19 Marzo 2019

Auguri Sandro, capitano della mia città!
di Stefano Greco

Oggi è un giorno speciale, perché il 19 marzo è la festa del papà, di quella figura che per tantissimi di noi rispecchia una sorta di passaggio del testimone della tradizione. Vale per la storia della famiglia, in alcuni casi anche per il lavoro, ma vale soprattutto per la passione sportiva. Non tutti, ma tantissimi di noi questa passione l’hanno ereditata di padre in figlio, di generazione in generazione. Mio nonno raccontava a mio padre le imprese di Fulvio Bernardini e Silvio Piola, mio padre mi affascinava con le storie su Morrone, Lovati e la Coppa Italia del 1958… Io, da padre, ho raccontato a mio figlio Chinaglia, gli ho fatto conoscere di persona D’Amico, Giordano, gli eroi del meno 9, poi alcuni dei protagonisti della Lazio più forte di tutti i tempi con in testa il capitano di quella squadra: Sandro Nesta, quello che insieme a Francesco Totti è stato fino ad oggi il calciatore romano più forte di tutti i tempi. Il capitano della mia città!

Strana la vita. Nesta e Totti sono nati a nello stesso anno (1976) a distanza di sei mesi. La stessa cosa è successa pochi anni prima, con D’Amico e Conti, nati pure loro a pochi chilometri di distanza (Vincenzo a Latina, Bruno a Nettuno) nel giro di 4 mesi, anche se uno all’anagrafe è del 1954 (di novembre) e l’altro del 1955 (marzo). Una casualità? Forse sì, ma è anche vero che la storia a volte è fatta di corsi e ricorsi, di avvenimenti che si ripetono. Ma se Vincenzo è diventato laziale quando ha indossato per la prima volta quella maglia biancoceleste che è diventata la sua seconda pelle, Sandro è nato e cresciuto laziale. Anche se ha rischiato di finire alla Roma. E aneddoto Sandro l’ha raccontato in una lunga intervista che userò come filo conduttore per questo articolo per raccontare, nel giorno del suo 43° compleanno, la storia dell’ultimo capitano laziale di questa squadra, del campione approdato giovanissimo alla Lazio solo ed esclusivamente perché sua padre e tutta la sua famiglia erano laziali.

Settembre 1984, mentre la Lazio di Chinaglia sta per iniziare una stagione che la porterà nuovamente in  Serie B, su un campetto polveroso di Cinecittà, in uno dei tanti quartieri popolari di Roma, un ragazzo di otto anni e mezzo comincia a tirare i primi calci ad un pallone. Quel ragazzo, classe 1976, è uno dei figli della migliore annata della storia del calcio romano (oltre lui e Totti c’è anche Marco Di Vaio) e si chiama Alessandro Nesta. E questa è la sua storia...

“Devo tutto a mio padre, per anni ha fatto sacrifici incredibili per portarmi in giro da una parte all’altra della città per gli allenamenti e per le partite, con qualsiasi tempo. Solo ora che sono anche io genitore, capisco quanti e quali sacrifici ha fatto mio padre in quegli anni e gliene sarò per sempre riconoscente. L’altra persona a cui devo tantissimo è Volfango Patarca. Mi ha visto giocare e mi ha portato subito alla Lazio, la squadra del cuore, la squadra della mia vita. Quindi arrivare alla Lazio è stato anche per papà una sorta di sogno che si è realizzato”.

In effetti, il primo ad accorgersi di Alessandro Nesta non è Volfango Patarca ma Francesco Rocca, l’ex terzino giallorosso degli anni Settanta che girava i campetti della Capitale a caccia di nuovi talenti per la Roma. Vide Nesta e rimase quasi folgorato dalla classe di quel ragazzo. Ma il papà di Alessandro Nesta disse di no alla Roma, dando una svolta alla carriera di suo figlio e forse anche alla storia della Lazio.

