14 Marzo 2019

Ugo Longo, l'ultimo vero presidente...
di Stefano Greco

Non si è mai veramente preparati alla morte di un amico o di una persona cara, alla scomparsa di una figura importanti che per anni ha fatto parte del tuo quotidiano. E il tempo, non lenisce le ferite, non attenua il dolore, non riempie in nessun modo quel vuoto che si crea quando qualcuno ci lascia fisicamente, per sempre. Ogni sono dieci anni, due lustri che Ugo Longo se n’è andato portando via con sé quel sorriso che era il suo marchio di fabbrica e che per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerlo era un piccolo rifugio in cui rinchiudersi oppure un ramo a cui aggrapparsi nei momenti in cui tutto sembrava perduto.

“Stefano bello carissimo, come stai? Io tutto bene, sicuramente meglio della nostra povera Lazio”… E giù una fragorosa risata. Questo, per anni, è stato il mio  approccio quasi quotidiano con Ugo Longo, il 30° presidente nella storia della Lazio, la figura scelta da Capitalia e da Geronzi per colmare almeno a livello di immagine quel vuoto che si è creato a gennaio del 2003 con l’uscita forzata di scena di Sergio Cragnotti e, soprattutto, per raccogliere una pesantissima eredità economica. Oggi sono 10 anni che Ugo Longo ci ha lasciato e quella risata e quel suo sorriso contagioso mi manca come l’aria. Perché mai come in questo momento la Lazio avrebbe bisogno di unità, di serenità e di allegria, per accompagnare la marcia di una squadra che somiglia tanto, tantissimo, a quella “Banda-Mancini” che lui da presidente accompagnò alla conquista di un terzo posto, di una semifinale di Coppa Uefa e alla conquista di una Coppa Italia. Perché fu lui il comandante di quella nave che faceva acqua da tutte le parti ma che lui riuscì, con grandissima calma e serenità, a condurre in porto, lasciando poi da gran signore. Sì, da vero signore, perché al contrario di altri che hanno continuato a banchettare su un tavolo oramai vuoto, lui con l’avvento della nuova proprietà ha rinunciato ad un anno e mezzo di stipendi arretrati da presidente: parliamo di circa 750.000 euro, non di pochi spicci. Ha rinunciato ai soldi e ha lasciato il posto sul ponte di comando a Claudio Lotito, per tornare a fare solo e semplicemente il tifoso.

Questo era Ugo Longo, un signore d’altri tempi. A lui mi legava un profondo affetto, figlio di una stima reciproca e di un’amicizia nata in tempi non sospetti, quando la Lazio era una passione che lui teneva quasi nascosta perché era il capo della Procura Antidoping del CONI e non poteva certo girare con la sciarpa al collo: ma non saltava mai una partita della Lazio. Un affetto e una stima che sono rimasti intatti anche quando, nel 2004, ci siamo trovati ad essere quasi avversari, schierati su due fronti opposti della barricata, ma entrambi convinti di operare per il bene della Lazio. Ed è stata proprio questa convinzione di fare entrambi il bene della Lazio, che non ci ha mai fatto mai discutere, che non ci ha fatto mai sentire veramente degli avversari, ma semplicemente due amici che avevano delle idee diverse. E io, gli sarò sempre grato per la sua amicizia, per quei suoi pubblici attestati di stima arrivati anche dopo quella vicenda: quando per molti ero un bersaglio facile da colpire, quando era pericoloso o quantomeno impopolare dire pubblicamente di essere miei amici, di credere nella mia onestà intellettuale e di mettere la mano sul fuoco sulla mia buona fede. Lui, al contrario di tanti altri, lo ha fatto, perché mi conosceva bene e ci univa un legame profondo.

Come profondo era il suo legame con la Lazio, al punto che nonostante la lotta disperata contro quella maledetta malattia che lo aveva aggredito, quando nell’estate del 2006 la Lazio venne retrocessa in primo grado nello scandalo di Calciopoli e Lotito lo chiama in cerca di aiuto, lui non ci pensa un attimo e si getta nuovamente nella mischia. È lui, con la collaborazione di Felice Pulici, a coordinare la squadra di avvocati difensori della società e nel processo di secondo grado ottiene la riammissione in serie A della Lazio con 11 punti di penalizzazione. Ma Ugo non si accontenta. Davanti alla Corte di Giustizia del Coni, riesce ad ottenere un ulteriore sconto di pena: solo 3 punti di penalizzazione. Quasi un miracolo dopo la sentenza di retrocessione in serie B con 7 punti di penalizzazione comminata in primo grado alla Lazio dalla Commissione Disciplinare.

