23 Gennaio 2019

Sollier: "Tifavo Lazio, poi la politica..."
di Stefano Greco

Rossi e neri seduti allo stesso tavolo, a parlare di politica e di calcio, di come è cambiato il nostro mondo dagli anni Settanta a oggi. Da quegli Anni di piombo che ci hanno segnato cambiando per sempre le nostre vite ad un presente fatto di un fervore politico morto e sepolto e da una passione calcistica che si sta, piano, piano, spegnendo.

Rossi e neri che parlano e discutono serenamente, anche ridendo di attriti passati. Un qualcosa che era anche solo impossibile immaginare 40 anni fa. Invece, ora è possibile, ed è successo una sera di due anni fa a Mongrando, un paesino vicino a Biella dove ho presentato in una sala gremita “Faccetta biancoceleste”. Pensate un po', invitato da un sindaco ex Rifondazione Comunista eletto con una lista civica di sinistra, Tony Filoni, laziale come pochi altri ne ho conosciuti in vita mia. E Tony ha organizzato quella serata e quell'incontro con la collaborazione di un ex deputato di Alleanza Nazionale, anche lui lazialissimo. Da una parte del tavolo io, il "nero", dall’altra parte del tavolo, Paolo Sollier, il “rosso”, il “nemico” mio e degli Ultras laziali (nemico, rigorosamente tra virgolette) di 40 anni fa perché salutava il pubblico con il pugno chiuso e indossava la maglia rossa del Perugia. Un ex “nemico”, che quella sera è entrato il sala con il sorriso sulle labbra e che ha aggiunto alla stretta di mano di presentazione un abbraccio, tipo quelli tra vecchi compagni di squadra che si incontrano nuovamente dopo decenni. E a quel sorriso e a quell’abbraccio, ha fatto seguito anche una confessione. Una di quelle che non ti aspetti e che quasi ti spiazzano: “Sai Stefano, io non l’ho mai detto a nessuno, ma ho tifato per la Lazio come mai avevo fatto per una squadra avversaria. Ho tifato per la Lazio di Maestrelli e ho esultato quando ha vinto il campionato, perché è stato uno scudetto rivoluzionario che ha spezzato il potere di Juventus, Milan e Inter. Poi, quando ho incontrato la Lazio come avversario, diciamo che ho cambiato idea… Ma non mi sono mai pentito di aver tifato per la Lazio”.

Paolo Sollier che ha tifato per la Lazio, per quella che veniva presentata al mondo come la  “squadra dei fascisti”: quelli dalla pistola facile in ritiro, quelli che si menavano tra loro durante la settimana ma che una volta in campo diventavano all’improvviso fratelli. Me lo racconta in privato Paolo Sollier, ma poi non fatica a fare la stessa cosa in pubblico, lasciando in molti a bocca aperta. Il “rosso” che giocava con la maglia rossa che ha tifato per i “neri” che indossavano le maglie biancocelesti. “Sì, ma poi li ho conosciuti meglio quei giocatori”, dice ridendo Sollier,“ho conosciuto meglio anche gli Ultras della Lazio e diciamo che ho cambiato idea”.

Già, ha cambiato idea, radicalmente. Al punto che alla vigilia di quel Lazio-Perugia del 22 febbraio del 1976, parlando con un giornalista de “Il Messaggero” a fine intervista si lascia andare a una battuta che gli costa cara, perché per certi versi lo segna per sempre: “Vorrà dire che domenica ci sarà più gusto a vincere all’Olimpico contro la squadra di Mussolini”. La domenica mattina, quel titolo viene sparato a nove colonne e l’Olimpico si trasforma in un inferno. Ecco il racconto di quella domenica preso da “Faccetta biancoceleste”.

Quella domenica, la tensione è palpabile. Entrando in Sud, vedo facce mai viste, tanti giubbotti scuri, mimetiche verdi, fazzoletti neri e ragazzi con i capelli cortissimi che spiccano in mezzo alla folla di capelloni dell’epoca. Mi sistemo al solito posto, verso la Monte Mario, vicino allo striscione ULTRAS, dove in piedi sul muretto ci sono Francesco Bilotta, Marco Saraz, Marco Gazzarrini, i fratelli Stefano e Maurizio Catena: tutta gente di destra che viene da Fleming, Balduina e Monteverde. Sono tutti più grandi me, li conosco solo di vista e di fama, ma di lì a poco diventeranno i miei amici di stadio. E non solo. Lì vicino, c’è lo striscione FOLGORE, un gruppo di cui fanno parte ragazzi di estrazione sociale completamente diversa e da quartieri della zona centro-Sud di Roma: Trastevere, viale Marconi, Magliana, Eur. I leader sono Goffredo “il tassinaro”, Capoccione, Paolone (conosciuto come “er fioraio”, perché ha un banco di fiori a piazza di Spagna) e Orsacchiotto, che in quella partita col Perugia accusa anche un mezzo infarto. Al centro della curva, c’è il gruppo dei Vigilantes di Anzuini, noti per le loro simpatie di sinistra. Quando più di un’ora prima dell’inizio i giocatori del Perugia escono dal tunnel per controllare il campo di gioco, tutti dagli spalti cercano con lo sguardo Sollier. Partono fischi, volano in campo arance e qualche bottiglia, ma il “nemico” non si vede. Bisogna aspettare l’ingresso in campo delle squadre per veder comparire quella maglia rossa con il numero 11 stampato sulle spalle. E quando lo speaker annuncia le formazioni, al nome di Sollier si scatena l’inferno. Urla e insulti partono dalla Sud e si propagano a tutto lo stadio quando Sollier, a centrocampo, si gira verso la Monte Mario e poi verso la Tribuna Tevere salutando alzando il braccio con il pugno chiuso. Quel gesto, per lui usuale, diventa una provocazione inaccettabile, specie dopo quell’intervista.