“Giocavo nella U.S. Cinecittà, una società che era affiliata alla Roma. Mi avevano visto e mi volevano, ma io vengo da una famiglia profondamente laziale, quindi papà ringraziò ma disse di no. Abitavo in una zona di palazzoni, ci saranno state qualcosa come 3000 famiglie e la nostra era forse l’unica laziale. Tutti eravamo laziali in famiglia, ma tifosi, non semplici simpatizzanti. Ho fatto tutta la trafila nel settore giovanile, ho giocato otto anni da titolare nella prima squadra, ho fatto il capitano, ho vinto tanto e alzato tanti trofei, per questo la Lazio è e sarà sempre una parte importante della mia vita. Poi è capitato che sono dovuto andare via, perché la Lazio aveva dei problemi economici: in un giorno hanno venduto sia me che Crespo. Il mio sogno era quello di giocare per sempre con la Lazio, ma non ho avuto nessuna possibilità di scelta. Non mi sono sentito tradito, ma la società in quel momento mi ha fatto uscire male di scena. Ero molto giovane, se mi fosse capitato adesso sarei riuscito a difendermi e a gestire sicuramente meglio la vicenda. Io capisco le esigenze di quel momento della Lazio che doveva venderci per fare cassa, ma farmi passare addirittura per uno che voleva andare via non è stato proprio carino e mi ha ferito. Dovevano dire come stavano realmente le cose in quel momento, perché tanto poi la verità è uscita fuori lo stesso, ovvero che la Lazio aveva dei debiti e per sistemare il bilancio e andare avanti aveva bisogno dei soldi della cessione mia e di Crespo. Invece mi hanno fatto passare per uno che voleva andare via, quando la realtà era diversa. Avevo ricevuto tanto dalla Lazio, ma avevo anche dato tanto, quindi avrei meritato di andare via in un altro modo”.

Già, anche la storia del divorzio è da Lazio. Mai nella nostra storia abbiamo vissuto un divorzio consensuale con un grande giocatore che ha indossato questa maglia, un rapporto finito con baci e abbracci perché nella vita ci si può anche lasciare e restare amici, magari incrociandosi nuovamente in futuro. Succede ovunque o quasi, non da noi, dove quasi tutti gli ex chiudono male il rapporto con la società e magari quando tornano da avversari vengono accolti con fischi e insulti. Forse perché l’amore è talmente intenso che al momento del distacco si trasforma quasi in un odio figlio del “tradimento”. Anche quando non c’è tradimento, ma solo il naturale corso degli eventi. Tra l’altro, spesso non voluto ma indispensabile per la sopravvivenza, come è successo nel caso di Nesta. Basta pensare al giorno della sua presentazione al Milan, a quel 1° settembre del 2002 quando Sandro non riusciva neanche ad agitare la maglia e a sorridere ai suoi nuovi tifosi, con gli occhi gonfi e la faccia di chi si chiede che cosa ci sta facendo lì in quel luogo e in quel momento. Solo chi ha occhi che parlano con il cuore, può vedere certe cose, il “non detto” che c’era dietro quel divorzio che ho vissuto da vicino e con la sofferenza di chi vede svanire il sogno di un “capitano per sempre”. Perché il mio sogno era di vedere un Nesta alla Franco Baresi, uno disposto a tenere alta la bandiera anche nei momenti difficili, come ha fatto il capitano del Milan in occasione delle due retrocessioni in Serie B. Perché di Nesta mi sono innamorato, calcisticamente parlando, la prima volta che l’ho visto giocare, centrocampista, nelle giovanili della Lazio: e sono rimasto, sempre calcisticamente parlando, folgorato, con una sensazione simile al colpo di fulmine che ti fa innamorare a prima vista di una donna. In quell’estate del 2002, però, il sogno si è infranto quando quel ragazzo riservato, talmente educato da passare quasi per presuntuoso per quanto resta in disparte a causa della sua timidezza, ha dovuto lasciare la Lazio. Un ragazzo d’oro, cresciuto in una famiglia umile ma ricchissima di valori. E questo è il racconto della fine di quel sogno, di un divorzio a dir poco lacerante…

