17 Febbraio 2021

Quel Lazio-Juve dal profumo di scudetto
di Stefano Greco

Anche da ragazzino e nonostante la spensieratezza dell’infanzia, a 12 anni può capitare di passare una notte insonne, di svegliarsi più e più volte per guardare la sveglia e quelle lancette che sembrano quasi inchiodate per quanto si muovono lente. A me è successo tante volte da tifoso alla vigilia di qualche appuntamento importante, di domeniche destinate a entrare nella storia. Già, perché allora si giocava sempre e solo la domenica e tutti alla stessa ora. E l’orario variava solo a seconda della stagione e del fatto se c’era l’ora solare o l’ora legale. Per la prima volta mi è successo alla vigilia della trasferta di Napoli, la notte tra il 19 e il 20 maggio del 1973. E da allora, è accaduto tante, tantissime volte fino a qualche anno fa.

È successo anche la notte tra il 16 e il 17 febbraio del 1974, prima di quel Lazio-Juventus che per noi laziali quell’anno vale più di dieci derby: perché c’è da consumare una vendetta sportiva, perché bisogna vincere per mettere le mani sullo scudetto.

Anche se siamo solo alla terza giornata del girone di ritorno, la classifica in vetta è cortissima e quella sfida con la Juventus ha sia il sapore che il profumo di scudetto. La Lazio è prima in classifica dalla nona giornata e capolista solitaria dalla decima, dalla domenica in cui ha battuto 1-0 il Napoli all'Olimpico e la Juventus ha perso a sorpresa a Cagliari, ma l’inaspettata sconfitta subita a Marassi una settimana prima ha ridotto a due soli punti il vantaggio sulla Juventus, seguita a ruota da Fiorentina e Napoli, in un’ammucchiata gigantesca in cui, inaspettatamente, il centro sud la fa da padrone: Lazio 25, Juventus 23, Fiorentina 22 e Napoli 22, Milan 20, Inter e Torino 19.

Da giorni nella biglietteria di Via Monte Zebio, dietro la sede della Lazio di Via Col di Lana, è esposto il cartello del tutto esaurito: sono 76.564 (58.492 paganti e 18.135 abbonati) i fortunati che si sono assicurati il prezioso tagliando per varcare i cancelli dell’Olimpico e che hanno portato nelle casse della Lazio 238.758.000 lire, una cifra stratosferica per l’epoca che rappresenta il nuovo record italiano d’incasso per una partita di calcio. Io in mano non ho il biglietto, ma una tessera di Tribuna Tevere da Aquilotto che mi dà diritto all’ingresso dentro lo stadio ma non al posto a sedere. Per questo guardo con impazienza quella sveglia con la suoneria impostata alle 7.30 di mattina. Perché andando a scuola dai preti sono obbligato a partecipare alla messa delle 9,00 a Villa Flaminia e finita la funzione ho giusto il tempo per correre allo stadio con il mio zaino pieno di panini e con una copia fresca de Il Corriere dello Sport per arrivare alle 10 davanti a quelle porte che rappresentano in Paradiso calcistico. Perché anche se la partita inizia alle 14.30 e quel giorno piove che piove, i cancelli aprono alle 10 e per assicurarsi un posto su quei gradini di marmo bianco ghiacciati e fradici bisogna arrivare prima dell’apertura e mettersi in fila…

Altro calcio, altra passione alimentata dal fuoco dell’attesa e della possibilità per una ragazzino di 12 anni di sognare l’impossibile. Sì, l’impossibile, perché solo due anni prima, il 20 febbraio del 1972, l’avversario domenicale della Lazio era la Ternana e la Lazio con oltre 50.000 tra paganti e abbonati quel giorno stabiliva il record d’incasso della Serie B con 70.783.500 lire finiti nelle casse della società. Sì, impossibile, perché in pochi dopo quel sogno andato in frantumi il 20 maggio del 1973 a Napoli avrebbero immaginato di vedere, 9 mesi dopo, la Lazio nuovamente in vetta alla classifica e più forte e convinta dell’anno prima.

