04 Marzo 2019

Lo psicodramma dei rosiconi...
di Stefano Greco

Rosicare, dal latino rōdĕre, termine regionale che significa “Rodersi”, consumarsi per la gelosia, per l’invidia. Esempio: i tifosi hanno rosicato perché la squadra avversaria ha vinto”.

Rosicone, termine dialettale che deriva da Rosicare usato prettamente nel centro Italia per indicare colui che si “rode” della fortuna o del successo altrui.

A Roma cosa significa “rosicare” e chi sono i “rosiconi”lo sappiamo bene, ma per dare una definizione esatta del termine ho deciso di usare il vocabolario per eccellenza, quello della Treccani. Il “rosicone” è quello che non accetta mai la sconfitta, quello che cerca di vincere anche quando perde e se proprio non ci riesce, allora tenta in qualche modo di svilire a parole il successo dell’avversario o il valore di chi lo ha sconfitto. Il “rosicone” è quello che è talmente pieno di se stesso e totalmente incapace di accettare la sconfitta che vuole, quasi pretende, di poter essere martello anche quando il destino lo ha relegatio a recitare solo ed esclusivamente il ruolo dell’incudine. Il “rosicone”, insomma, è colui che rende più piacevole e più gustoso il sapore del successo. Che a“rosicare” siano i tifosi sconfitti, al punto che vengono presi come esempio anche dal vocabolario della Treccani, è normale, scontato. Perché loro sono le vittime di certi tonfi, gli attori passivi delle vicende sportive, impossibilitati a determinare il risultato del campo e quindi il loro “rosicare” è giustificato, quasi legittimo. Ma c’è un limite. Un limite che, purtroppo per loro, qui a Roma i tifosi dell’altra sponda varcano in continuazione perché non possono accettare l’idea di perdere, perché come dicono loro (illudendosi) “chi tifa Roma non perde mai”

Quindi, come dopo ogni sconfitta, non sapendo come parare il colpo, giunto tra l’altro inaspettato, ieri alle battute e agli sfottò di rito quasi tutti i romanisti hanno risposto con la solita serie di insulti oppure di luoghi comuni come gli “11 anni de B”, dei  “capitani de Regina Coeli” e via discorrendo, il tutto condito da termini altrettanto banali come “sbiaditi”, “laziesi”. Perché se vincono loro qualcosa (capita raramente, ma capita…) ci campano cent’anni con quel successo. Un esempio su tutti, la storia dello “scudetto scucito” del 2001. Senza parlare di quelli che ancora sono fermi al “go de Turone”… io, invece, dopo pochi giorni di sano sfottò so già che volterò pagina: proprio perché sono laziale, perché festeggio il giusto e rigorosamente solo ed esclusivamente dopo aver vinto qualcosa e, comunque, sempre dopo quel triplice fischio finale dell’arbitro che manda tutto in archivio. Loro, invece, no…

Loro, nonostante i tanti schiaffi ricevuti dalla storia, nonostante i Roma-Liverpool, i Roma-Lecce, i Roma-Inter (compresa quella finale di Coppa Uefa, chiaramente persa…), i Roma-Sampdoria, il 26 maggio e le batoste rimediate in questi ultimi 10 anni senza trofei passati a vedere gli altri alzare qualche coppetta, non hanno imparato e non impareranno mai la lezione. E visto che vivo in questa città e sono costretto a  “sopportarli” tutti i giorni, recitando in qualche occasione il ruolo dell’incudine, il giorno in cui sono martello ho deciso di  usarlo quel martello. Proprio perché magari sono uno di quelli che aspetta per mesi in silenzio il momento giusto per impugnarlo. E cerco di farlo usando l’arma dell’ironia che ci hanno insegnato i veri romani: magari pungente o perfida, ma senza sconfinare nell’insulto becero o nelle offese.

Perché come ripeteva Alberto Sordi, romano e romanista emblema della romanità che con i suoi personaggi ha raccontato pregi e difetti dei romani e di questa città: “Il romano ama la goliardia e lo sfottò, ma se accantona la battuta e inizia a dì cattiverie, significa che sta a rosicà”. E qualcuno sta a rosicà di brutto anche questa volta, dimenticando che a Roma esiste il detto “a chi tocca nun se ‘ngrugna”, che altro non significa che bisogna incassare. E in silenzio, soprattutto quando la botta è grossa come quella di sabato scorso.

