12 Gennaio 2019

Anche nel sogno, figli di un Dio minore...
di Stefano Greco

Vi chiederete: che cosa c’entra questo tiolo sulla Roma in una giornata in cui la Lazio torna in campo per la prima partita del 2019? C’entra… Non tanto per il titolo sparato a piena pagina su “Il Corriere dello Sport” di due giorni fa e che da laziali ci può provocare anche un certo godimento, perché conferma un qualcosa che tutti noi sappiamo da tempo e che in tanti fanno finta di non vedere o addirittura di nascondere, di occultare: ovvero, che loro economicamente stanno a pezzi, che forse sarebbero addirittura già falliti da tempo se qualcuno gli avesse staccato la spina come fece con la Lazio all’inizio del 2003, defenestrando Sergio Cragnotti. Ma, no, il motivo per cui ho scelto questa foto come argomento della giornata per l’articolo di Millenovecento non è il titolo principale, ma quello cerchiato in rosso, quel titoletto, piccolo-piccolo, scelto per l’editoriale di Giancarlo Dotto: IL TIFOSO E IL DIVIETO DI SOGNARE

E leggendo quell’editoriale, che riporto in parte, vi invito a leggere bene i passaggi evidenziati in grassetto e sottolineati: “Poi arrivarono gli americani. Nove anni fa. E con loro iniziò l’era del futuro. Con loro la Roma è sempre quella del domani. Tutto inesorabilmente declinato a quello che sarà, la grandezza che verrà, i titoli che si vinceranno, i giocatori top che resteranno a vita. Da nove anni in qua i tifosi romanisti galleggiano schizofrenici tra la Roma che sarà e la Roma che è. Sono diventati davvero “poveri” da quando sistematicamente condannati a immaginare un futuro, mentre sotto i loro occhi la realtà, il presente, dicono altro, che i titoli non si vincono, che la Juve resta l’altro pianeta, e che i migliori, tutti, prima o poi se ne vanno, spesso, a rinforzare le presunte rivali. Come i paesi poveri, la Roma produce materie prime per i paesi ricchi. Dentro un Olimpico sempre più vuoto e freddo. Perché, chi ha voglia di frequentare uno stadio dove la tua squadra è regolarmente spopolata di nomi e di storie? Nove anni di promesse non mantenute hanno trasformato il tifoso giallorosso, quello al mondo che più applica la preghiera al tifo, il sognatore per vocazione, nel più disincantato laico delle preghiere non esaudite. Il tifoso romanista di oggi non auspica più il futuro, lo teme. Sa che gli è vietato innamorarsi, la più grande disdetta per uno come lui. Vede nascere storie eccitanti come quella di Zaniolo ma sa di non poterne goderne. Ha smesso di sperare. Dispera. Non si chiede se sarà il nuovo Totti. Si chiede: quando lo venderanno? I militanti schierati anima e corpo con questa dirigenza percuotono di brutto la ghirba di chi protesta o si lamenta: «Ma come, straccioni che non siete altro, gli americani hanno dato continuità di vertice alla Roma…». Non avendo quel minimo di stoffa per capire che il tifoso inibito alla possibilità stessa di amare (alla lettera, l’innesco romanzesco che riempie vite altrimenti prive di senso) è già questa la sconfitta assoluta, prima di ogni altro secondo o terzo strapuntino stiracchiati in campionati mai così scadenti”.

