03 Marzo 2019

ASFALTATI...
di Stefano Greco

Le gioie più belle della vita sono quelle che arrivano all’improvviso, quando meno te l’aspetti, anzi, quando addirittura sei preparato al peggio. E nella storia della Lazio, il confine tra sogno e realtà, tra dolore e gioia o tra Inferno e Paradiso a volte è stato così labile da rendere quasi impossibile fissare un confine tra le due sensazioni. È quello che è successo anche ieri sera, quando una Lazio stanca e incerottata ha completamente asfaltato la Roma che sognava l’aggancio all’Inter e al quarto posto per caricare le batterie in vista della Champions e questa mattina si ritrova senza certezze, come un pugile suonato salito sul ring per sbrigare una pratica e che senza neanche accorgersene ha subito due ganci e un diretto ed è finito ko.

ASFALTATI è l’unico titolo possibile per raccontare il derby di ieri, perché questa partita la Lazio l’ha aggredita fin dal primo momento mettendo subito alle corde una Roma che è parsa sorpresa dalla forza e dall’aggressività con cui è scesa in campo la Lazio. E, al contrario di quanto era successo tante, troppe volte in questa stagione, al primo affondo è arrivato il gol del vantaggio, quello che ha scacciato dubbi e paura, che ha raddoppiato le energie e la voglia di vincere ogni contrasto, di arrivare per primi su ogni pallone. Dal primo all’ultimo minuto, senza pause, senza quei passaggi a vuoto (soprattutto mentali) che hanno caratterizzato in negativo questa annata in cui spesso e volentieri la squadra ha dato l’impressione di essere svuotata, di non credere in quello che faceva e nella possibilità di ripetere la marcia dello scorso anno.

Le vittorie hanno sempre tanti padri, ma mai come questa volta per me ha un solo vero padre: Simone Inzaghi. Incurante delle critiche ricevute (spesso sfociate sui social addirittura nell’insulto), Simoncino è andato avanti per la sua strada, non ha tradito il suo credo calcistico e alla fine ha vinto un derby destinato ad entrare nella storia proprio grazie al modulo, dimostrando che il problema della Lazio non è il 3-5-2, ma il modo in cui viene interpretato il copione sul palco dai protagonisti. Perché se Caicedo arriva solo davanti al portiere e segna (invece di tirare la palla addosso al portiere), ecco che diventa tutto più facile. Perché se Bastos fa una sola vaccata nella partita, ma invece che fermarsi riparte e recupera in modo sontuoso l’errore commesso, l’errore non solo si annulla, ma quel secondo intervento dà una carica sia a chi aveva commesso l’errore ma a tutta la squadra. Perché se Marusic e Lulic spingono senza regalare palloni agli avversari, ecco che l’aggressione sulle fasce produce risultati. Perché se Caicedo e Correa in ripiego vanno a mordere subito i portatori di palla e tutti vanno a raddoppiare, ecco che la squadra ha il tempo per rimettersi a posto e per fare diga a centrocampo. Perché a quel punto, le poche certezze rappresentate ad esempio da Acerbi e Radu (alla sua migliore annata in 12 stagioni da laziale) diventano scogli difensivi impossibili da aggirare per gli avversari.

E proprio da Radu voglio partire parlando delle facce e delle immagini di questo derby che resteranno per sempre impresse nella memoria. Stefan Radu è quello che ogni tifoso sogno di essere: un tifoso, appunto, che ha la possibilità di giocare un derby. Urla, suda, combatte, incita i compagni e poi, alla fine, irride gli avversari fino a fargli perdere la testa. Come ha fatto ieri con Kolarov. E quella risata in faccia all’ex compagno di squadra dopo aver provocato la sua espulsione, è l’essenza del derby, è libidine allo stato puro per ogni tifoso laziale. Come l’immagine di Totti che, attonito, ha lo sguardo perso nel vuoto. Il derby ha il volto di Caicedo che urla al parterre della Tevere, quello felice di Ciro Immobile che non doveva esserci ma che invece mette a segno il colpo del ko e scaccia i fantasmi. Ha, soprattutto, il volto stravolto dalla felicità di Danilo Cataldi. Ecco, tra tutti i volti di ieri sera, io mi prendo questo, quello di un ragazzo romano nato e cresciuto nella Lazio che segnando quel gol si è conquistato il suo piccolo posto nella storia. Ha subito di tutto Danilo in questi anni, è passato dalla fascia di capitano indossata da ragazzino all’esilio, quasi alla Fatwa, alla condanna a morte per blasfemia per aver esultato ad un gol del Genoa (la squadra in cui era stato esiliato) contro la Lazio e per le parole mal interpretate sue e della sua compagna. Se è vero che nemo propheta acceptus est in patria (nessun profeta è gradito in patria), questo a quanto pare vale ancora di più nel mondo Lazio. A tanti ragazzi usciti dalle giovanili non è mai stato perdonato nulla, neanche un piccolo errore di gioventù, al contrario di quello che avviene dall’altra parte del Tevere quando dopo un paio di buone prestazioni un ragazzino diventa subito uno da chiamare in Nazionale, oppure l’erede naturale di un grande della storia della Roma o del calcio italiano o mondiale. Ricordo Gianluca Curci, ad esempio, portiere normalissimo che ha esordito a 19 anni con la maglia della Roma e dopo mezza stagione era già dipinto come l’erede di Buffon. E che oggi, dopo aver militato senza nessuna fortuna nel Siena, nel Bologna e nella Sampdoria, per poi emigrare in Germania (Magonza) e finito in Svezia, dove ha difeso prima la porta dell’Athletic Football Club Eskilstuna e ora difende quella dell’Hammarby.

Gli ultimi volti di questo derby sono quelli di Correa e di Acerbi, del ragazzino che con i suoi assist e le sue accelerazioni ha spaccato in due la partita e del vecchio guerriero che, finalmente, ha potuto raccogliere la prima grande soddisfazione della sua avventura laziale. E merita di assaporarla più di chiunque altro, perché è stato l’unico a metterci sempre la faccia a crederci sempre, anche nei momenti più bui.

Altro non ho da dire sulla serata di ieri, se non un piccolo PS dedicato ai tanti, troppi, che insultano tutti i giocatori che lasciano la Lazio bollandoli come traditori della causa o mercenari. Ieri, su Twitter, ho letto un messaggio di Felipe Anderson che appena uscito vittorioso dal campo nella sua sfida di Premier League si è accomodato davanti al televisore per incitare gli ex compagni, per tifare e gioire per la vittoria della “sua” Lazio. Non era tenuto a farlo e non aveva nulla da guadagnarci da un post del genere, soprattutto dopo tutto il veleno che in tanti gli hanno vomitato addosso. Lo ha fatto, come lo ha fatto Hernanes, l’ex profeta anche lui vittima di una Fatwa che da lontano ha tifato anche lui Lazio. Perché tranne rare, rarissime eccezioni, quando indossi quella maglia biancoceleste, quei colori te li senti addosso per sempre. Se non come una seconda pelle, quasi…




Accadde oggi 27.06

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Hungaria 3-2
1938 Nasce a Parma Pietro Adorni.
1987 Napoli, stadio San Paolo - Taranto-Lazio 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 24/5/2019
 

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