Vinta l’ennesima battaglia, esce nuovamente e definitivamente di scena e torna a seguire da dietro le quinte la sua Lazio, da semplice tifoso. Il tutto, chiaramente, senza chiedere un solo euro per il lavoro svolto. Ma viene ripagato dalla soddisfazione di vedere, grazie a quel suo lavoro, la Lazio di Delio Rossi conquistare il terzo posto e il diritto a disputare il preliminare di Champions League, poi vinto contro i rumeni della Dinamo Bucarest. Il risultato migliore ottenuto in quasi 15 anni di gestione-Lotito, l’unica partecipazione all’Europa che conta veramente. E l’abbiamo ottenuta anche grazie a lui…

Ugo Longo non è stato un presidente tradizionale. Lontano anni luce caratterialmente da Lotito, ma anche dal modo manageriale di gestire la società che ha caratterizzato Sergio Cragnotti, Ugo è stato una via di mezzo tra Umberto Lenzini e Gian Chiarion Casoni. Dal primo ha ereditato la simpatia quasi contagiosa e il volto e gli atteggiamenti da papà buono, mentre dal secondo la signorilità e la capacità di essere considerato un “garante della Lazialità”. I tifosi si fidavano di lui, come anche le istituzioni sportive, visto il suo passato di Procuratore Capo della procura anti-doping del CONI. Con il suo sorriso, il suo buonumore e il suo carisma, Ugo Longo è riuscito a tenere uniti tutti i pezzi, evitando alla società di scivolare verso il baratro.

A gennaio del 2003, dopo la burrascosa uscita di scena di Cragnotti, pretesa e ottenuta da Capitalia, si vede consegnare dai vertici della banca le chiavi della Lazio e si ritrova a dover gestire una situazione paradossale: una squadra allenata da Mancini che lotta per lo scudetto ma senza soldi in cassa e con mesi di stipendi arretrati da saldare ai giocatori. In pochi tempo lui, avvocato abituato a tirare fuori dal cilindro magico soluzioni di ogni genere in un’aula di tribunale per salvare i suoi clienti, è chiamato a trovare decine e decine di milioni di euro per scongiurare il fallimento e iscrivere la Lazio al campionato. Un’impresa titanica, nella quale è affiancato da un altro laziale di vecchia data, il professor Roberto Pessi, collega ed esperto di Diritto del Lavoro. Ma, soprattutto, da Luca Baraldi. E quel trio riesce nell’impresa.

I giocatori (che da mesi non prendono lo stipendio) si fidano soprattutto di lui e decidono di stringere un patto di ferro per chiudere alla grande il campionato e discutere delle situazioni economiche in sospeso a fine stagione. I tifosi si fidano di lui, ed accolgono il suo invito a fare quadrato e a stringersi intorno alla squadra, come mai era successo nell’era-Cragnotti, trascinando la squadra alla conquista di un posto in Champions League alla fine di un’annata in cui, per qualche mese, la Lazio ha cullato addirittura il sogno di un terzo scudetto e quello della conquista di un nuovo trofeo europeo, eliminata solo in semifinale di Coppa Uefa dal Porto di un giovanissimo Josè Mourinho. In quella semifinale di ritorno di Coppa Uefa, nonostante il pesante 4-1 dell’andata, la Lazio stabilisce il suo record di presenze in una sfida europea:69.873 spettatori paganti

La piazza è tutta dalla sua parte e quando la società a fine stagione vara un aumento di capitale da 120 milioni di euro, la risposta è clamorosa: aumento di capitale interamente sottoscritto in prelazione in pochi giorni, con i tifosi che alla fine dell’operazione raggiungono la quota teorica di possesso del 67% dell’intero pacchetto azionario della società. Se tra la gente e la Lazio non ci fossero stati la banca e personaggi discutibili come Ricucci e Ligresti (imprenditori che altro non sono che clienti facoltosi della banca), quello sarebbe l’inizio di un sogno, della nascita di un vero modello-Barcellona importato in Italia. Invece, è finita come tutti sappiamo, con la “fuga” di Ricucci e Ligresti e con qualcuno che ha fatto sparire quei 120 milioni di euro e svuotato le casse della Lazio, tradendo la fiducia della gente che aveva fatto sacrifici enormi per salvare la Lazio dal baratro e trasformando quasi in carta straccia quelle azioni comprate per affetto e non per scopo di lucro. Un doppio delitto…