Se ripenso a quei giorni e a quella vigilia, mi vengono i brividi. Ricordo il cielo nero e gonfio di pioggia, la marcia silenziosa verso lo stadio tutti rigorosamente a piedi perché c’era l’austerity: le macchine la domeniche non circolavano non per ridurre l’inquinamento come succede oggi con le domeniche ecologiche, ma perché scarseggiava la benzina e quindi c’era il divieto assoluto di consumare carburante e anche l’energia elettrica era razionata. Una cosa inimmaginabile al giorno d’oggi, quando c’è gente che va in tilt se per un giorno deve stare senza cellulare, oppure se finisce in una zona in cui non riesce ad accedere a internet e le domeniche ecologiche o l’assenza di parcheggi diventano una scusa per disertare lo stadio. Nel 1974 si andava a piedi e qualcuno si avventurava verso l’Olimpico in bicicletta o addirittura con i pattini o il monopattino. Non quello elettrico, ma quello che facevi muovere unsando le gambe.... Per chi non lo ha vissuto quel periodo sembra un film, lo so, ma è la realtà.

Ricordo i bagarini che al grido di “compro biglietti, vendo biglietti” facevano formare dei capannelli sul ponte Duca D’Aosta e davanti all’obelisco. Erano quasi tutti napoletani e facevano affari d’oro in occasioni come quella. Arrivavano in 4/5 in macchina con le tasche piene di biglietti, addirittura con blocchetti interi di tagliandi ottenuti con la compiacenza di qualcuno, spesso e volentieri un dipendente della società che giocava in casa. Ricordo la folla che premeva davanti a quelle porte di ferro pitturate di verde, l’apertura dei cancelli accolta da un boato, la corsa sotto la pioggia per assicurarsi il gradino migliore o quello a cui eri scaramanticamente legato. E poi la lunga attesa, con gli altoparlanti dello stadio che diffondevano le Hit di quel periodo, intramezzate da spot pubblicitari: si passava dalla pubblicità del Borghetti a “Alle porte del Sole” di Gigliola Cinquetti che spopolava, oppure a “Prisencolinensinanciousol” di Adriano Celentano, a “Angie” dei Rolling Stones, per finire con “la collina dei ciliegi” di Lucio Battisti.

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante
cancella col coraggio quella supplica dagli occhi
troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante
e quasi sempre dietro la collina il sole.
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente
ma perché tu non vuoi spaziare con me
volando intorno la tradizione
come un colombo intorno a un pallone frenato
e con un colpo di becco
bene aggiustato forato e lui giù, giù, giù
e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese
un sorriso che non ha
né più un volto, né più un'età.
E respirando brezze che dilagano su terre
senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
se chiudi gli occhi un istante
ora figli dell'immensità.

E su quelle note si sognava e si consumavano i minuti di un’attesa infinita. Il conto alla rovescia iniziava quando sbucavano dal tunnel i giocatori che, ancora in borghese, entravano per controllare le condizioni del campo. Chinaglia e compagni, lo facevano anche per caricarsi e caricare la gente. Oppure, come in occasione del derby, per provocare i tifosi avversari. Quel giorno, all’ingresso in campo delle squadre le due curve dell’Olimpico sono stracolme, come pure la Tevere Non Numerata, sia quella verso la Sud che quella lato Curva Nord. Ci sono anche tanti juventini, ma le bandiere bianconere si perdono in quel mare di bianco e di celeste.

