06 Gennaio 2019

Gli hai fatto male Paolé...
di Stefano Greco

Le braccia larghe, l’urlo, poi l’indice puntato questa volta non verso il nemico ma verso il petto ripetendo: “io, so stato un’altra volta io…”, accompagnato dal boato della parte laziale dello stadio e al silenzio di tomba di tutta la zona Sud dell’Olimpico.

Quell’esultanza di Paolo  è un’immagine che non dimenticherò mai, è un’emozione incancellabile che fa parte del mio patrimonio di ricordi legati alla Lazio e che, quindi, non rinnegherò mai, al contrario di quanti oggi puntano l’indice contro Di Canio, offesi (per chissà che cosa, poi…) e con la memoria corta, oppure accesa a seconda della convenienza. Ha sbagliato? E perché, Chinaglia non ha sbagliato e più di una volta come quando è fuggito per tre volte in America lasciando due volte sola la Lazio e poi dei tifosi e delle persone che fidandosi del mito si sono giocate addirittura la libertà personale? Eppure, Giorgio lo abbiamo sempre perdonato, perché sarebbe come se un padre ripudiasse un figlio perché ha commesso degli errori. Per me è una cosa inconcepibile, un difetto tipicamente laziale che ha portato agli insulti e alla gogna mediatica nei confronti di Nesta, un ragazzo straordinario oltre che un campione di classe cristallina, sicuramente il difensore più forte nella storia della Lazio. Ma questo è un tarlo tipicamente laziale, di un popolo che non sa né comprendere le ragioni di certi divorzi né tantomeno perdonare per quel distacco che porta il tifoso a cancellare tutto, a buttare via il bambino con l’acqua sporca. Mi dispiace, ma in questo mi sento profondamente diverso da tanti laziali e per me quel 6 gennaio del 2005 è una data scolpita nella storia, da festeggiare sempre e comunque, ringraziando tutti quelli che hanno reso speciale quel giorno: Paolo Di Canio in testa, leader e condottiero di una Lazio povera d mezzi e di talento. 

La Befana, per molti bambini, è un secondo Natale, una festa attesa e amata, ma al tempo stesso quasi odiata, perché segna la fine delle vacanze e il ritorno a scuola. A noi laziali, la data del 6 gennaio evoca dolci ricordi, perché ci riporta alla mente due derby entrati nella storia, completamente diversi tra loro. Il 6 gennaio del 1998, la Lazio vincendo 4-1 il derby d’andata mette un’ipoteca sulla Coppa Italia, su quel primo trofeo che segna l’inizio dell’era dell’oro. Un giorno di goduria, ma mai come quello del 6 gennaio del 2005…

All’Olimpico quella notte l’atmosfera è elettrica e la tensione si taglia a fette. I romanisti, sulle note di una canzone di Lorella Cuccarini utilizzata quindici anni prima per un coro storico dedicato a Rudi Völler cantano: “Vola, Paolo Di Canio vola/ dal quinto piano vola/ con un coltello in gola/ Paolo Di Canio vola…”. Il coro è pesante, assordante, quando a cantarlo a squarciagola sono in più di 20.000, ma Paolo non è uno che si impressiona tanto facilmente. Lui viene dal Quarticciolo, ha visto, sentito e subito di peggio, quindi si limita a trascinare tutta la squadra a fare il riscaldamento sotto la Curva Nord. Ha atteso troppo questo giorno, se lo è sognato centinaia di volte in quei quindici anni di esilio, in quei 5835 giorni passati da quando quel ragazzino con la maglia numero nove sulle spalle osò, in modo sfacciato, correre verso la Sud con il dito puntato in segno di sfida dopo aver segnato nel derby. È successo e non può succedere di nuovo, dicono i tifosi della Roma, perché quel ragazzino ora è diventato un “vecchio”.

Questa è la parola più usata dai tifosi giallorossi per definire Paolo Di Canio da quando ha rimesso piede a Roma. Vecchio, pronunciato in modo dispregiativo, come è stato fatto al momento dell’arrivo di Klose, a dimostrazione che qualcuno in questa città non impara mai dai propri errori. E, soprattutto, conosce poco la storia. Perché chi ama e la studia, invece, sa bene che la storia talvolta è fatta di situazioni che si ripetono ciclicamente nel tempo. Sempre o quasi uguali. E il calcio non fa eccezione. Era gennaio anche nel 1989, il 15 e non il 6, ma questi sono dettagli.

Allora, come questa volta, la Lazio arriva al derby con le ossa rotte, con una sconfitta per 3-0 da cancellare, con una classifica decisamente precaria e con i favori del pronostico che sono tutti dalla parte della Roma. Qualcuno nei giorni precedenti si è anche allargato, invitando i laziali a portare allo stadio il pallottoliere per tenere il conto dei gol incassati, oppure chiedendo ironicamente quanti nomi dei marcatori può contenere il tabellone dell’Olimpico. Tutti noi che siamo allo stadio abbiamo ascoltato, memorizzato e incassato in silenzio. Lo ha fatto anche Paolo. Convinto di poter scrivere un’altra pagina nell’incredibile storia di questa sfida.

