05 Marzo 2019

L'importanza di chiamarsi Radu...
di Stefano Greco

Non è romano, non è cresciuto con la maglia della Lazio addosso, non è neanche italiano, ma Stefan Radu ha sposato la Lazio, a vita, come fa ogni uomo che si innamora a prima vista di una donna e nel preciso istante in cui incrocia il suo sguardo sente dentro che quella scintilla ha acceso un fuoco destinato ad ardere per sempre.

Non è un fuoriclasse Stefan Radu, ma è il tipico giocatore che ogni tifoso sogna di avere in squadra, il capitano (con o senza fascia, poco importa) che guida la squadra ad ogni assalto e, specie nel derby, è il primo a lottare e l’ultimo ad arrendersi. E a volte non si arrende neanche dopo il fischio finale, pronto ad andare a muso duro contro chi offende o sbeffeggia. Contro chi, per dirla alla romana, “s’allarga troppo”.

Ho visto centinaia e centinaia di giocatori indossare questa maglia, ho visto campioni celebrati e fuoriclasse, giocatori scarsi che davano l’anima o pippe che avevano pure la presunzione di tirarsela. Tra questi, ho visto qualche guerriero, giocatori che dentro hanno il sacro fuoco che arde, che non arretrano di un millimetro, che non concedono nulla all’avversario, che in campo non solo non si risparmiano ma riescono a gettare nella mischia anche quello che hanno. E che, soprattutto, ci mettono sempre e comunque il cuore. A partire da Luciano Re Cecconi e da Giorgio Chinaglia, potrei citare in ordine sparso Enrico Vella, Antonio Elia Acerbis, Angelo Gregucci, Fiorini, Paolo Di Canio, Cristiano Bergodi, Diego Pablo Simeone, Sinisa Mihajlovic, i gemelli Filippini, Christian Ledesma e,chiaramente,Stefan Radu, uno che da 11 anni indossa questa maglia e che, a occhi chiusi, ha firmato un contratto a vita e si è legato per sempre alla Lazio.

In giorni in cui mogli dei calciatori decidono il destino dei loro mariti, in anni in cui il legame tra tifoso, calciatori e società è un filo invisibile oppure in molti casi spezzato, Stefan Radu è una sorta di bisonte bianco. Lui per la Lazio ha dato veramente tutto e, per riconoscenza, per dare ancora di più ha rinunciato da giovanissimo a giocare ancora con la sua Nazionale, perché la Lazio veniva prima di ogni cosa, perché sapeva che quei muscoli e quelle giunture non potevano permettergli di essere il vero Radu sia con la maglia biancoceleste che con quella della Romania e, quindi, che doveva fare una scelta. E ha scelto la Lazio… Non ho statistiche del genere sottomano, ma dubito che in tanti in questi anni abbiano fatto la stessa scelta.

In un calcio in cui i calciatori baciano a comando la maglia per ergersi a simboli o a capi popolo, pronti a tradire però dall’oggi a domani colori e simboli davanti ad un assegno più cospicuo, Stefan Radu ha fatto come Ulisse nel mare infestato dalle sirene: si è legato all’albero e ha resistito a qualsiasi richiamo e ha dimostrato con i fatti di essere più innamorato di questa maglia e di questi colori più di tanti che sono nati in questa città o che sono stati eretti a simboli, ma che sono rimasti in cambio di contratti che sembravano quasi dei vitalizi. Lui è arrivato in una Lazio povera, in cui il tetto era fissato a 500.000 euro d’ingaggio e ha firmato senza dire A. Ha aspettato e quando il tetto si è alzato ha bussato educatamente e ha chiesto di essere trattato come tutti gli altri: senza pretese, senza arroganza, senza minacciare divorzi e senza andare a bussare alla porta anno dopo anno per farsi allungare il contratto e aumentare la cifra. Lui i soldi e i rinnovi se li è guadagnati sul campo, con il sudore e a volte anche con il sangue. Perché non esiste un vero guerriero che non abbia mai versato sangue sul campo di battaglia, su quel prato verde in cui oramai molti, troppi, entrano solo per sbrigare una pratica.

Ha commesso anche molti errori Stefan Radu, ha perso a volte la testa, ha sbagliato diagonali difensive beccandosi più di una maledizione, ma è come quel figlio a cui sei disposto a perdonare tutto o quasi, perché sai quanto ti ama e che sarebbe disposto a fare di tutto per te e per il bene della famiglia. È impossibile non amare Stefan Radu, uno che esce dal campo disidratato e pochi giorni dopo è lì, di nuovo in trincea, mentre altri alzano bandiera bianca o hanno tempi di recupero biblici. Lui, invece, non ce la fa a restare fuori, perché se non combatte gli manca quasi il respiro. Perché è fatto così Stefan Radu. E per questo è impossibile non amarlo. Non tanto e non solo perché c’è sempre stato ogni volta che la Lazio ha alzato al cielo di Roma un trofeo, ma perché quando la Lazio ha perso è sempre stato l’ultimo ad alzare bandiera bianca. Anzi, a dire il vero non l’ha mai alzata, non si è mai arreso, neanche davanti all’evidenza della sconfitta e ogni volta che c’è stata qualche rissa lui era sempre lì, in prima fila. Per questo è sempre stato odiato dai rivali e per questo non può non essere amato: senza SE e senza MA, con pregi e difetti. Perché per lui quei colori biancocelesti sono veramente una seconda pelle e quell’aquila che sabato sera ha preso tra le mani alzandola verso i tifosi in delirio, lui ce l’ha veramente tatuata sul cuore. E non con l’henné, ma con l’inchiostro vero, quello indelebile…




Accadde oggi 20.05

1923 Bari - Ideale Bari-Lazio 0-3
1951 Roma, stadio Torino – Lazio-Como 2-0
1956 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 La Lazio, neo Campione d'Italia, viene ricevuta in Campidoglio dal Sindaco On.Darida
1979 Rosario, Estadio Gigante de Arroyto, Rosario Central-Lazio 3-0
2001 Firenze, stadio Artemio Franchi - Lazio-Udinese 3-1
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Parma 0-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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