Allora, andiamo con ordine. Queste cose le scrive un giornalista-tifoso, uno che tifa una squadra che dal 2004 a oggi in campionato è arrivata per 14 volte su 16 davanti alla Lazio e che si è qualificata 9 volte (contro 1 nostra) per la Champions League. È vero, sacrosanto, che dal 2004 a oggi la classifica dei trofei vinti dice Lazio 4 e Roma 3. Come è altrettanto vero che la differenza l’ha fatta quella Coppa Italia vinta il 26 maggio del 2013 e che se a vincerlo fossero stati loro quel giorno quel trofeo noi avremmo rischiato veramente l’estinzione. Così come è altrettanto indiscutibile che la”sofferenza” di Dotto è giustificata anche dal fatto che l’ultimo trofeo vinto dalla Roma è datato addirittura 2008, quindi più di due lustri fa. Premesso tutto questo, ditemi voi che differenza c’è tra quello che racconta Dotto dei romanisti e quello che stiamo vivendo noi laziali da quasi 15 anni a questa parte?

Anche noi dal 2004 viviamo di piani triennali che dopo un paio d’anni si smontano per lasciare posto ad un altro piano triennale, con promesse continue (e sempre disattese…) di costruzioni di squadre per vincere domani. Promesse di ASSALTI AL POTERE DEL NORD, di solide realtà che fanno a pugni con la vera essenza del tifoso, quella di essere rimasto forse l’ultimo dei sognatori: una sorta di ultimo dei Mohicani in un mondo in cui se sogni vieni considerato quasi uno scemo. Da anni vinciamo scommesse (sorvoliamo su quelle perse e su quanto sono costate, perché da questo punto di vista anche loro non stanno certo tanto meglio, specie negli ultimi anni…), ma sono successi finalizzati non alla crescita, ma solo e semplicemente all’incasso. È chi gestisce la società che passa alla cassa, mentre al tifoso resta solo una maglietta da archiviare e un calciatore da odiare o da insultare se e quando rimette piede all’Olimpico con un’altra maglia. SO TUTTI MERCENARI, è lo slogan più urlato. Giusto, ma i primi ad esserlo sono proprio quelli che guidano la società e che fanno mercato in entrata solo dopo essersi preoccupati di fare mercato in uscita. CONTA SOLO LA BANDIERA, è l’altro slogan più urlato. Vero, verissimo, è così da sempre perché dalla notte dei tempi presidenti, dirigenti, allenatori e calciatori passano e il tifoso è sempre l’unico che resta, che resiste a qualsiasi intemperia cercando di tenere alto il vessillo e di sventolare una bandiera sempre più lacerata, sventolata occasionalmente ( e per convenienza) da presidenti, dirigenti, allenatori e calciatori.

Ma il vero problema, è: se al tifoso gli togli la possibilità di sognare, cosa resta di quel mondo in cui siamo entrati da bambini e che ci fa (o faceva…) sentire bambini anche a 50/60 o più anni? La risposta è tanto netta quanto sconsolante: NULLA! Non resta assolutamente NULLA, se non l’abitudine a frequentare uno Stadio Olimpico sempre più vuoto (anche a causa delle mille restrizioni imposte da norme allucinanti e, spesso, tanto incomprensibili quanto inutili) o il piacersi di riunirsi con gli amici di sempre. Ma senza più sogno, senza più quel tocco di magia seppellito nel nome delle solide realtà e dei bilanci.

E qui,arriviamo al passaggio più inquietante, ovvero alla similitudine tra due mondi che una volta erano distanti anni luce l’uno dall’altro, come se appartenessero addirittura a due galassie diverse: I militanti schierati anima e corpo con questa dirigenza percuotono di brutto la ghirba di chi protesta o si lamenta. Sì, perché come ho scritto qualche giorno fa in un altro articolo, molti oramai hanno indossato armatura e scudo e si sono trasformati in dei veri e propri pretoriani, difensori più di chi governa che di un’ideale. E lo fanno sostenendo che difendere il presidente (e/o il DS di turno) significa difendere la bandiera e il simbolo. Mentre in realtà significa solo autorizzare questi personaggi a fare sempre di più i loro comodi, a mettere i loro interessi davanti al bene comune. E per farlo, devono trasformare il sogno in illusione, possibilmente collettiva. Come in uno spettacolo di magia, in cui tutto è finto…

