13 Gennaio 2019

"Fuffo", bandiera del calcio romano...
di Stefano Greco

A Roma, il calcio divide, da sempre. O meglio, questo succede dal 1927 a oggi, quando su ordine di Mussolini il federale Foschi diede vita alla seconda entità calcistica capitolina. In questi 92 anni, non sono stati molti i passaggi di giocatori da una sponda all’altra del Tevere e chiunque abbia indossato le due maglie non è mai stato tanto amato, anzi, spesso e volentieri è stato bollato come traditore o ha finito con l’essere odiato sia dai tifosi di una sponda che da quelli dell’altra, come nel caso di Lionello Manfredonia. Voi direte: ma c'è stato maestrelli, capitano della Roma retrocessa in B e poi allenatore della lazio del primo scudetto. Vero, se è per questo ci sono stati anche Carver, Lorenzo ed Eriksson che si sono seduti su entrambe le panchie, Ma c'è stato un slo giocatore nella storia calcistica di questa città che, pur avendo giocato sia con la Lazio che con la Roma è stato amato da tutti, forse anche perché era un personaggio unico. Il suo nome è Fulvio Bernardini e oggi, in occasione dell’anniversario della sua morte, lo voglio ricordare soprattutto ai più giovani, a chi non lo ha conosciuto neanche come ct della Nazionale azzurra della ricostruzione dopo il grande flop dei Mondiali del ‘74, chi era "Fuffo"...

A Roma, Fulvio Bernardini era considerato un mito. Per capire il livello della popolarità di Bernardini nella sua città, riporto le parole di un suo biografo, Vit­torio Finizio, che una mattina si svegliò alle sei per riuscire a strappargli l'autografo (Fulvio infatti detestava il divismo e dopo le partite usciva dalla por­ta di servizio per evitare i fans che si presentavano con foglio e matita):

“Bernardini — ha scrit­to di lui Finizio — ebbe unico e solo il distintivo di essere chiamato dal­la folla ‘Fulvio nostro’. Non ci fu un Attilio nostro e neppure un Guido nostro: ma solo lui, Ful­vio, fu decorato dalla medaglia dell'aggettivo possessivo dalla folla  romana. Lo chiamavano Bernardini i soli ufficiali dello stato civile, più qualche serio commendatore che, vagamente, veniva interessandosi di pallone. Ma per la folla, per i tifosi, Bernardini era solo ‘Fulvio nostro’. E, in romanesco, Fuffo nostro”.

Se Sante Ancherani viene ricordato negli annali come il primo grande calciatore romano e come colui che ha portato il calcio nella Capitale, Fulvio “Fuffo” Bernardini sarà per sempre un mito del calcio romano. La cosa triste, è che questo fuoriclasse nato e cresciuto nella Lazio e che ha regalato da allenatore ai colori biancocelesti il primo titolo della storia laziale (la Coppa Italia del 1958) è ricordato più sull’altra sponda del Tevere, dove non ha vinto nulla né da giocatore né da allenatore. Ma nonostante tutto gli hanno intitolato il centro sportivo della Roma a Trigoria che si chiama, appunto, “Fulvio Bernardini”. Anche questa è una delle caratteristiche della gente laziale, poco incline a perdonare chi esce dalla famiglia. Tranne rare eccezioni, infatti, tutti gli ex (soprattutto quelli importanti) quando tornano all’Olimpico da avversari sono sommersi dai fischi. È successo a Di Canio e Nedvěd, è successo anche ad Alessandro Nesta, il più grande talento sbocciato nel vivaio biancoceleste dai tempi eroici del grande Fulvio “Fuffo” Bernardini.

