16 Gennaio 2019

Massimino, Giordano, il Cibali...
di Stefano Greco

Ultimamente mi ripetono che vivo in un altro mondo, oppure che sono rimasto ancorato ad un passato oramai sepolto. Probabilmente è vero. E più non ti piace il presente, più ti leghi al passato. O meglio, ai ricordi, a quei momenti che ti regalano i brividi anche solo chiudendo semplicemente gli occhi e rivedendo un film di quasi 40 anni fa, magari con le immagini sbiadite perché all’epoca esistevano solo i VHS e quei nastri a forza di vedere e rivedere le immagini si consumavano, si logoravano.

Quando sento, oggi, laziali che denigrano il passato e che per rendere più accettabile il presente parlano degli anni 80 come del momento più brutto e buio della storia della Lazio, sono sincero, mi sento male e mi monta una rabbia dentro che, a stento, riesco a controllare. E a volte esplodo, come è successo qualche settimana fa quando in un post qualcuno,per esaltare Lotito e questa gestione, ha scritto che non c’era nulla di esaltante o di eroico in quell’impresa compiuta dalla “Banda del meno nove”.

È vero, invecchiando si tende inevitabilmente a guardare indietro, spesso e volentieri perché il domani fa paura sapendo che la sabbia dentro la clessidra del tempo si sta esaurendo. Ma il problema non è quello e (almeno per me) il legame verso il passato non è legato alla gioventù perduta o alla spensieratezza di quando avevo 20 anni o poco più, perché vi posso assicurare che già allora il domani mi faceva paura come oggi, perché era pieno di incognite, una sorta di Everest da scalare senza sapere quasi da dove iniziare. Il legame con il passato è legato solo ed esclusivamente alle emozioni di un calcio sicuramente meno ricco e che a noi laziali all’epoca regalava poche soddisfazioni ma grandissimi brividi. Anche di paura. Perché la paura non è un qualcosa da cancellare, anzi. Certe sensazioni provate dopo uno scampato pericolo le devi ricordare, perché solo il ricordo ti può aiutare ad evitare in futuro di infilarti in certe situazioni, di ripetere certi errori, oppure ad assaporare maggiormente certi successi.

Premessa lunghissima, lo so, ma per me il calendario è diventato una sorta di mappa dei ricordi, di libro da sfogliare quotidianamente con emozioni che riaffiorano all’improvviso o che entrano di prepotenza, senza bussare, senza chiedere permesso. Così è stato anche questa mattina, quando scorrendo il calendario dell’accadde oggi in chiave laziale legato al 16 gennaio, incastrato tra i compleanni di Lorenzo Marronaro e di Stephan Lichtsteiner ho trovato quel Catania-Lazio del 16 gennaio del 1983.giocato nel vecchio Stadio Cibali contro la squadra del presidente Massimino e del padre del Di Marzio che oggi è il Re indiscusso dei giornalisti che si occupano di Calciomercato.

Angelo Massimino, per chi non ha avuto la fortuna di vivere quegli anni, è stato un grandissimo personaggio, uno di quelli che come Garonzi a Verona, Farina a Vicenza, D’Attoma a Perugia e soprattutto Rozzi ad Ascoli, Sibilia ad Avellino e Anconetani a Pisa ha scritto le pagine più gloriose del calcio di provincia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Tutti sono diventati personaggi, ma Massimino più degli altri, perché alcune sue gaffe sono entrate di diritto nella storia di quel calcio oramai scomparso. Perché Massimino era un presidente-padrone che gestiva tutto, era quello che quando il magazziniere gli diceva che c’erano da comprare i guanti per il portiere rispondeva: “Ma perché bisogna comprare i guanti solo al portiere? Qui i giocatori sono tutti uguali e vanno trattati tutti allo stesso modo. Se compriamo i guanti al portiere li dobbiamo comprare anche agli altri”. Non è leggenda, è realtà. Massimino è quello che ad una cena di Natale in ega Calcio, mangiando un piatto di salmone a fette disse: “Buono questo prosciutto, peccato che sappia di pesce”. Oppure quello che parlando con Di Marzio nell’anno della promozione sulle chance che aveva il Catania per salire in Serie A, quando l’allenatore gli disse che la squadra era buona ma che per fare il salto di qualità definitivo mancava “amalgama”, guardandolo negli occhi gli rispose: “Di Marzio, io per andare in Serie A sono disposto a fare qualcosa. Mi dica dove gioca e quanto costa questo Amalgama e lo compriamo nel mercato di riparazione”