Il 23 agosto del 2002 a Roma fa un caldo infernale, si suda anche a stare fermi. Arrivo all’Olimpico presto, devo fare per La7 il bordo campo di Lazio-Deportivo Alavès. Da settimane in città si parla quasi solo ed esclusivamente della possibile partenza di Alessandro Nesta, agnello da sacrificare sull’altare del bilancio per allontanare i fantasmi di una crisi economica sempre più incombente. Il capitano da settimane è assediato e tutti gli fanno la stessa domanda: “Resti o parti?”. E lui risponde sempre allo stesso modo: “Se dipendesse da me, resterei qui per sempre, chiedete al presidente”. Non dipende da lui, infatti. Entro negli spogliatoi dell’Olimpico e lui sta in un angolo, in silenzio, con il fratino sopra la maglia, perché è arrivato tardi in ritiro dopo i Mondiali di Corea e Giappone quindi Mancini decide di farlo partire dalla panchina. Un saluto accennato con la testa, poi imbocchiamo insieme il lungo tunnel che dagli spogliatoi porta al campo. Ho il microfono in mano, stiamo quasi spalla contro spalla e camminiamo in un silenzio quasi irreale, rotto solo dal rumore dei suoi tacchetti sul pavimento. Quel tragitto dura un’eternità, quando saliamo gli scalini che portano sul campo ha il volto tirato, guarda subito verso la Curva Nord e non riesce a sciogliersi neanche quando il suo ingresso in campo è accolto da un boato. Resto con il microfono in mano, so che dovrei fermarlo e fare il mio lavoro, so che dovrei mettergli quel “gelato” sotto la bocca per fargli quella domanda che si è sentito fare decine di volte negli ultimi mesi, ma incrocio il suo sguardo e in un istante decido che in quel momento l’uomo è più importante del calciatore e che il cuore deve prevalere sul lavoro e sul dovere. Quindi mi fermo, lui si gira e mi guarda nuovamente, stavolta con l’espressione di chi ti ringrazia senza dire una sola parola, parlando con gli occhi.

Quella sera, faccio le mie interviste, Nesta lo lascio allo speaker ufficiale che, nel presentarlo al pubblico, gli strappa solo poche imbarazzate parole che si mescolano agli applausi: Sono contento di essere ancora qui, spero di restare il più possibile, voglio tornare a vincere qualcosa”Sembra una promessa di riscossa dopo una stagione disastrosa (quella con Zaccheroni) e dopo quel derby in cui è uscito di scena all’intervallo senza mai raccontare il dietro le quinte di quel gesto, invece è il suo saluto alla gente laziale, il suo addio. La notte tra il 30 e il 31 agosto, Cragnotti capitola davanti alle pressioni di Berlusconi e Galliani, ma anche al gioco messo su da chi aveva deciso che il grande ciclo era finito e che la Lazio che aveva sconvolto tutti gli equilibri che resistevano da decenni doveva essere ridimensionata. Ci rivediamo con Nesta il 31 agosto, a Formello. Ha appena salutato i compagni e tutte le persone che lo hanno visto crescere. Sta seduto dentro una Smart con il finestrino abbassato. Ha gli occhi gonfi figli dell’emozione del momento e di una notte in bianco, nascosti a malapena dagli occhiali scuri da sole. Riesco a dirgli a malapena“in bocca al lupo”, lui abbassa gli occhiali, fa per rispondere, poi abbassa la testa, ingrana la marcia e scappa via per sempre lasciando a Formello una parte di sé, quella che non è mai sbarcata a Milano.

Incontro Sandro a Roma 12 anni dopo, in occasione dell’evento DI PADRE IN FIGLIO. Ha lasciato il calcio giocato, sta per riabbracciare per la prima volta e con una maglia della Lazio addosso la sua gente. E la mente vola inevitabilmente indietro a quel 31 agosto. Un saluto e poi la domanda più banale del mondo: “Come stai?”. La risposta mette i brividi: “Felice, ma teso”. La tensione si scioglierà con il passare delle ore, fino a trasformarsi in un sorriso liberatorio quando tutto lo stadio intona il suo nome, mettendo fine a silenzi e incomprensioni durate anche troppo a lungo.  

Lo so, non si parte mai dalla fine, ma questa storia secondo me meritava di essere raccontata così. Perché per me quella sua partenza è come una ferita aperta che dopo più di 16 anni si è rimarginata ma che fa male anche solo se sfioro la cicatrice. Questo perché Nesta l’ho visto crescere e perché è stato il simbolo di quella Lazio di Cragnotti.

