08 Novembre 2018

Un sogno "politically scorrect"...
di Stefano Greco

Dovrei parlare di Lazio oggi, perché ci giochiamo la qualificazione alla seconda fase di Europa League contro il Marsiglia. Ma anche se Millenovecento l’ho creato per parlare di Lazio e per raccontare storie del passato e storie scomodo del presente che nessuno vuole raccontare, questo giornale si occupa da sempre fatti e personaggi che vanno al di là del mondo Lazio e del nostro piccolo microcosmo. Oggi, quindi, non posso non parlare di José Mourinho e del gol di Cristiano Ronaldo, inseriti in un sogno “politically scorrect” a tinte biancocelesti. È un sogno irrealizzabile, sia ben chiaro, un volo di fantasia ricercato alla Stanley Kubrick o alla Luc Besson, oppure se preferite un colossal alla Steven Spielberg, alla Ridley Scott o alla David Cronenberg.

Anno indefinito di un futuro immaginario. Si gioca un derby di Roma e sulla panchina giallorossa siede il miglior allenatore del mondo che guida una squadra galattica costruita per vincere tutto. Visto che è un sogno, quel derby vale la Champions League che non si assegna più in finale unica, ma in doppia sfida andata e ritorno proprio come succede in Sudamerica con la Libertadores che, proprio sabato, vivrà il primo atto della sfida delle sfide, un’edizione del Superclásico destinata ad entrare nella storia: Boca contro River, con in palio il titolo di campione del Sudamerica. Il massimo dei massimi.

Ma torniamo al nostro sogno. Nel derby d’andata all’Olimpico, la Roma ha dominato e ha vinto per 1-0.E i tifosi giallorossi per tutta la partita hanno insultato il nostro allenatore che, fregandosene dello stile e del finto buonismo, da perfetto “politically scorrect” qual sempre stato gli ha mostrato per tutta risposta le tre dita, ricordandogli un triplete antico che gli ha sbattuto in faccia, portando la sua squadra in cima in Italia, in Europa e nel Mondo. E per questo, i tifosi della Roma lo odiano da sempre, perché lui è arrivato dove loro sognano di arrivare da decenni ma dove non riescono ad arrivare. Perché lui è quello che in una conferenza stampa entrata nella storia gli ha sbattuto in faccia la realtà del loro fallimento, mascherata da chi ha trasformato in prostituzione intellettuale la nobile arte del giornalismo: “zero tituli”.

Quell’allenatore, si chiama José Mourinho. È irriverente, arrogante, a volte anche fastidioso, ma è il numero uno in assoluto, perché non ha paura di niente e di nessuno, perché non si piega né alle regole di comportamento né al potere, ma va dritto perla sua strada. E noi laziali che, da sempre, siamo come lui “politically scorrect” e refrattari ad ogni regola, siamo impazziti quando uno come lui ha accettato di guidare una Lazio da ricostruire praticamente da zero. Non ha avuto vita facile, i risultati non sono stati quelli sperati, ma lui ci ha sempre messo la faccia e ha messo in riga tutti, anche campioni celebrati che pensavano di potergli segare le gambe remando contro o mettendogli contro la piazza. Ma noi non abbiamo abboccato e tra il campione celebrato ma viziato e il condottiero, abbiamo scelto di schierarci dalla parte del secondo, perché con il suo modo di parlare, di agire e con quella capacità di prendere di petto la vita e gli avversari, lui è il condottiero che abbiamo sempre sognato di avere alla guida della Lazio. Uno per cui saremmo tutti disposti ad andare in battaglia senza elmetto e senza nessuna protezione, magari armati solo di una baionetta per affrontare un carro armato.