Massimino, era anche quello che durante le partite lasciava la Tribuna d’Onore e si andava a piazzare dietro la porta, magari per mettere pressione al portiere avversario o all’arbitro. Ed è quello che ha fatto anche quel 17 gennaio del 1983, in quel Catania-Lazio. Dopo quel gol pazzesco segnato da Bruno Giordano e che va inserito di diritto tra le 5 reti più belle realizzate dal bomber di Trastevere, Massimino lascia il suo posto in Tribuna d’Onore per scendere in campo. Lo so, perché stava seduto qualche fila vicino a me e a Giulio Levi, il mio compagno di trasferte di quella stagione in cui feci 19 trasferte su 19 in Serie B, per esaudire un voto fatto all’inizio di quella stagione, l’ultima vissuta indossando i panni da Ultras allo stadio prima di dedicarmi al mestiere che avevo scelto: fare il giornalista.

Massimino scende in campo e si piazza dietro la porta di Orsi, per mettere pressione al portierone della Lazio ma anche e soprattutto all’arbitro Facchin di Udine. Incita la squadra, fomenta i tifosi in uno stadio che dopo il gol di Giordano è diventato una sorta di girone dell’Inferno, una bolgia dantesca. In quel clima infuocato, Facchin perde la testa e a meno di dieci minuti dal termine espelle Manfredonia tirando fuori un secondo giallo inesistente. Lionello esce come una furia e per poco non ci scappa la rissa, perché in campo c’è quasi più gente che sugli spalti. Di Marzio, a pochi minuti dal termine chiama vicino alla panchina Barozzi (una giovane e guizzante ala di 22 anni…) e con un gesto plateale con le mani lo invita a buttarsi in area a cercare il calcio di rigore. Perché il Catania ha giocato meglio della Lazio, non merita di perdere, ma Di Marzio ha capito che ottenere un calcio di rigore in quei pochi istanti che restano prima del triplice fischio finale è l’unico modo per scardinare quel bunker laziale ed evitare la sconfitta. E così va. Barozzi porta palla sulla fascia sinistra, poi vira verso l’area e stretto tra Vella e Saltarelli si lascia cadere, con un tuffo plateale. Il Cibali esplode e Facchin indica immediatamente il dischetto. Così, proprio allo scadere, Mastalli agguanta un pareggio meritato ma oramai insperato, lasciando l’amaro in bocca alla decina di laziali presenti sugli spalti del Cibali.

Può un pareggio in una partita di metà stagione di un campionato di Serie B lasciare un simile ricordo? Sì, può. Perché gli avvenimenti di quel giorno mi sono rimasti scolpiti nella mente al punto che gli ho dedicato pagine di un libro in cui ho raccontato quegli anni e che sarebbero perfette per scrivere copione di un film. Come tante trasferte di quegli anni di cui ricordo ogni minimo particolare, soprattutto i volti di tanti compagni d’avventura di quegli anni e che sono volati via troppo presto. E che meritano di essere sempre ricordati, così come queste pagine di storia non meritano certo di essere strappate dal libro di questi 119 anni, come invece ultimamente tenta di fare qualcuno. Perché quegli anni di B non sono una macchia, ma un patrimonio di emozioni che pagherei pur di poter rivivere. Più dei 20 anni e della gioventù…




Accadde oggi 21.08

1916 Muore a Porpetto (UD) Florio Marsili, Pioniere
1949 Foligno, Stadio Comunale - Foligno-Lazio 0-7
1977 Varese - Varese-Lazio 2-1
1983 Catanzaro-Lazio 0-0
1988 Pescara-Lazio 2-1
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Espanol di Barcelona 2-1
2000 Karlstad, - Karlstad-Lazio 1-5
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC København 4-1
2004 Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 3-0
2005 Rieti, stadio Centro d'Italia - Rieti-Lazio 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 9/8/2019
 

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