“Quelli di Cragnotti sono stati anni d’oro. La Lazio più forte in cui ho giocato era secondo me quella del 1999. Eravamo fortissimi, ma abbiamo vinto poco per quanto eravamo forti. Quello scudetto del ’99 lo abbiamo buttato per inesperienza. In un derby abbiamo perso la testa, ci siamo fatti espellere e squalificare in 4, così la partita dopo con la Juventus abbiamo giocato senza la difesa titolare e abbiamo perso pure quella partita. Poi, a Firenze è successo qualcosa di strano, ma eravamo stati noi a complicarci la vita, a non gestire bene il grande vantaggio che avevamo accumulato”.

Ogni ricordo che riaffiora è quasi una pugnalata. Il sorriso nel rivedere mentalmente le immagini dei trionfi si mischia all’amarezza per come è finita quella storia. Ma le emozioni per i grandi successi sono custodite per sempre, chiuse a doppia mandata nel cuore.

“Il momento più bello è stato la conquista dello scudetto, per giunta vinto in quel modo. Noi dentro lo stadio a guardare la Juventus che giocava, con settantamila persone appese insieme a noi alle voci e alle immagini che arrivavano da Perugia. Poi è arrivato il momento del trionfo ed è stata una festa pazzesca, impressionante, perché vincere a Roma non è come vincere da altri parti. A Roma si festeggia di più e più a lungo. Le immagine della festa dello scudetto le ho ancora scolpite nella mente. Mai visto o vissuto niente di simile in tutta la mia vita, anche se ho vinto tantissimo con il Milan”.

La Lazio vince, conquista tutto meno che la Champions League. Nesta, da capitano alza 5 trofei in 15 mesi, ma quei trionfi la Lazio li paga a caro prezzo. I conti non tornano e la società deve vendere per evitare il fallimento. Uno dopo l’altro tocca a Salas, Veron, Boksic, Nedved e altri partire, ma Nesta è sicuro di restare. Lui è il capitano, la bandiera, ma alla vigilia di un derby maledetto anche la bandiera si strappa, in modo violento, perché nei giorni di vigilia la società gli fa capire che anche lui può essere sacrificato. E lo strappo diventa frattura la notte del 10 marzo del 2002.

“Quella partita è stato bravo Montella, ma io proprio non c’ero quel giorno. Tutti i giocatori nella loro carriera hanno la loro giornata nera, quella in cui tutto va storto, la mia è stata quella. Montella come tirava faceva gol e uno praticamente me lo sono fatto da solo. Non cerco scuse, ma quella partita è arrivata alla fine di una settimana difficile. La società mi aveva convocato in quei giorni per dirmi che a fine stagione dovevo andare via perché non c’erano soldi, mi avevano in pratica ceduto alla Juventus. Io non volevo andare, ci sono state delle tensioni, è successo un po’ di macello, sono arrivato alla partita che non ci stavo con la testa e ho fatto dei danni mai visti quella sera. All’intervallo, tra quello che era successo in settimana e quello che era successo in campo, è bastata una scintilla per farmi esplodere, ho mandato tutti a quel paese e sono uscito facendo una stupidaggine. Ero giovane, ma ho sbagliato: se mi fosse successa dopo i 30 anni una cosa del genere l’avrei gestita in modo diverso, sicuramente migliore”.

Sandro questo lo dice a occhi bassi, perché sa che alla base della rottura con una parte della tifoseria c’è proprio quella bandiera ammainata da parte del capitano nella partita più importante, quell’uscita di scena che in tanti non gli hanno mai perdonato o che hanno considerato un vero e proprio tradimento. Un errore che ha facilitato anche il compito della società al momento della cessione, arrivata proprio l’ultimo giorno di mercato alla fine di un’estate turbolenta di voci e litigi.

