08 Gennaio 2019

Calcio&musica, lacrime&emozioni...
di Stefano Greco

In questo 2018 che ci siamo appena lasciati alle spalle, purtroppo ho pianto per la morte di amici di una vita e di campioni (come Mario Faccio e Felice Pulici) che da idoli delle figurine dopo aver appeso gli scarpini al chiodo sono diventati amici nella vita. Mi sono commosso fino alla soglia delle lacrime e con il cuore gonfio d’orgoglio per un paio d’imprese sportive di mio figlio e per l’abbraccio con mia figlia all’aeroporto al suo ritorno dall’Inghilterra dopo quasi un anno di distacco. Ho pianto in modo silenzioso da solo o vicino a mia moglie per alcuni duri colpi ricevuti dalla vita nell’ennesimo anno difficile. Non sono un piagnone, anzi, ma al di là dell’aspetto burbero o di uno perennemente pensieroso o incazzato, sono un uomo che in alcuni momenti non riesce a trattenere in una diga tutte le emozioni e che, quindi, apre le cataratte e lascia uscire tutto: lacrime comprese. Nel 2018, non ho pianto per la Lazio, ma ho visto piangere mio figlio in modo disperato dopo quella sciagurata partita di Salisburgo e dopo quel disastroso atto finale all’Olimpico con l’Inter. Quindi, quando a fine novembre è uscito “Bohemian Rhapsody”, ho deciso di aspettare il nuovo anno per andare al cinema, perché dopo aver parlato con un paio di amici fidati ho capito che dovevo aspettare il 2019 per vederlo.

Vi chiederete: che c’entra questa divagazione musicale con la Lazio? C’entra. Eccome se c’entra.  Quello tra calcio&musica, per me è un binomio più forte di donne&motori o di qualsiasi altro abbinamento. Amo da sempre la musica come da quando ho memoria amo il calcio e la Lazio. E la musica allo stadio, quando ero piccolo, era la colonna sonora della lunga attesa dell’evento sportivo. Prima della partita, infatti, dagli altoparlanti dell’Olimpico venivano diffuse le hit del momento e grazie a quelle note il tempo dell’attesa scivolava via in fretta. Già, perché quando ero bambino si entrava allo stadio anche alle 10 di mattina per le partite di cartello, con il fischio d’inizio fissato per le 15 o per le 14.30. E si giocava tutti alla stessa ora.

Ma il binomio non si ferma a questo. La musica, spesso e volentieri, è utilizzata dagli sportivi in generale e dai calciatori in particolare come un mezzo per stemperare la tensione, come un rilassante per far passare in fretta il tempo in attesa di un evento importante. A metà degli anni Ottanta, gli MP3 o gli iPod sono fantascienza, non parliamo degli iPad o degli iPhone, capaci di contenere non solo la musica ma anche centinaia di video musicali. In quel periodo, invece, siamo alla preistoria o quasi in questo campo. Spopolano i megastereo con le casse enormi che vanno a pile, quelli che i negroni americani si portano in spalla come trofei, i mangianastri sono da poco usciti di produzione e i dischi in vinile vengono man mano soppiantati dai CD. Il massimo della tecnologia, quindi, è rappresentato dai lettori CD con annesse cuffie. L’ingresso delle nuove tecnologie, cambia anche il modo di fare televisione. La musica diventa sempre più parte integrante del prodotto televisivo e l’abbinamento con lo sport sempre più costante. I noiosi servizi di cronaca di una volta, vengono pian piano sostituiti da filmati in cui i veri protagonisti diventano le immagini e la musica, più che la voce a volte monotona e monocorde del giornalista. Solo musica e immagini per raccontare un avvenimento sportivo, magari con i rumori di sottofondo del boato di un gol per aumentare l’adrenalina e l’interesse dello spettatore. E per regalare brividi…

Cresciuto a pane e calcio, nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo anni di giornalismo di carta stampata e di agenzie, sto per fare il grande salto verso la televisione. Comincio a frequentare le sale di montaggio, ad avere i primi maestri di giornalismo televisivo e, amando la musica, sposo immediatamente questa nuovo modo di fare televisione. Trovo dei professionisti bravissimi che mi insegnano i trucchi del mestiere, a montare le immagini seguendo il ritmo della musica: un pallone che entra in rete alla fine di un acuto, ad esempio, in modo che nella pausa tra un verso e l’altro della canzone si alzano gli effetti per far sentire il boato del gol. Piccole accortezze che sembrano banalità, ma che rendono ogni servizio un qualcosa di unico, di speciale, insomma una piccola opera d’arte che aggiunge brivido a brivido.