Nato a Roma il 28 dicembre del 1905, viene registrato all’anagrafe solo il 1 gennaio del 1906: per fargli guadagnare un anno, perché in quell’epoca si usava fare così. Fulvio Bernardini è il primo giocatore “universale” del calcio romano e italiano. In seguito, qualcuno ha paragonato il suo modo di giocare a Falcao e a Veròn, perché abbinava grande dinamismo a una tecnica sopraffina, perché sapeva occupare qualsiasi ruolo a centrocampo e segnava quasi come un attaccante. Ma in pochi sanno che Fulvio Bernardini inizia la sua carriera da portiere. Alla “Rondinella”, in quei primi anni di calcio eroico ogni settimana si presentano dei ragazzi che chiedono di poter fare un provino per essere presi dalla Lazio: tra questi, ad ottobre del 1919 arriva un ragazzino di 13 anni, ma dal fisico imponente per l’epoca. Dice di aver giocato in porta nell’Aquila, una squadretta romana di quartiere. Visto che a quei tempi non si respinge nessuno, il presidente Ballerini dà il permesso di farlo provare e Baccani gli consegna un paio di guanti. Bernardini si accomoda in porta e i giocatori titolari della Lazio cominciano a bombardarlo da ogni posizione, come si usa fare con le matricole. Risultato, alla fine dell’allenamento Fulvio Bernardini viene tesserato e il 19 ottobre del 1919, a 14 anni non ancora compiuti, viene schierato titolare contro l’Audace, nella prima partita del torneo dedicato alla memoria di Canalini. In campo, insieme all’esordiente Bernardini, c’è anche il mio pro-zio, Aldo Fraschetti. Questa la formazione schierata quel giorno dalla Lazio: Bernardini, Maranghi, Bona, Orazi, Faccani, Saraceni, Cella, Fraschetti, Consiglio, Raffo, Verini. Allenatore, Guido Baccani. La Lazio vince 3-1 e, sempre con Bernardini in porta, fa il bis battendo per 4-0 la Juventus e vince il torneo. Inizia così, con un successo, la carriera del “mito” Bernardini, che a gennaio del 1920 fa il suo esordio nel primo campionato italiano del dopoguerra ad appena 14 anni. Bernardini difende per due anni la porta della Lazio, poi cambia ruolo e si sposta a centrocampo. Secondo alcuni, a causa dei quattro gol subiti in trasferta contro il Naples, secondo altri per le pressioni ricevute dalla famiglia dopo un brutto incidente in un derby romano con la Fortitudo. Questo il ricordo di Mario Pennacchia dell’ultima partita giocata in porta da Fulvio “Fuffo” Bernardini:

“Fulvio Bernardini para tutto sino ad esasperare gli stessi av­versari. Nel fango la partita è una battaglia, una serie indistinguibile di violenti corpo a corpo. Quel ragazzino in porta poi è un fenomeno: vola, si tuffa, respin­ge in tutti i modi, perfino con i piedi. E ai rossoblu, che pure vincono, scappa la pazienza. In una mischia Fulvietto si butta a pesce, agguanta la palla, ma viene duramente colpito alla te­sta dall'infuriato Montemezzi. I giocatori in campo e i tifosi sulle tribune si accapigliano, il gioco viene sospeso. II povero ragazzo, privo di sensi, viene sollevato e portato fuori dal cam­po. Per rianimarlo, non si sa come, viene pescata una bottiglia di cognac, nella gola dell'inani­mato Fulvio Bernardini ne viene versato un bicchiere”.

In realtà, come racconta in seguito lo stesso Fulvio Bernardini, a decidere il cambio di ruolo è Guido Baccani, l’allenatore della Lazio.

“Fu Baccani, che stravedeva per me – racconta Bernardini in un’intervista a Franco Melli – a tirarmi fuori dal teatrino della porta. Venne da me e mi disse che con i guantoni in mano in attesa dei rari tiri degli avversari ero sprecato, che dovevo portare le mie illuminazioni nel gioco. Io lo ringraziai. All’inizio mi ero arrangiato a fare il portiere pur di giocare, perché negli altri ruoli sapevo che la Lazio era copertissima ma aveva bisogno solo di un portiere. La prima maglia da centrocampista, Baccani me la diede in occasione del derby di ritorno con la Fortitudo. All’andata il nostro centromediano titolare era stato espulso ed eravamo in piena emergenza. Vedendomi in mezzo al campo, all’inizio i tifosi e i giocatori della Fortitudo ridevano, ma dopo pochi minuti però capirono che non ero un mediocre tappabuchi. Iniziò così il mio ciclo felice a centrocampo e quello del riscatto della Lazio, che non doveva più inchinarsi davanti alla superiorità della Fortitudo di Degni, Sansoni e Attilio Ferraris”.

Fulvio Bernardini è l’artefice della rinascita della Lazio, guida la squadra verso la finale per lo scudetto persa poi con il Genoa, ma gioca talmente bene da ricevere i complimenti degli avversari e la convocazione in Nazionale. È il primo giocatore romano a indossare la maglia azzurra, anche se la sua esperienza in Nazionale è molto breve, a causa dei dissidi con il ct azzurro Vittorio Pozzo. 