E, dopo circa mezz’ora, Di Canio prende in mano il pennino, il lancio di Liverani è il calamaio pieno d’inchiostro in cui intingere e il tiro al volo che lascia impietrito Pelizzoli è la firma di Paolo. Non può essere, non può succedere di nuovo. Invece, è successo. Ancora Di Canio, ancora sotto la Curva Sud. Paolo si alza la maglia, corre, fa per scavalcare i cartelloni pubblicitari ma si ferma e, davanti ad una Curva Sud impietrita, con l’indice della mano destra si indica il petto dicendo “Io, so stato io… So stato ancora una volta io”. Prima di venir sommerso dall’abbraccio dei compagni.

La Curva Nord sembra un mare in tempesta, con la gente che ondeggia e come spinta da una mano invisibile finisce verso il basso, attaccata alla vetrata. Tutti vorrebbero salire su quel vetro, scavalcare e correre sul prato per stringere Paolo in un abbraccio soffocante. I giocatori della Roma, Totti in testa, sono impietriti alcuni, come Mancini, sono piegati e quando Di Canio a braccia alzate e dando le spalle al “nemico” torna verso il centrocampo, qualcuno prova a dirgli qualcosa, ma Paolo si gira e gli ride in faccia.

La partita diventa una corrida: dieci ammoniti, roba d’altri tempi. Quando a metà ripresa pareggia Cassano, sembra tutto finito. Certo, Paolo ha segnato e gli ha fatto male, ma un gol senza vittoria non ha lo stesso sapore. Ci pensano Cesar e Rocchi a rendere trionfale e storica la notte di Pallocca. La Lazio vince 3-1 e quando Papadopulo al 90’ richiama Di Canio in panchina, inizia lo show. Paolo esce battendosi il pugno sul petto e poi esulta verso la Curva Sud: boato. Dellas gli dice qualcosa e lui imita Chinaglia quando a Monaco di Baviera esce dal campo mandando a quel paese Valcareggi. Ma, prima di uscire, alza il braccio destro al cielo e compone con le dita il 3, quello che nella matematica secondo la scuola pitagorica è considerato il numero perfetto, perché è la sintesi tra l’uno (primo numero dispari) e il due (primo numero pari); ma è anche il numero dei lati del triangolo, la prima figura piana. Anche per i cinesi il tre è il numero perfetto, perché rappresenta la totalità cosmica: cielo, terra, uomo. Ma al tre sono stati attribuiti significati magici e simbolici da tutte le civiltà e in tutte le epoche. Nelle religioni, sono frequenti le triadi divine, dalla Trimurti induista (Brahma, Shiva, Vishnu) alla Trinità del Cristianesimo. Da qui la sua importanza durante il Medioevo, basti pensare alla Divina Commedia, dove il tre e i suoi multipli hanno un valore simbolico: tre cantiche, trentatré canti, nove gironi infernali. Ma dubito che Paolo abbia pensato a tutto questo. Per lui quel 3 rappresenta solo il numero dei gol segnati dalla Lazio quella sera e dei punti portati a casa.

Lo show non è finito. Anzi. Al fischio finale, tutti corrono verso la Curva Nord a festeggiare. E a quel punto sì che scatta la mini invasione. Qualcuno scavalca, abbraccia Paolo che rivolgendosi agli amici in Curva stende il braccio e saluta “romanamente”. Lo fa più volte, poi fa la stessa cosa sotto la Tevere. Quel saluto romano viene immortalato da qualche fotografo e poco dopo l’immagine fa il giro del Mondo. Apriti cielo. In un amen torna fuori la storia del Di Canio fascista che nel suo libro esalta Mussolini.

Il giorno dopo si parla più di quel saluto che del successo della Lazio. E Di Canio non è il ragazzo del Quarticciolo che a distanza di 16 anni ha deciso nuovamente il derby, ma il provocatore fascista che, scimmiottando Chinaglia, ha rischiato di far degenerare il derby; le offese e gli insulti che aveva ricevuto per mesi vengono cancellati con un colpo di bacchetta magica. Quel saluto diventa immediatamente un caso nazionale, con tanto di intervento immediato dell’Ufficio Indagini della Federcalcio, che di solito ha tempi di reazione elefantiaci. Ma non in questo caso, perché di mezzo ci sono Paolo Di Canio e la Lazio…




Accadde oggi 19.02

1911 Roma, Due Pini - Roman-Lazio 0-3
1922 Roma, campo Due Pini - Roman-Lazio
1933 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Napoli 0-1
1939 Livorno, stadio Edda Ciano Mussolini – Livorno-Lazio 2-3
1950 Roma, Stadio Nazionale - Roma-Lazio 0-0
1956 Bergamo, stadio Mario Brumana - Atalanta-Lazio rinviata per neve
1978 Torino, stadio Comunale - Juventus-Lazio 3-0
1984 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 2-1
1989 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cesena 0-0
1995 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 4-0
1998 Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 0-1
2006 Firenze, stadio Artemio Franchi - Fiorentina-Lazio 1-2

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

130.362 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,268
Variazione del +0,16%