Ogni volta che Sollier tocca il pallone, dalle tribune partono bordate di fischi e d’insulti, che aumentano d’intensità quando il migliaio di tifosi del Perugia sistemati in Tribuna Tevere non numerata prova ad incitare Sollier o la squadra. Il gol segnato da Chinaglia su rigore, non serve a stemperare gli animi. E quando a poco più di venti minuti dal termine Ilario Castagner decide di richiamare in panchina Sollier, lo stadio esplode. Sul muretto degli ultras, compare uno striscione lungo una decina di metri con scritto, in blu scuro su stoffa bianca, SOLLIER BOIA. E mentre l’attaccante del Perugia si avvia a testa bassa verso il tunnel degli spogliatoi, al ritmo di “Boia chi molla è il grido di battaglia”, parte il coro: “Sollier boia, è ora che tu muoia…”  con la variante “Sollier boia, figlio di una troia”. Il coro parte dal muretto e dopo un principio di rissa tra ultras e Folgore, si propaga al resto dello stadio: ed è urlato a squarciagola da gente di ogni età, accompagnato dal saluto romano. Non ho mai visto nulla del genere prima in vita mia, mai tanto fervore. Ne resto affascinato, coinvolto, e quasi senza accorgermene mi unisco al coro e scatto in piedi con il braccio teso.

Uscito il nemico, sento qualcuno dire: “Andiamo, che stanno aprendo i cancelli”. E una parte di curva, come per incanto, si svuota. Partono un centinaio di ragazzi di destra, ai quali si aggiungono anche alcuni dei Vigilantes: anche se, come ho scritto prima, Anzuini e i suoi sono di sinistra. All’Olimpico, un po’ per motivi di sicurezza e per agevolare il deflusso degli spettatori, un po’ per consentire a chi non ha i soldi per i biglietti di vedere almeno uno spezzone di partita, a circa un quarto d’ora dal termine gli addetti aprono i cancelli dello stadio. Qualcuno entra per vedersi gratis gli ultimi minuti di partita, ma quel giorno il gruppo partito dalla curva, che si unisce ad altri che aspettano fuori, ne approfitta per entrare indisturbato in Tribuna Tevere non numerata, nel settore occupato dai tifosi del Perugia. Almeno 200 persone con il volto coperto e armate di spranghe e di bastoni entrano di corsa, si gettano sui perugini e si scatena una rissa gigantesca. Qualcuno rompe le panche verdi di legno e usa quei pezzi di panchina come bastoni improvvisati. Il settore si svuota, qualche spettatore si lancia giù dai muretti per fuggire, altri cadono a terra e restano quasi imprigionati. La polizia, presa alla sprovvista, tarda a reagire e, quando arriva, è già finito tutto.

…Alla fine, il bilancio è pesante, con decine di feriti, quasi tutti tifosi del Perugia. Il giorno dopo, i giornali si scagliano contro Sollier, accusandolo di aver acceso gli animi con le sue dichiarazioni prima della partita e con quel pugno chiuso mostrato al pubblico. Insomma, per molti è lui il vero responsabile di quello che è successo allo Stadio Olimpico.

Alla fine di quella stagione, la società umbra decide di vendere Sollier al Rimini e il giocatore si sfoga in un libro denuncia. Il libro si intitola Calci, sputi e colpi di testae c’è una parte dedicata ai tifosi della Lazio e a quella sfida all’Olimpico, che merita di essere riportata integralmente.