Nella partita di ritorno, la Roma ci prende a pallata come e più che nella partita d’andata, finiamo sotto, rischiamo l’imbarcata ma siamo salvati un po’ dalla buona sorte e un po’ dal nostro portiere che para tutto o quasi. E, visto che si tratta di un sogno, me lo costruisco come mi pare, girando i gol come più mi conviene. Quindi, la Roma va in vantaggio con un calcio di punizione perfetto e noi siamo riusciti a pareggiare con un cross spizzato da tanti e con il pallone che carambolando tra attaccanti nostri e difensori loro finisce in fondo al sacco. Quel pareggio sembra quasi un miracolo, ma non basta, perché all’andata abbiamo perso 1-0. Vincere, però, sembra un’impresa impossibile…

Mancano una manciata di minuti alla fine, loro spingono e noi siamo tutti dietro, meno uno. È un giocatore ultratrentenne, un fenomeno, uno che con i piedi è in grado di fare qualsiasi cose e con la testa riesce a realizzare giocate che per gli altri sono inimmaginabili. Il nostro regista lancia lungo, lui scatta senza neanche vedere il pallone ma con il sesto senso sa già dove andrà a finire e senza fargli toccare terra lo gira di collo destro al volo spedendolo alle spalle del portiere della Roma che neanche si muove. E quel gol, lo segna proprio sotto la curva romanista e correndo come un pazzo va ad esultare sotto il nemico. Bello come un sogno, già. Peccato che questa parte del sogno è l’unica cosa reale, perché il gol segnato da Ronaldo ieri sera e celebrato da tutti oggi come un qualcosa di fantascientifico è la copia esatta del gol segnato da Paolo Di Canio sotto la Curva Sud nel derby del 6 gennaio del 2005. E se non ci credete, guardateli…

L’arbitro fischia la fine: abbiamo vinto la più incredibile delle partite. Il nostro allenatore entra sul terreno di gioco e portandosi la mano all’orecchio sbeffeggia tutti i tifosi avversari che lo hanno offeso per tutte e due le partite. Perché nonostante tutto, alla fine ha vinto ancora una volta lui e lo sberleffo ci sta tutto. Non insulta, non fa né le corna né mostra il medio alzato, si mette solo la mano all’orecchio e occupa il centro della scena come fa un gladiatore dopo aver vinto il duello per ascoltare quel pubblico che per tutto l’incontro ha tifato per l’altro, chiedendo il suo sangue e la sua morte. Ma alla fine, contro tutto e tutti ha vinto lui. Con fortuna, in modo sicuramente immeritato, ma negli annali restano solo i risultati e non il modo in cui li hai ottenuti, così come nelle bacheche ci stanno i trofei e non i piazzamenti.

Mentre lui sta al centro della scena e consuma la sua vendetta, gli si avvicinano i giocatori della Roma, qualcuno gli chiede di smetterla e di non offendere i propri tifosi, qualcuno gli chiede spiegazioni, altri lo attaccano e lo insultano. Lui se ne frega di tutto e di tutti e non arretra di un centimetro, non toglie la mano dall’orecchio, neanche quando lo scortano fuori. Non cede, come non ha ceduto Paolo Di Canio, quando uscendo dal campo ha mostrato le tre dita (come il numero dei gol segnati) a tutto il pubblico, a chi per settimane lo aveva offeso in tutti i modi. E se qualcuno gli si avvicina in modo minaccioso, non solo non abbassa la mano che mostra le tre dita, ma gli ride in faccia.

Chiaramente, quel gesto viene condannato da tutti e si apre immediatamente il processo mediatico. E lui che fa? Va davanti alle telecamere, non per chiedere scusa, ma per difendere la legittimità di quel gesto. Perché non ha offeso nessuno, ha solo irriso da vincitore chi lo aveva offeso, così come da sconfitto aveva risposto a modo suo a chi aveva insultato lui, la sua famiglia, sua madre e tutti i suoi avi. Perché lui non ha paura di niente e di nessuno. Perché, che piaccia o no, lui è il numero uno, l’unico e il solo “special one”.

È solo un sogno, lo so, e anche se “politically scorrect” è stato bellissimo farlo. È stato bellissimo sognare un qualcosa di fantastico da opporre alle solide realtà che da anni hanno invaso il mondo del calcio in generale e quello laziale in modo particolare. E in questo sogno bellissimo, l’unica nota triste e stonata è che noi uno che ha segnato un gol da fenomeno ce l’abbiamo avuto nella realtà: un guerriero che non una ma due volte ha esultato sotto la curva nemica lo abbiamo avuto veramente ma siamo riusciti a ripudiarlo. Non una, ma addirittura due volte. Perché? Perché siamo laziali…




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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