E il fatto che certe cose le scriva un romanista verace, deve far riflettere. Così come dovrebbe far riflettere tanti il perché un giornale come il Corriere dello Sport dia un simile spazio ad un articolo come quello di Giancarlo Dotto mentre in tutti questi anni un simile spazio non sia mai stato concesso a chi è critico verso chi gestisce la Lazio. Verrebbe da chiedersi e da chiedere a chi dirige quel giornale, perché sia un problema l’impossibilità per i tifosi della Roma di sognare e di coltivare ambizioni, mentre qui a Roma nessuno si è mai preoccupato di quello che succedeva dall’altra parte del Tevere in questi 14 e passa anni di sogni uccisi in culla nel nome delle SOLIDE REALTÀ.

In questa città, dobbiamo essere figli di un Dio minore anche in questo? E se la risposta è sì, perché? Magari perché sparare su Pallotta è facile, perché non ha gli agganci che ha Lotito? Perché Pallotta sta negli Stati Uniti e non alza il telefono e magari minaccia il direttore di turno di rivolgersi all’editore come magari invece ha fatto qualcun altro? Ditecelo una volta per tutte il perché, ma siate una volta tanto sinceri. E siate sinceri, con voi stessi, anche tutti voi che in casa Lazio vi fate andare bene tutto quello passa il convento e che, magari, puntate anche l’indice accusatorio verso chi non accetta quella che Giancarlo Dotto ha definito: “una serie di campionati mai così scadenti”. E fatelo senza tirare fuori il passato, senza provare a modificare la storia e la realtà parlando degli anni della Serie B o delle difficoltà economiche, perché dall’ingresso delle tv e delle decine di milioni di euro garantiti ogni anno da quei contratti, non è cambiata la geografia del calcio (perché alla fine vincono sempre gli stessi e so sempre quelli che stanno a Nord…) ma è cambiata la realtà. E storie come quelle del Cagliari del ’70, del Verona del 1985, oppure del Perugia e del Vicenza arrivati ad un passo dal sogno non sono più replicabili. Perché qui un Leicester non potrebbe mai vincere un campionato, per mille motivi: primo fra tutti quello che non gli consentirebbero di arrivare per primo al traguardo. VAR o non VAR, gli segherebbero le gambe prima…

Non se se aggiungerà o no qualcosa questo articolo. Non so se servirà a risvegliare qualche coscienza sopita, a far riaprire occhi volutamente chiusi, a far riemergere teste infilate sotto la sabbia per non vedere e per sentire meno possibile di quello che dicono o promettono a Roma i padroni dei due vaporetti che navigano stancamente sulle acque del Tevere. Ma una cosa è certa: lo Stadio Olimpico potrà tornare a riempirsi come una volta solo ed esclusivamente se e quando ci sarà la possibilità di tornare a sognare. Come è successo lo scorso anno sull’altra sponda del Tevere in occasione delle sfide di Champions con Barcellona e Liverpool, come è successo in casa nostra (anche se con quasi mezzo stadio occupato dai tifosi avversari) in occasione della finale di Supercoppa con la Juventus o di quel Lazio-Inter ultimo atto della passata stagione. Perché senza sogno, il calcio diventa uno spettacolo come tanti altri e, magari, ti regala meno emozioni di quante non te ne possa regalare un film come Bohemian Rhapsody …




Accadde oggi 19.02

1911 Roma, Due Pini - Roman-Lazio 0-3
1922 Roma, campo Due Pini - Roman-Lazio
1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1939 Livorno, stadio Edda Ciano Mussolini – Livorno-Lazio 2-3
1950 Roma, Stadio Nazionale - Roma-Lazio 0-0
1956 Bergamo, stadio Mario Brumana - Atalanta-Lazio rinviata per neve
1978 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 3-0
1984 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-1
1989 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 0-0
1995 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 4-0
1998 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 0-1
2006 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-2

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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