I tifosi della Lazio, grossi casini li avevano già combinati a Perugia: botte, sprangate, catenate. Ma quello che sono riusciti a fare con Lazio-Perugia è da fucilazione. Forse è ingiusto dire “i tifosi della Lazio”, è più esatto “i fascisti laziali”. Hanno picchiato gente, assaltato pullman, tagliato gomme. Il giorno dopo, sui giornali, nessun segno. Lievi incidenti, dicevano. E la gente all’ospedale? E quella squadraccia che a un quarto d’ora dalla fine è entrata allo stadio in assetto di guerra? E quel bastardo che con una stanga di legno girava come un frullatore sulle teste degli spettatori perugini? Non denunciare queste cose non solo è complicità, ma un invito a continuare, licenza di usare violenza. Certo è più facile incolpare me, fa più colore, più notizia. Tutto a causa di un’intervista, che esce su «Il Messaggero» la domenica mattina: “Se vinceremo, allora avremo battuto la squadra di Mussolini”. Naturalmente la frase giusta era un’altra: “So che nella Lazio tira aria di destra ma quando gioco potrebbe essere anche la squadra di Mussolini e non cambierebbe niente…”. Un malinteso, nient’altro: della buona fede del giornalista non dubito. Ma per quei cretini della «Nazione» la colpa è mia: «I tifosi non vogliono rischiare le botte per Sollier». Non dicono che i tifosi della Lazio violentano la partita ogni domenica, che per tutta la settimana prima del nostro arrivo avevano minacciato invasioni e colpi di mano. Non dicono che questi bastardi sono fascisti; non dicono che fin dal pomeriggio del sabato era mobilitato tutto il Fuan di Roma; non dicono che uno striscione come quello non si prepara all’ultimo momento a causa di un’intervista sul giornale. Berni mi aveva anticipato che qualche giocatore della Lazio «mi aspettava». Invece quelli che mi aspettavano erano i tifosi in curva. Fischi a ogni palla, chinagliescamente; poi Castagner ha la buona idea di sostituirmi, ed esco con quel “Sollier boia” negli occhi, bianco su blu, cinque metri. Sollier boia urlato in coro da quelle merde, tutte le mani della curva imbastardite nel saluto romano, io che m’infilo nel sottopassaggio senza un gesto. Se alzassi il pugno sarebbe lo specchio dei loro insulti, una loro vittoria; allora neanche una piega, di fuori. Dentro, scorticato, azzannato, impaurito. I brividi su per il culo, la voglia di un mitra per fucilarli tutti sulla curva, di rendergli un po’ di quello stadio di Santiago. E adesso, la rabbia per quei rattoppamerde che li difendono.

“Quella domenica mi è costata cara”, mi confessa quella sera Paolo Sollier, “perché per la prima volta sono stato quasi messo sotto processo dai compagni di squadra e dalla società, per quel gesto che per me non era una provocazione, ma solo un saluto che facevo agli amici da quando giocavo nei dilettanti e che ho continuato a fare in C e poi in B. Ma quando l’ho fatto in Serie A, se ne sono accorti tutti ed è diventato un problema. Quel giorno a Roma non l’ho dimenticato. E’ stata dura non reagire, uscire a testa bassa e subire tutto in silenzio, ma ho fatto bene a farlo, perché se solo avessi alzato il pugno all’uscita dal campo verso quella gente che mi urlava di tutto, sarebbe successo il finimondo”.

Un po’ come è successo quando Paolo Di Canio ha fatto il saluto romano, prima all’Olimpico e poi a Livorno. “Paolo mi sta sulle palle, come io a lui del resto: è un fastidio reciproco. Ma credo che ognuno debba e possa fare quello che si sente di fare, se non offende nessuno. Ma è un discorso lungo, che viene distorto o strumentalizzato quando si mette in mezzo la comunicazione. Il calcio è una cosa e la politica è un’altra, sono d’accordo, ma un saluto è e resta sempre un saluto. Se lo rifarei oggi? Non lo so, sono cambiati i tempi, è cambiato tutto e siamo cambiati anche noi. Pure io, anche se non sono cambiate le mie idee”.

Il “rosso”, quindi, resta “rosso”, anche se con i capelli ingrigiti dal tempo e lo sguardo ammorbidito da quella barba ora rada e che un tempo era lunga e nera, come i capelli. Ma oggi accetta un confronto che inizia e si chiude con un abbraccio e un sorriso, con uno scambio di libri con dedica. Questo il segno del cambiamento dei tempi: un dialogo tra le due parti che una volta era impossibile, oggi è realtà. Grazie anche alla caparbietà e all’intelligenza di personaggi come Tony Filoni che hanno abbattuto ogni barriera. Parliamo di un sindaco che per solidarietà con Paolo Di Canio dopo quel gesto che gli è costato la gogna mediatica (e la fine del rapporto con la Lazio…), si è fatto fotografare in consiglio comunale mentre lui, di Rifondazione Comunista, fa il saluto romano con il suo amico (anche lui lazialissimo) consigliere di AN Davide Zappalà. Un gesto simbolico che gli costa la gogna mediatica e addirittura l’espulsione dal partito, decisa dall’allora segretario Fausto Bertinotti.

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/01_Gennaio/06/rifondazione.shtml

A dimostrazione che cambiano i tempi e le persone, ma non la mentalità dei partiti e di una certa politica estrema che, non a caso, è stata quasi spazzata via. Su tutti e due i fronti. Quella parte politica di cui, sempre non a caso, non facciamo più parte né io né Paolo Sollier: il “nero” e il “rosso” di una volta…




Accadde oggi 26.04

1925 Roma, campo Rondinella - Lazio-Pro Italia 1-0
1931 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1934 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Brescia 3-2
1936 Alessandria, campo del Littorio - Alessandria-Lazio 2-0
1942 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 1-0
1959 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 1-1
1960 Nasce a Piovene Rocchette (VI) Giulio Nuciari
1964 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 0-0
1970 Brescia, - Brescia-Lazio 0-0
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cremonese 3-2
1998 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Parma 1-2
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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