10 Novembre 2019

"El negher" Moriggi, l'eterna riserva...
di Stefano Greco

Quella di Avelino Moriggi è una storia fantastica, per certi versi addirittura surreale, quasi epica, già a partire dal nome. Quando è nato, il 10 novembre del 1946, c’erano solo altre tre persone in tutta Italia che portavano quel nome di origine normanna dal significato ignoto: qualcuno dice che significhi “desiderato”, ma non c’è nessuna certezza sulla radice di questo nome diffuso nel Medioevo e completamente scomparso alla fine del XIX secolo. Un nome senza un santo di riferimento, il cui onomastico è collocato il 1 novembre, nel giorno di Ognissanti.

Avelino Moriggi, che oggi compie 73 anni, è l’emblema del secondo portiere, di quei calciatori che negli anni Sessanta/Settanta avevano il numero 12 cucito sulle spalle e spesso e volentieri consumavano la loro carriera sportiva in panchina, all’ombra di un grande campione: e per questo, alcuni di loro sono entrati nella leggenda, praticamente senza mai toccare il campo. Vale per Massimo Piloni, l’eterna riserva di Dino Zoff alla Juventus, come per Avelino Moriggi, il vice Pulici, l’unico giocatore della Lazio del primo scudetto a non aver giocato neanche un minuto in quelle 30 domeniche entrate nella storia della Lazio. Quando parlavo con Felice Pulici, scherzando gli dicevo sempre per farlo arrabbiare: “Certo, sei stato proprio una carogna, neanche un minuto gli hai fatto giocare al povero Moriggi”. Niente, neanche la passerella finale a Bologna, quando con lo scudetto già cucito sul petto Maestrelli concesse qualche minuto a Franco Tripodi che, quel 19 maggio del 1974, collezionò l’unica presenza della sua carriera con la maglia della Lazio e in Serie A, entrando nella storia come un Campione d’Italia. Moriggi, invece, anche in quella domenica di sole e di festa restò in panchina a guardare, al fianco di Maestrelli, Lovati, Bezzi e Ziaco. Già, perché all’epoca si poteva fare una sola sostituzione (e il prescelto fu Tripodi) e in quel periodo ci nascevi e morivi secondo portiere, specie se stavi alle spalle di uno come Felice Pulici o Dino Zoff. Perché non esisteva il turnover, perché non esisteva il fallo da ultimo uomo e i portieri erano immuni dal rischio di cartellino rosso. Quindi, per entrare il numero 12 doveva sperare in qualche cataclisma. E in sei stagioni di Lazio, Moriggi è rimasto sempre a guardare. E sull’album delle figurine della Panini, sotto il suo nome alla voce “ruolo”, c’era scritto tutto in maiuscolo: SECONDO PORTIERE. Già, perché anche quello era un ruolo.

A dire il vero, l’inizio non era stato così scoraggiante, perché nella sua prima stagione laziale (annata 1970-1971), Avelino Moriggi ha collezionato ben 2 presenze e ha esordito in Serie A l’11 ottobre del 1970, a Torino, incassando il suo primo gol dopo un’ora di gioco: quello di Puia che valse al Toro il pareggio dopo il gol iniziale di Arrigo Dolso. A causa dell’infortunio di Michelangelo Sulfaro (che non era indistruttibile come Pulici…), Moriggi giocò anche la settimana successiva all’Olimpico e fu un altro 1-1 contro il Verona, in una domenica di contestazione contro Lenzini per il mancato acquisto di Bedin, il mediano che Juan Carlos Lorenzo aveva messo in cima alla lista degli acquisti da fare per rinforzare una squadra che l’anno prima aveva chiuso il campionato al sesto posto. Bedin non arrivò, come non arrivarono gli altri rinforzi chiesti da Lorenzo e, alla fine di quella stagione, la Lazio precipitò in Serie B. Una retrocessione che costò il posto a Lorenzo e che portò Moriggi all’esilio in quel di Arezzo. Al ritorno, dopo un ottimo campionato disputato in B con appena 20 gol incassati in 26 partite, Moriggi tornò a Roma con la convinzione di poter aspirare ad un posto da titolare, ma sulla sua strada trovò Felice Pulici. Da molti critici dell’epoca Moriggi era considerato più forte di Pulici, che nella mente di tutti era il portiere che l’anno prima, il 10 ottobre del 1971, a difesa della porta del Novara, aveva incassato 5 gol all’Olimpico contro la Lazio di Tommaso Maestrelli. Ma il “maestro”, vide in Pulici qualcosa di speciale e anche se Moriggi fece di tutto per metterlo in difficoltà durante gli allenamenti, Maestrelli scelse fin dall’inizio Pulici e per Avelino ci fu solo quella maglia numero 12 e un futuro fatto di 120 domeniche consecutive passate in panchina a guardare le parate del suo amico-rivale…

