rosetti non sospende momentaneamente la partita e qualcuno dalla Sud non scavalca e entra in campo per andare a parlare con i giocatori. I tifosi si avvicinano a Totti e gli chiedono a gran voce e in modo veemente di sospendere la partita.

La leggenda metropolitana del bambino morto, travolto da un blindato delle forze dell’ordine, ha oramai preso piede, si è insinuata nella mente di tutti e a quel punto diventa impossibile arginare l’onda del “boatos”. A nulla servono gli appelli del questore di Roma, Nicola Cavaliere o del prefetto Achille Serra che si affannano a negare in modo deciso la notizia della morte del bambino. Lo speaker dello stadio prova a calmare gli animi: “In merito alle voci che si sono diffuse, cioè che un bambino sarebbe morto perché travolto da un'auto della polizia, la Questura comunica che la notizia è assolutamente infondata”.  Nessuno gli crede. Qualcuno decide di tornare a casa ben prima del triplice fischio finale di Rosetti che, vista la situazione e dopo aver parlato al cellulare con il presidente della Lega Calcio Adriano Galliani, decide di interrompere la partita. E fuori, accade di tutto…

La polizia entra in Curva Sud ed è la scintilla che fa esplodere la polveriera. La gente entra sul terreno di gioco per uscire dallo stadio, perché fuori sta accadendo il finimondo. Le cariche della Polizia sono sempre più veementi, volano anche molotv, alcuni pini prendono fuoco e il paesaggio assume i contorni dell’inferno dantesco. Solo per miracolo non ci scappa veramente il morto, ma dopo quell’episodio parte un’ondata di repressione senza precedenti. La sospensione della partita viene presentata come una sorta di complotto preparato a tavolino, pianificato nei minimi dettagli per imporre con un atto di forza la sospensione della partita. Ma quell’ipotesi di complotto serve solo per giustificare la successiva ondata di repressione: gli arresti, i Daspo comminati in assenza di prove, il giro di vite che nel corso degli anni ha trasformato l’Olimpico in una sorta di Guantanamo a cielo aperto con le curva divise da barriere e il derby trasformato in uno spettacolo per pochi, solo per chi resiste a tutto e aggira qualsiasi ostacolo pur di esserci.

Il mio pensiero su quella serata, è molto simile a quello di Valerio Marchi, anche se sia per tifo che per ideologia politica siamo sempre stati agli antipodi. E allora, per chiudere questo ricordo di una delle giornate più nere e incredibili della storia del calcio romano, ho deciso di usare le sue parole, quelle che lui stesso ha messo nero su bianco per spiegare il perché di quel libro che ha intitolato “Il derby del bambino morto”.

«Il derby del bambino morto» si presenta, fin dal titolo, come una storia degna delle leggende metropolitane raccolte, tra gli altri, anche da Jan Harold Brunvand e Cesare Bermani. La seconda reazione è stata di consapevolezza: quel che stava avvenendo – ed è avvenuto in seguito – attorno alla vicenda del derby interrotto, dalle cronache falsificate del pre-partita alle strategie di piazza dopo la sospensione, dalle accuse di complotto alla successiva ondata repressiva, dimostrava come l’intera vicenda travalicasse i confini del Grande raccordo anulare per porsi come risultato esemplare delle politiche di ordine pubblico perseguite negli stadi in questi ultimi trenta anni e, più in generale, della crisi generale del sistema-calcio. La terza e ultima reazione è stata infine di fierezza: la presa di posizione del pubblico – «non si gioca di fronte alla morte» – mi è sembrata e continua a sembrarmi l’ennesima conferma di come nelle curve e nelle altre gradinate risieda l’ormai unica componente del sistema-calcio ancora dotata di senso etico e morale. Quel che sentivo condannare in ogni forma e tipologia mi sembrava – e mi sembra tuttora – la prima risposta valida ed efficace alle consuete litanie dello «show must go on» e dei «motivi di ordine pubblico» che impongono di giocare a ogni costo La valanga di fango che istituzioni e mass media stavano gettando sugli ultras e, in cerchi concentrici, sul popolo di curva e su quello dell’intero Olimpico, considerati e definiti nel peggiore dei casi come degli untori e nel migliore come dei poveri creduloni, mi offendeva come credo offenda chiunque abbia messo piede in un stadio di calcio. Mi sono tornate in mente tutte le occasioni in cui non si sarebbe dovuto giocare e invece niente, avanti tutta per le consuete e radicate ragioni, e il libro che avevo in mente ha così assunto toni e accenti che pur mantenendo la dovuta e auspicabile «scientificità» riuscissero anche a rendere giustizia a tutti coloro che quella sera hanno reclamato la sospensione del gioco, compresi i tre ragazzi che con innocente inconsapevolezza hanno voluto a ogni costo comunicare i sentimenti della curva ai propri idoli. 




Accadde oggi 27.06

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Hungaria 3-2
1938 Nasce a Parma Pietro Adorni.
1987 Napoli, stadio San Paolo - Taranto-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/5/2019
 

86.982 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,17
Variazione del -1,68%