Sì, un delitto, perché l’entusiasmo di Ugo Longo è contagioso al punto che la campagna abbonamenti 2003-2004 lanciata dalla triade Longo-Baraldi-Pessi, porta la società a frantumare ogni record. Viene abbattuto per la prima volta il muro dei 40.000 abbonati, impresa che non è riuscita neanche a Sergio Cragnotti e alla sua Lazio che per anni ha vinto e dominato, sia in Italia che in Europa. Con l’aumento di capitale sottoscritto, i soldi della Champions League garantiti e gli introiti del botteghino (alla fine saranno 41.436 le tessere staccate in quella stagione, con 53.000 presenze di media all’Olimpico), Ugo Longo in uno slancio di euforia e di ottimismo urla: “La Lazio è salva”. La realtà, purtroppo, invece è molto diversa. Nonostante l’opera di Baraldi (che riesce a convincere la squadra ad accettare un piano per spalmare su più anni gli stipendi arretrati e a tramutare parte dei crediti in azioni della Lazio), la voragine in cui è precipitata la Lazio sembra un pozzo senza fondo. Baraldi, a causa dei contrasti con Mancini e con la banca, a ottobre del 2003 è costretto a lasciare e al vertice la Banca sistema due uomini di fiducia: Masoni come amministratore delegato e De Mita come direttore generale. Dei 120 milioni di euro di aumento di capitale si perde ogni traccia, gli stipendi dei calciatori non arrivano regolarmente e l’ombra del fallimento si affaccia nuovamente minacciosa dietro l’angolo.

Nonostante i mille problemi, il sorriso di Ugo Longo non si spegne mai. Una sera, alla fine di una partita all’Olimpico in cui negli spogliatoi è esplosa la rivolta dei giocatori (che non prendono lo stipendio da mesi)  con tanto di ultimatum alla società, Ugo Longo non sorride, ma non perde la fiducia nel futuro. Ci incontriamo a tarda sera sul viale, oramai deserto, che porta fuori dallo stadio e prendendomi sotto braccio mi dice, quasi sussurrando: “Vedrai, lo stellone anche questa volta ci darà una mano e ci proteggerà”. Ma dal tono della voce e dall’espressione preoccupata che gli leggo negli occhi, capisco che questa volta non ci crede neanche lui fino in fondo, che la sua è quasi una preghiera, disperata. Invece, ha ancora una volta ragione lui. Alla fine lo “stellone” si manifesta per l’ennesima volta in tutto il suo splendore: la Lazio, ad un passo dal fallimento, batte la Juventus e vince la Coppa Italia, consentendo a Ugo Longo di entrare nel ristretto club dei presidenti laziali che hanno vinto un trofeo. E, per giunta, dopo appena 13 mesi dal suo insediamento al vertice della società. E questo lo colloca in testa alla classifica, anche davanti a Cragnotti, Lenzini e Lotito.

Il suo sorriso si è spento per sempre il 14 marzo del 2009, in un sabato che annunciava l’arrivo della primavera. Sì, perché anche quel giorno come oggi il cielo era di un celeste così intenso da togliere quasi il respiro, colorato da piccole chiazze di bianco delle nuvole, con il sole che splendeva alto in cielo come il sorriso di Ugo Longo: un amico e un grandissimo laziale che resterà, per sempre, nei nostri cuori. Per me, l'ultimo vero presidente della Lazio: perché laziale per scelta e per passione, non per interesse...




Accadde oggi 21.08

1916 Muore a Porpetto (UD) Florio Marsili, Pioniere
1949 Foligno, Stadio Comunale - Foligno-Lazio 0-7
1977 Varese - Varese-Lazio 2-1
1983 Catanzaro-Lazio 0-0
1988 Pescara-Lazio 2-1
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Espanol di Barcelona 2-1
2000 Karlstad, - Karlstad-Lazio 1-5
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC København 4-1
2004 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 3-0
2005 Rieti, stadio Centro d'Italia - Rieti-Lazio 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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