Bernardini gioca 100 partite con la maglia della Lazio e, pur avendo iniziato la carriera come portiere, chiude la sua avventura in biancoceleste con all’attivo ben 65 reti. Il matrimonio con la Lazio si chiude in malo modo nel 1926, quando “Fuffo” scopre di essere l’unico giocatore della Lazio a giocare solo per la gloria, mentre gli altri compagni prendono soldi sottobanco. Così, nonostante quel giuramento di eterna fedeltà alla Lazio fatto davanti al padre in punto di  morte, Fulvio Bernardini prende le valigie e parte alla volta di Milano, ingaggiato dall’Inter. E anche in questo è un precursore: è il primo giocatore del calcio romano chiamato a giocare con una grande del Nord. A Milano scopre Meazza e convince l’allenatore Arpad Weisz a lanciarlo in prima squadra. Dopo due anni a Milano torna a Roma, ma va a giocare sull’altra sponda del Tevere, portato dal gerarca Foschi nella neonata AC Roma, dove resta 11 anni, giocando 286 partite con 45 gol all’attivo. Da giocatore, non vince nulla e il risultato massimo ottenuto resta quella finale scudetto giocata con la maglia della Lazio e persa contro il Genoa. Il primo successo lo coglie, da allenatore, nella stagione 1955-1956 guidando la Fiorentina, prima formazione non milanese o torinese del dopoguerra a vincere lo scudetto. Ma il richiamo di Roma e della “sua” Lazio è troppo forte e nel 1958 “Fuffo” torna nella Capitale, chiamato dal presidente Leonardo Siliato, che gli affida una squadra giovane che si è appena salvata dalla retrocessione solo grazie alla differenza reti e che ha appena perso la sua stella, Arne Selmosson, passato alla Roma scatenando una vera e propria guerra civile. Nonostante la grave crisi economica che affligge la Lazio, Bernardini chiede e ottiene di portare in biancoceleste al posto di Selmosson, Maurilio Prini, attaccante della Fiorentina che “Fuffo” ha guidato alla scudetto e a giocare una finale di Coppa dei Campioni contro il mitico Real Madrid. E la scelta si Bernardini si rivela azzeccata, perché è proprio Prini a segnare il gol che nella finalissima giocata all’Olimpico il 24 settembre del 1958 regala alla Lazio la Coppa Italia. E su quel primo trofeo della storia biancoceleste, c’è in calce la firma di due miti della Lazio: Fulvio “Fuffo” Bernardini e Roberto “Bob” Lovati. Questa è la formazione di quella storica finale:Lovati, Lo Buono, Janich, Carradori, Pinardi, Pozzan, Bizzarri, Tagnin, Tozzi, Fumagalli, Prini.

Come era successo da giocatore, anche da allenatore il divorzio di Bernardini dalla Lazio è traumatico. La società è in crisi economica e gli stranieri ingaggiati, al contrario del periodo viola, sono una palla al piede. Il campione brasiliano Tozzi viene allontanato per indisciplina e nel 1960, dopo due tornei dignitosi, il temerario tentativo di costruire una squadra giovane (Paolo Ferrario, futuro "Ciapina", è centravanti titolare ad appena diciassette anni) naufraga perché lo straniero “misterioso”, il centrocampista uruguaiano Homero Guaglianone, si rivela una bufala colossale. Bernardini viene esonerato il 30 novembre del 1960, mentre la società è scossa da continue lotte intestine tra dirigenti.

Il “Dottore” se ne va con grande amarezza: è la caratteristica del suo legame con la sponda laziale di Roma. Dopo di lui, per la Lazio arriva il diluvio: la società viene commissariata a febbraio del 1961 e poi, sotto la guida di Jesse Carver, scivola per la prima volta nella sua storia in serie B. Bernardini, invece, va a Bologna a vincere il suo secondo scudetto da allenatore. Poi, anni dopo, guida la Nazionale della rinascita, dopo la figuraccia di Germania ’74. A dire il vero, l’allora presidente della Federcalcio, Artemio Franchi, aveva scelto Tommaso Maestrelli (grande amico di Bernardini) come sostituto di Valcareggi, ma il “maestro”, ringraziando, disse “no grazie”, perché non se la sentiva di lasciare i suoi ragazzi subito dopo aver conquistato lo scudetto. Franchi, quindi, sceglie Bernardini e tocca a “Fuffo” mandare in pensione Rivera e Mazzola, ma soprattutto gettare le fondamenta per la ricostruzione della Nazionale. Nel 1977 arriva l’esonero e i frutti del lavoro fatti in quei tre anni li raccoglie subito il suo allievo Enzo Bearzot, che con i giovani lanciati da Bernardini conquista un quarto posto al Mondiali del ’78 e poi vince il titolo Mondiale nel 1982.

Fulvio “Fuffo” Bernardini, muore a Roma il 13 gennaio del 1984, stroncato dalla SLA, quel morbo di Lou Gehrig che, dopo di lui, ha colpito decine di giocatori di calcio in Italia.




Accadde oggi 19.02

1911 Roma, Due Pini - Roman-Lazio 0-3
1922 Roma, campo Due Pini - Roman-Lazio
1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1939 Livorno, stadio Edda Ciano Mussolini – Livorno-Lazio 2-3
1950 Roma, Stadio Nazionale - Roma-Lazio 0-0
1956 Bergamo, stadio Mario Brumana - Atalanta-Lazio rinviata per neve
1978 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 3-0
1984 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-1
1989 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 0-0
1995 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 4-0
1998 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 0-1
2006 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-2

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Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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