“Potevo andare in tante squadre, avevo solo l’imbarazzo della scelta, ma io non volevo andarmene dalla Lazio: perché stavo bene, perché ero il capitano, guadagnavo bene, Roma era la mia città e giocavo nella squadra per cui avevo sempre tifato. Per me quello era il calcio, il mio calcio era la Lazio. Sono venute tante squadre e ho sempre detto di no, poi il giorno dell’ultimo allenamento prima della chiusura del mercato eravamo in campo a fare il torello a Formello e c’era il figlio del presidente (Massimo Cragnotti, ndr) che ogni tanto chiamava uno di noi perché la Lazio doveva assolutamente vendere. Ad un certo punto, mi ha chiamato e mi ha passato il telefono dicendo che dovevo andare via, che dovevo accettare per forza perché il mercato stava chiudendo e la società aveva bisogno di incassare. Non ho potuto fare nulla, mi hanno mandato via subito, neanche il tempo di prendere le mie cose perché dovevo prendere l’aereo per Milano. Quando sono arrivato a San Siro, dove c’era un derby amichevole, avevo una gran confusione in testa, non capivo nulla di quello che stava succedendo. Ad un certo punto mi giro e vedo anche Crespo, con il quale stavo facendo il torello poche ore prima a Formello e gli chiedo: ‘E tu che ci fai qui?’ lui mi guarda e risponde: ‘Mi hanno ceduto all’Inter’. Sono rimasto di sasso, non ne sapevo nulla e l’unica cosa che gli ho chiesto è stata: ‘Ma è rimasto qualcuno lì a Formello?’ Lui si è messo a ridere, ma anche il suo era un sorriso forzato”.

Torna indietro con la memoria Alessandro, riavvolge il nastro e cambia espressione, dimostrando che dopo tanti anni quella ferita ancora sanguina.

“Lo ammetto, non l’ho vissuto affatto bene quel giorno. Mi sono trovato mille cose addosso e io per carattere sono uno che non ama la vetrina. Mi hanno messo sul balcone a salutare la gente con una maglietta in mano, mi sono trovato in una realtà che non mi apparteneva. Sono andato in conferenza stampa con Galliani con una faccia da funerale, perché quello era il mio stato d’animo. Ero dispiaciuto per quello che avevo lasciato, poi con il tempo mi sono ambientato e alla fine mi sono trovato bene a Milano, perché le vittorie aiutano a cancellare tutto. O quasi…”.

La sua carriera, senza contare le parentesi in Canada e in India, si è chiusa a tinte rossonere, contro la sua volontà. Già, perché lui voleva chiudere dove aveva iniziato, tornando a indossare nuovamente i colori della sua vita. Ma qualcuno, anni fa, non ha voluto scrivere il lieto fine a questa storia e con quell’atteggiamento ha accentuato quello lo strappo che si è ricucito solo il 12 maggio del 2014. C’era la possibilità di tornare a Roma, ma ancora prima di affrontare qualsiasi discorso economico qualcuno definì Alessandro Nesta uno “cotto”, uno oramai quasi inutile per chi aveva progetti ambiziosi. Quello “cotto” “bollito” ha continuato a vincere scudetti e Champions League, mentre chi lo aveva definito in quel modo in questi anni ha proposto ai tifosi laziali centrali del calibro di Cana, Ciani, Gentiletti e Bisevac, solo per restare agli ultimi “fenomeni” sbarcati a Formello e che, come Bisevac, hanno anche indossato quella maglia numero 13. E questa è una delle tante cose che molti tifosi laziali non perdoneranno mai a chi gestisce la Lazio: aveva la possibilità di fare qualcosa da laziale, per giunta ricucendo quello strappo creato proprio da Sergio Cragnotti (il suo incubo…), ma lui se n’è fregato di scrivere un lieto fine in calce a questa storia comunque fantastica e con una sola macchia: quella bandiera strappata, quella storia spezzata sul più bello e in modo così brusco, quasi brutale.

Auguri Sandro, capitano della mia città. Auguri al campione e al laziale, con la speranza che un giorno qualcuno ti riporti a casa in una Lazio di laziali. Perché succede così dove si curano certe cose, dove si vuole far respirare a chi arriva aria di storia e di leggenda. In Italia accade solo in alcuni club, in casa Lazio… lasciamo perdere.




Accadde oggi 20.04

1903 Balestrieri si classifica 2° nella Gara di Marcia bandita dalla Esperia Roma.
1930 Cremona, stadio Giovanni Zini - Cremonese-Lazio 1-3
1941 Milano, stadio San Siro - Milan-Lazio 3-0
1947 Napoli, stadio Vomero – Napoli-Lazio 0-0
1952 Roma, stadio Torino - Lazio-Atalanta 1-2
1957 Nasce ad Ancona Andrea Agostinelli
1958 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-2
1969 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Brescia 1-0
2005 Cagliari, stadio Sant'Elia - Cagliari-Lazio 1-1
2008 Catania, stadio Angelo Massimino - Catania-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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