12 Marzo 2019

Io, laziale outcast, sono rimasto in piazza
di Roberto Ciai

Chi tifa la Lazio è geneticamente un outcastHa imparato da bambino a sentirsi Calimero, un escluso, a reggere il peso di essere minoranza, di non potersi appoggiare alla massa per ritrovarsi parte di qualcosa. Ha imparato sulla propria pelle a gestire con se stesso il bello e il brutto di seguire una società tragica e leggendaria, una specie di stanza senza porte che non ti permette di uscire una volta entrato. Perché non sei quello dei sorrisetti beffardi, delle frasi sguaiate, delle tute sgargianti portate in ogni momento della giornata, dei lombrichi sul lunotto, dei capitani come semidei, delle sconfitte da imputare immancabilmente ad altri. 

Tu sei una specie di infinitesimale Malcolm X, quello che si difende con lo sguardo cattivo, che si sente solo come un negro nei quartieri bianchi di Pretoria e differente dal mondo intero. Ma non ti viene neanche per un istante da pensare cazzo, adesso basta, voglio anch'io far parte di quella fratellanza”. Al contrario. Magari diventi ancora più introverso, attraversi il Mar Rosso come Mosè senza la fortuna di avere un Dio che per proteggerti ti apre le acque.

Perché il laziale è così. Ogni boccone se lo guadagna, a dispetto di tutti.

Forse è tignoso, parla poco, pensa come una locomotiva e tira dritto per la sua strada. Tanto le cicatrici induriscono la pelle, no? Il fatto è che è diventato della Lazio da piccolo, la andava a vedere col padre in serie B e gli si stringeva addosso impaurito quando le urla degli altri laziali sembravano strappare via il manto erboso e arrotolarlo come un tappeto.

Perché sapeva che Di Vincenzo non era Zamora, ma diosànto, per lui in fondo lo era perché aveva anche lui la maglia nera con il numero 1 bianco cucito sulle spalle e volava da un palo all’altro. 

Bei tempi.

Beh, oggi le cose sono cambiate. Oggi, pensarla come la penso io significa sentirsi soli dentro, all'interno del mondo Lazio. 

Adesso alle radio i giornalisti ti dicono che il tifoso laziale fa solo cento abbonamenti invernali e per questo una squadra in Champions League non se la merita. Peccato che quindici anni fa i laziali abbiano ricapitalizzato per tre volte e mezzo la società versando nelle casse della Lazio quasi 10 volte l'intera somma investita dal Presidente di oggi per mettere le mani su questa società. 

Adesso alle radio i giornalisti ti dicono che Cristo è morto di freddo e ci devi credere, sennò sei una carogna, un gufo, o peggio ancora un romanista. 

Adesso alle radio i giornalisti ti dicono che se un terzo del fatturato resta nelle casse a far utili per l'Azionista, non sono fatti tuoi. Magari è anche vero, ma se un padre si tiene in tasca un terzo dello stipendio e per questo il figlio non può andare all'università, poi non ci vuole Montalbano per scoprire il responsabile del fallimento di quel rapporto padre-figlio.

Ma, vabbé, questo si sopporta ancora. Quello che fa male è altro. 

Adesso gli insulti arrivano da chi era con me a piazza dei ss Apostoli e se n'è dimenticato. Secondo qualcuno perché sulla bilancia, come per la pesatura delle anime nell'antico Egitto, qualcuno ha messo un mucchietto di soldi e quell'anima se l'è comprata. Io non ci credo, non ci voglio credere, pmi rifiuto di crederci erché sarebbe la fine di tutto. Ma non capisco, non mi riconosco in certe scelte e mi rendo conto che il confine con gli altri si è perciò ristretto, ed è sempre più difficile non allontanarsi dalla Lazio. Allo stadio non ci vai più, dai disdetta agli abbonamenti televisivi e torni a sentire la partita alla radio, come facevi con tuo padre mille anni fa, quando tutto era diverso. Quando in campo se qualcuno provava a toccare un giocatore della Lazio finiva spezzato in due dal resto della squadra, quando Lenzini falliva per i debiti e nonostante tutto restava un signore. Quando Maestrelli tornava a salvare la Lazio dalla retrocessione e in classe i romanisti ti facevano il segno V con indice e medio per dirti in modo sprezzante che aveva solo due mesi di vita. 

Io c'ero quel giorno a piazza dei SS Apostoli, e mi sentivo bene in mezzo alla mia gente: era la Bastiglia, il fottuto Piave, la linea Maginot. 

Poi, all’improvviso, è finito tutto. Forse la Lazio stessa è finita. Non lo so. Le risposte sono scritte nel vento e nell'acqua che scorre, diceva il poeta. Tutti gridano slogan come “onore, dignità, coraggio”. Parole che se non le sostieni coi fatti ti riempiono la bocca di sale.

Per questo, io che i social non li frequento, ho usato il profilo della mia ragazza per scrivere a Stefano, per ringraziarlo. Perché anche lui, come me e tanti altri, è rimasto in quella bella piazza di Roma a far tremare i palazzi con il grido LIBERA LA LAZIO. Da outcast, ma con un’anima pura e biancocelste…




Accadde oggi 25.03

1956 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Bologna 2-2
1979 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 1-1
1984 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-0
1990 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genoa-Lazio 2-2
2000 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 2-1
2004 Bologna, stadio Renato dall'Ara - Bologna-Lazio 2-1 - Recupero della gara del 7 marzo non disputata per neve

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 1/3/2019
 

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