I Queen (insieme ai Pink Floyd e i Genesis, ma più di qualsiasi altro gruppo e più di Cristopher Cross e Battisti), sono stati la colonna sonora della mia infanzia, perché come me sono fuori dagli schemi e irrituali, quindi la loro musica entra da subito con me in sala di montaggio. E il sogno è quello di poter montare un servizio sulla Lazio che ha come base musicale We are the Champions. In quegli anni, è solo un sogno, perché siamo a metà degli anni 80 e la Lazio vive forse il momento più buio della sua storia, tra Serie B e guai economici che rischiano di portare la società nel baratro del fallimento. Quando Bob Geldof decide di organizzare  il LIVE AID, il più grande evento nella storia della musica, grazie ad un amico di Londra riesco ad avere uno dei 100.000 preziosi tagliando che danno l’accesso a Wembley.

Il 12 luglio del 1985, volo a Londra per assistere il giorno successivo ad un evento che entrato di diritto nella storia della musica, anche per merito dei Queen e di Freddie Mercury. In quella lunghissima giornata che unisce con un cordone invisibile Sidney, Mosca, Londra e Filadelfia, nonostante la giornata estiva oltre 2 miliardi e mezzo di persone sono incollate davanti ai televisori per assistere a quella lunghissima diretta televisiva. A Londra quel giorno c’è il meglio della musica europea: da Elvis Costello a Elton John, dai Dire Straits agli Who, da Paul McCartney a George Michael da David Bowie a Phl Collins che si esibisce a Londra e poi prende un Concorde per concedere il bis a Filadelfia. Quel giorno a Wembley, scopro una band a me ancora sconosciuta che segnerà la seconda parte della mia vita: gli U2, che salgono sul palco alle 17.20.

Quando appare quella band irlandese, una parte dello stadio esplode. Il cantante solista ha una voce fantastica e un aspetto da ribelle: il suo nome è Paul David Hewson, conosciuto nel Regno Unito e negli Stati Uniti con il soprannome di Bono Vox, ed è il leader degli U2. Bono canta per quasi un quarto d’ora “Bad”, conquistando tutti. Ma il meglio deve ancora venire. Quando attacca “Sunday Bloody Sunday”, io che della causa irlandese mi sono sempre interessato fin da ragazzo, già dalle prime parole resto affascinato dalla musica ma anche stupito per il significato di quella canzone. Cantata a Londra, davanti al Principe Carlo e a sua moglie Lady Diana seduti nel palco reale, a casa di quella Margareth Thatcher che ha messo a ferro e fuoco l’Irlanda del Nord, della “Lady di ferro” che ha accettato di far morire di fame nelle carceri inglesi addirittura dieci ragazzi irlandesi pur di non cedere alla loro richiesta di essere considerati “prigionieri politici”. A Londra, a due passi da Downing Street dove risiede quella donna sfuggita tre anni prima ad un attentato degli uomini dell’IRA, gli U2 cantano una canzone sulla strage del 30 gennaio 1972 a Derry, su quella domenica di sangue in cui 14 persone inermi furono uccise dai parà inglesi e altre 12 ferite. Una delle pagine più vergognose nella storia di quella interminabile guerra tra l’esercito di occupazione inglese e quello di liberazione irlandese capeggiato dall’IRA: una macchia indelebile per il governo di sua maestà.

In realtà, Bono Vox, irlandese figlio di madre protestante e di padre cattolico, non parteggia né per l’una né per l’altra parte. La sua canzone, è solo un atto d’accusa alla follia collettiva che da decenni semina morte nel suo paese ma anche in Inghilterra. Tutto lo stadio canta a squarciagola le note di “Sunday Bloody Sunday”  e quell’atto di accusa del leader degli U2: “How long, how long must we sing this song?” (“Per quanto tempo, per quanto tempo dovremo cantare questa canzone?”) urla Bono Vox, ripetendo quasi all’infinito il ritornello “How long, how long? ‘Cause tonight, we can be as one tonight” (“Per quanto? Per quanto? Perché stanotte, noi possiamo essere uniti stanotte”). E tutti cantano, chi con un groppo alla gola, chi addirittura piangendo per l’emozione o per la rabbia. Quel giorno a Londra, scopro gli U2: ed è una sorta di folgorazione, un amore a prima vista per questo gruppo che con le sue canzoni da allora ha accompagnato la mia trasformazione da ragazzo ad uomo. Canzoni, quelle degli U2 che in qualche modo hanno segnato i momenti più importanti della mia vita.