Perché se è vero che “chi mena pe pprimo mena du’ vorte”, è altrettanto vero che bisogna sta attenti a menà prima con le parole, perché se poi le cose vanno male tu tiri una pietra e ti torna indietro un macigno. E qualcuno anche stavolta ha dimostrato di non aver imparato la lezione. Basta pensare al botta e risposta su Twitter tra Totti e Dzeko. Eppure Totti dovrebbe aver fatto tesoro degli errori commessi da calciatore, delle tante magliette preparate prima e mai sfoggiate, oppure delle sparate fatte prima di un derby segno di poca saggezza romana e di ignoranza. Sia ben chiaro, “ignoranza” nel senso etimologico del termine, ovvero di colui che ignora e non sa, ad esempio,  che a Roma si dice che “La gatta frettolosa se piscia sui piedi”. Oppure che “bisogna ‘sta attenti a sputà per aria, perché poi te torna”.

E Totti, che romano è, dovrebbe saperle bene queste cose. Fare gli spiritosi prima del derby è pericoloso, perché poi magari capita di prendere la “scanizza”, proprio come è successo sabato. “Scanizza” che tradotto dal romano all’italiano significa “sonora sconfitta”

Quindi, cari amici romanisti, agitarsi tanto è inutile, perché come si dice a Roma “a incazzasse se fanno du fatiche”, perché “Se t’encazzi e poi te scazzi è tutto un cazzo che t’encazzi”. Saggezza popolare, filosofia di vita che non tutti sanno apprezzare e soprattutto che in pochi applicano. Sia su un fronte che sull’altro, sia ben chiaro, perché la vita è una ruota che gira, sempre… 

Dovrei chiuderla qui, liquidare tutto e guardare avanti, invece NO. Stavolta NO, perché avete martellato troppo per qualche derby inutile (perché non v’ho portato nessun trofeo da esibire in bacheca e neanche una misera finale…) vinto dopo quel famoso 26 maggio, quindi ora che siete incudine  “dovete abbozzà”: perché a Roma funziona così. E se “non ce volete sta”, so problemi vostri. Potete  “rosicà”  quanto volete, potete “attaccà” è “offenne” pensando in questo modo di disarmarci, ma sarete accolti sempre da un sorriso, quel solito sorriso carico di tenerezza che vi rivolgiamo da anni ogni volta che si ripete la solita storia. Perché voi siete come le cambiali e, prima o poi, con voi noi andiamo noi sempre all’incasso. Basta saper aspettare, con pazienza, basta saper sopportare in silenzio gli  “strombazzamenti”  della comunicazione che, da sempre, vi sostiene o vi difende, arrivando a minimizzare o a far sparire certe  “zozzate” o errori fatti da voi salvo poi puntare i riflettori su di noi se l’errore è a tinte biancocelesti. Errori che vengono archiviati con poche righe di scuse, quando va bene, se ci siete voi di mezzo ma che se commessi contro di voi o da noi sarebbero forse costati la “testa” a chi li commette. Basta pensare a quello striscione “LAZIALE MAHMOOD” appeso in bella mostra nei pressi dell’Olimpico ma di cui nessuno o quasi ha parlato e per il quale nessuno si è offeso o ha gridato alla xenofobia, al razzismo. Perché sparare su noi è lecito, è quasi norma, mentre a voi non vi si può neanche sfiorare, altrimenti succede il finimondo. E tutto questo, invece di avvilirmi o di farmi “incazzare”, mi rende sempre più orgoglioso di quella scelta di esser  parte di una “minoranza” fatta d’istinto, da bambino, quel lontano 12 febbraio del 1967…

FORZA LAZIO…




Accadde oggi 20.05

1923 Bari - Ideale Bari-Lazio 0-3
1951 Roma, stadio Torino – Lazio-Como 2-0
1956 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Genoa 2-0
1974 La Lazio, neo Campione d'Italia, viene ricevuta in Campidoglio dal Sindaco On.Darida
1979 Rosario, Estadio Gigante de Arroyto, Rosario Central-Lazio 3-0
2001 Firenze, stadio Artemio Franchi - Lazio-Udinese 3-1
2007 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Parma 0-0
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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