Ma Avelino Moriggi, non protestò, mai. Perché era un silenzioso, uno di Cinisello Balsamo, della stessa zona da cui arriva un altro “silenzioso”: Luciano Re Cecconi. E come “Cecco”, Avelino era biondo e massiccio, al punto che tanti dall’occhio meno esperto da lontano lo scambiano per il biondo centrocampista di Nerviano. A Cinisello Balsamo, Moriggi aveva iniziato a tirare i primi calci ad un pallone all’oratorio e il suo grande avversario in quelle sfide era un attaccante dalla chioma fluente, rapido e implacabile, uno che già da come suonava il nome era destinato alla gloria: Pierino Prati. Un osservatore, andato per visionare Prati, quella domenica scoprì questo portiere. Prati finì nelle giovanili del Milan, Moriggi alla Novese, in Serie D, dove a 19 anni collezionò 13 presenze. Lo vide l’Alessandria che l’anno successivo lo fece esordire in Serie B e poi gi diede una maglia da titolare. Dopo quattro stagioni ad Alessandria, la Lazio lo acquistò come vice di Sulfaro e come portiere titolare della squadra che giocava il campionato riserve, il De Martino. Lì, Moriggi giocava, si divertiva e si prendeva la sua rivincita sportiva. Già, perché l’eterna riserva, a difesa della porta della De Martino (quella che oggi è la Primavera) e poi della squadra riserve, conquistò addirittura due scudetti: uno nella stagione 1970-1971 e uno nella stagione 1973-1974. Insomma, fu l’unico giocatore nella storia della Lazio ad aver vinto due scudetti nella stessa stagione. Un record che non troverete scritto da nessuna parte, perché a causa di un’incomprensione tra Pulici e la panchina in quell’ultima domenica di campionato a Bologna, Moriggi in quella storica stagione non giocò neanche un minuto, quindi non collezionò quella presenza che lo necessaria per essere considerato a tutti gli effetti un Campione d’Italia.

Quella di Moriggi, insomma, è una storia particolare, quasi incomprensibile per chi non ha conosciuto quel calcio, ma simile a quella di tanti altri portieri in maglia nera (all'epoca, era l'unico colore della maglia del portiere, al massimo con la variante del grigio...) e con il numero 12 cucito sulle spalle. A differenza di altri, però, appesi gli scarpini al chiodo Moriggi si è realizzato e oggi dirige insieme al fratello un’impresa edile. Insomma, si è costruito un dopo calcio diverso da quello di Massimo Piloni, la riserva di Dino Zoff, salito alla ribalta delle cronache due anni fa perché caduto completamente in disgrazia, costretto a vivere con 900 euro al mese di pensione. Almeno in questo, invece, il destino è stato benevolo con Avelino Moriggi che, a causa di quel nome strano e impronunciabile, per quelli della “Banda Maestrelli” era solo e semplicemente  “El negher”,  il negro. 

“Lo chiamavamo così”, mi disse un giorno Felice Pulici, “perché lui lavorava come un negro, sempre. Negli allenamenti come quando tornava a casa a fine stagione e mentre noi ci godevamo le vacanze lui si metteva la canotta e lavorava allo smorzo che aveva con il fratello. E quando tornava, dopo aver lavorato sotto il sole per tutta l’estate, aveva l’abbronzatura a strisce. Da lì, il soprannome. Gli mando un grandissimo abbraccio oltre agli auguri, perché lui è stato la mia fortuna. Perché era fortissimo e si allenava con una caparbietà che mi portava a dare sempre il 1000 per 100 anche durante la settimana per non perdere il posto. E, in parte, lo devo anche a lui se sono arrivato dove sono arrivato”.

Storie di un altro calcio, storie di rivalità e di amicizia. Questa è la storia di Avelino Moriggi, l’uomo dei tre scudetti che in 6 stagioni di Lazio ha giocato appena 180 minuti con la maglia della Lazio  ma che è diventato quasi una leggenda, ricordato da tutti senza aver mai calcato o quasi il campo. Uno dei mitici numeri 12 di un calcio che non c’è più e in cui anche quel numero di maglia, oramai, non ha quasi più nessun significato. Auguri “Negher”




Accadde oggi 13.12

1914 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Pro Roma 5-2
1942 Milano, stadio San Siro - Milano-Lazio 4-1
1959 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 0-5
1970 Foggia, stadio Pino Zaccheria - Foggia-Lazio 5-2
1992 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 3-1
2009 Roma, Stadio Olimpico - Lazio-Genoa 1-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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