Ma io sono andato a Londra per vedere i Queen e, soprattutto, Freddie Mercury. Su quel palco, anche se già ammalato di Aids, Freddie Mercury dà vita forse alla miglior performance della sua carriera e diventa il mattatore assoluto di quell’evento, un vero animale da palcoscenico. Praticamente da solo, il leader dei Queen riesce a far saltare come una sola persona i 100.000 spettatori del vecchio stadio di Wembley sulle note di “Radio Ga Ga”“We will rock you”. Poi chiude in modo trionfale con “We are the champions”, canzone diventata da quel giorno la colonna sonora di tutti i grandi successi nella storia del calcio in particolare e dello sport in generale. Quelle note hanno accompagnato le più grandi emozioni calcistiche della mia vita, quelle che in poco più di un anno hanno portato la mia Lazio in cima al mondo, a guardare tutti dall’alto in basso: da Birmingham a Montecarlo, quelle note le abbiamo cantate a squarciagola, fino a farci saltare le corde vocali e con le lacrime che scendevano, irrefrenabili. Soprattutto il 14 maggio del 2000 e la settimana successiva, in quella notte in cui all’Olimpico c’era la stessa atmosfera di quel 13 luglio del 1985 a Wembley. Freddie Mercury se n’era andato 9 anni prima, stroncato da quel male contratto a causa di una vita sregolata, senza regole e senza limiti.

Ecco, ieri durante le due ore e passa in cui sono stato incollato su quella poltrona del cinema Giulio Cesare, ho rivisto e rivissuto più di 40 anni di vita. Cantando sottovoce tutte quelle canzoni, ho rivisto i volti di tante persone a me care volate via troppo presto, ho rivissuto le emozioni dei sogni realizzati e di quelli infranti. E ho pianto. L’ultima mezz’ora del film, l’ho passata piangendo, perché la diga oramai era definitivamente crollata. Sapevo che sarebbe successo, ma è stato ancora più bello ed emozionante di quanto avessi immaginato da quando è uscito il film nelle sale. Perché questo film è riuscito ad emozionare tutti, anche chi come mia figlia (che ha 20 anni…) è nata anni dopo la morte di Freddie Mercury.

E ora viene il difficile, trovare una chiosa adatta per questo finale. Ci ho pensato per ore e l’unica cosa che mi viene è GRAZIE. Grazie a Freddie Mercury per avermi regalato quei brividi che, anche a distanza di tempo, riescono fuori con annessa pelle d’oca quando ascolto la sua voce. Grazie ai Queen per essere esistiti e a Brian Harold May che, supervisionando la sceneggiatura del film l’ha resa perfetta e insieme al resto dei Queen si è quasi messo da parte lasciando tutta o quasi la scena a Freddie Mercury.

Ecco, se non l’avete visto questo film correte al cinema, perché le emozioni sono il sale della vita, l’unica cosa che dà veramente sapore ad un’esistenza sempre più frenetica e insipida. Ed è per questo che ho già deciso di fare un qualcosa che non ho mai fatto prima in vita mia: tornare al cinema a vedere per la seconda volta un film. Per godermelo ancora di più, per chiudere gli occhi e pensare a tutte le emozioni della mia vita legate a quelle canzoni. Lazio in testa…




Accadde oggi 26.04

1925 Roma, campo Rondinella - Lazio-Pro Italia 1-0
1931 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1934 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Brescia 3-2
1936 Alessandria, campo del Littorio - Alessandria-Lazio 2-0
1942 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 1-0
1959 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 1-1
1960 Nasce a Piovene Rocchette (VI) Giulio Nuciari
1964 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 0-0
1970 Brescia, - Brescia-Lazio 0-0
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cremonese 3-2
1998 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Parma 1-2
2009 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atalanta 0-1

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 26/3/2019
 

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