Altro rito, il giro di campo di Umberto Lenzini. In occasione delle grandi sfide, mezz’ora prima dell’inizio il presidente sbuca da tunnel situato tra la Curva Sud e la Monte Mario e, circondato dai dirigenti e dai rappresentanti dei club della Lazio, si fa tutta la pista che circonda il campo salutando la gente. Al suo passaggio, la folla ondeggia ed è tutto uno sventolare di bandiere con quel coro LAZIO, LAZIO che cresce d'intensità fino a diventare un boato. E Umberto Lenzini sorride compiaciuto, agita la mano e si commuove vedendo tutta quella gente che lo acclama. Cosa ci può essere di più bello per un uomo dell'essere acclamato e amato dalla sua gente?

Poi, arrivava il momento più atteso. Dalla Tribuna Tevere, vedo l’arbitro con il pallone a spicchi bianchi e neri in mano e i guardalinee ai suoi fianchi come due fedeli scudieri. E dietro le due squadre. Mentre quel plotone partito dal tunnel procede verso il centro del campo, l’Olimpico si trasformava in un mare in tempesta. Spuntano bandiere in tutte le zone dello stadio e la Curva Sud sembra veramente un mare celeste increspato dalla schiuma bianca provocata dalle onde. Poi il saluto delle due squadre al pubblico al centro del campo, la stretta di mano tra i due capitani, la scelta di campo o palla (la Lazio per scaramanzia sceglieva sempre di attaccare il primo tempo verso la Curva Nord) e poi il fischio da parte di Panzino che apre le ostilità. E sotto quella Curva Nord, piena di juventini, dopo appena 5 minuti, buttandosi su un pallone che rimpalla tra due difensori su tiro dal limite di Nanni, Renzo Garlaschelli si infila e batte Zoff per la prima volta. Il boato dell’Olimpico è di quelli che ti strappano la pelle per forza e intensità. Io in quell’esultanza quasi selvaggia mi ritrovo qualche gradino più giù abbracciato a mio cugino Roberto, compagno inseparabile di quelle domeniche.

La Lazio domina, Chinaglia da solo fa a pezzi la difesa della Juventus e poco prima della mezz’ora, su punizione, batte Zoff con un destro rasoterra, con il pallone che toccando l’erba bagnata acquista velocità e diventa imprendibile. Il pallone scuote la rete e l’Olimpico impazzisce, con Giorgio che corre verso la panchina per abbracciare Maestrelli, seguito dal resto della squadra. Sembra la replica di quel Lazio-Milan della stagione precedente, di quel sabato del 21 aprile del 1973 in cui battendo per 2-1 i rossoneri la Lazio sale in vetta alla classifica a 4 giornate dalla fine del campionato. Il giorno in cui tutto il mondo Lazio ha iniziato a sognare veramente ad occhi aperti lo scudetto.

L'arbitro di quel Lazio-Milan era Lo Bello di Siracusa, il principe dei fischietti italiani che in quella sfida diventa protagonista annullando al Milan un gol all'apparenza regolare. L’arbitro di quel Lazio-Juventus è Panzino da Catanzaro. Sì, perché il nome di battesimo degli arbitri all’epoca non lo conosce quasi nessuno ma tutti conoscono la sezione arbitrale di provenienza dei direttori di gara. Panzino è lo stesso arbitro di Lazio-Foggia, ed è uno dal rigore facile. E mai come quel 17 febbraio del 1974 lo dimostra. All’inizio del secondo tempo Panzino indica il dischetto per un contatto tra Wilson e Gentile avvenuto fuori dall’area. Wilson si ferma sul punto esatto del contatto poco fuori dall'area, lo indica all’arbitro che viene immediatamente circondato da tutti i giocatori della Lazio, ma quel piccolo (di statura) uomo vestito di nero è irremovibile e continua a indicare il dischetto. Va Cuccureddu, un cecchino infallibile, ma muovendosi in leggero anticipo Pulici intuisce e respinge, facendo esplodere nuovamente l’Olimpico. Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo che Panzino indica per la seconda volta il dischetto, per una trattenuta di Petrelli su Altafini. L’Olimpico diventa una polveriera e i Carabinieri appostati ai bordi del campo sono costretti a placcare con l’aiuto dei giocatori della Lazio un invasore solitario che, scavalcato il fossato, corre verso il direttore di gara per farsi giustizia. Sul dischetto questa volta va Anastasi, Pulici intuisce anche questa volta ma il pallone finisce in rete: 2-1 e partita riaperta.

Chinaglia è infuriato. Urla, protesta, si sbraccia, chiede palla e come gli arriva la sfera tra i piedi carica da solo i difensori della Juventus. Solo Salvadore gli nega il gol bloccando il pallone sulla linea dopo un gran tiro respinto a fatica da Zoff. Ma Giorgio non si placa. Salta sempre Morini, quindi Vycpalek decide di raddoppiare la marcatura chiedendo a Cuccureddu di sacrificarsi per aiutare il compagno nel tentativo di arginare in qualche modo la furia di Long John. Chinaglia non è un funambolo con il pallone tra i piedi, è grezzo e potente, ma è furbo. A un certo punto, si mette a danzare al confine dell’area di rigore nella zona sotto la Monte Mario: una, due finte, un colpo di tacco per liberarsi dalla morsa di Morini e Cuccureddu, il pallone sfila ma Morini allunga la gamba e Giorgio come sente il contatto crolla a terra allargando le braccia per invocare il rigore. Panzino, fermo al limite dell’area, indica per la terza volta il dischetto. Chinaglia prende il pallone, finta la botta, Zoff vola verso destra e Giorgio con un piattone centrale, quasi scivolando per arrestare la corsa, segna il gol del 3-1. E appena il pallone tocca la rete alza il dito al cielo prima di essere seppellito dall’abbraccio dei compagni di squadra.

https://www.youtube.com/watch?v=1YJ1cKJ4ShQ

Manca ancora metà del secondo tempo, ma la partita finisce lì e l'attenzione degli 80.000 dell’Olimpico si sposta sulle notizie che arrivano dagli altri campi di gioco, perché la Fiorentina perde a Foggia e perde anche il Torino in casa con il Cagliari. Vincono invece il Milan contro la Roma e il Napoli con l’Inter al San Paolo, con i partenopei che con quel successo scavalcano in classifica la Juventus e diventano gli inseguitori della Lazio che vola a + 3 sulla squadra allenata da Luis Vinicio (la vittoria vale 2 punti...), con lo scontro diretto in programma il 7 aprile al San Paolo. Ma, questa, è un’altra storia che merita di essere raccontata a parte…

L'ultima immagine di quella domenica, è legata a Giorgio, alla sua uscita dal campo dietro a Franco Nanni. Quella foto di Giorgio che si dirige verso il tunnel per sparire nella pancia dell'Olimpico, è una delle due che avevo scelto per la copertina di Maledetto Nove: perché quell'immagine di Giorgio di spalle, sotto la Curva Sud imbandierata e con quel cielo pieno di nuvole nere per me è un quadro che racconta alla perfezione la vita e la carriera tormentata di Long John, uno dei personaggi più controversi della storia della Lazio. Amato e odiato con la stessa intensità, ma unico e leggendario. Il protagonista assoluto di quella cavalcata della Lazio verso il primo scudetto della sua storia!





Accadde oggi 08.03

1931 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milan 1-2
1936 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Brescia 3-0
1942 Firenze, stadio Giovanni Berta – Fiorentina-Lazio 3-1
1953 Palermo, stadio La Favorita - Palermo-Lazio 3-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Spal 4-0
1964 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Modena 1-0
1992 Genova, stadio Luigi Ferraris - Genoa-Lazio 1-0
1995 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Juventus 0-1
1998 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Roma 2-0
2000 Rotterdam, De Kuip stadium - Feyenoord-Lazio 0-0
2003 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 1-1
2009 Napoli, stadio San Paolo - Napoli-Lazio 0-2

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Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/2/2021
 

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