07 Novembre 2018

"E poi, l'abbiamo menati tutti..."
di Stefano Greco

Quella del 7 novembre del 1973 è una notte che i tifosi della mia generazione non potranno mai dimenticare. Una delle partite più incredibili nella storia della Lazio, una delle pagine più folli del romanzo scritto da quella squadra di pazzi, di giocatori refrattari a qualsiasi regola (in campo e fuori) tenuti a bada a stento solo da Tommaso Maestrelli con l’aiuto di Gigi Bezzi, Bob Lovati e Renato Ziaco. Ma, in certe occasioni, anche loro erano impotenti. E quel Lazio-Ipswich, fu una di quelle occasioni. Una serata entrata nella storia per una follia pagata a carissimo prezzo.

La Lazio è reduce dallo scudetto sfumato la stagione precedente negli ultimi minuti di una giornata di campionato ricca di colpi di scena, ma anche di colpi bassi da parte degli avversari sul campo e di qualcuno che negli spogliatoi (nell’intervallo di Roma-Juventus) si accorda per cambiare il corso della storia sportiva e quindi dell’assegnazione dello scudetto. Ancora scossa dalla delusione per quello scudetto sfumato negli ultimi minuti dell’ultima giornata di campionato, la squadra conquista a fatica la qualificazione in Coppa Italia (eliminando la Roma per differenza reti grazie ad un 6-0 rifilato al Novara) ma l’esordio in Coppa Uefa è devastante. Il 19 settembre del 1973, nell’andata del primo turno contro gli svizzeri del Sion, alla Lazio bastano appena 25’ per chiudere la pratica. Ci pensa Giorgio Chinaglia con una tripletta: un gol alla sua maniera dopo novanta secondi e poi due calci di rigore. La partita di ritorno in Svizzera diventa una formalità, ma rischia di trasformarsi in una Caporetto. Deconcentrata dal gol segnato da Garlaschelli in avvio che chiude il discorso qualificazione, la squadra si smarrisce. Liti in campo, giocatori che si mandano a quel palese, ruggini tra i due clan che escono fuori e che esplodono a fine partita, ingigantite dal un umiliante 3-1 incassato da una squadra modesta. Tra Chinaglia e Martini nel tunnel volano insulti, qualche schiaffo, con Maestrelli e Gigi Bezzi che faticano a trattenere i capi dei due clan da sempre in guerra. Chinaglia entra come una furia nello spogliatoio, rompe una bottiglia e Martini gli si avventa addosso urlando come un pazzo. Gli altri assistono, poi qualcuno trova il coraggio di mettersi in mezzo per evitare il peggio. E Maestrelli, sapendo che molti giornalisti hanno visto e sentito tutto, decide di non tornare a Roma e di portare la squadra direttamente in ritiro a Vicenza, per l’esordio in campionato in programma 4 giorni dopo.

La situazione si ricompone grazie all’intervento di Maestrelli, la Lazio esordisce vincendo per 3-0, ma le ruggini restano e in campo le cose non vanno benissimo, nonostante i successi con Vicenza e Sampdoria. Nel secondo turno di Coppa Uefa, la Lazio incrocia gli inglesi dell’Ipswich Town, che ai trentaduesimi hanno eliminato addirittura il Real Madrid, grazie ad un autogol che ha fissato l’1-0 in terra britannica e allo 0-0 conquistato al Bernabeu. Una squadra da non sottovalutare, quindi, pericolosa per una Lazio dagli equilibri così precari. E, infatti, arriva il tonfo. Il 24 ottobre, il fino allora quasi sconosciuto Trevor Whymark, in quaranta minuti (tra il 16′ e il 56′) sbriciola da solo la difesa laziale e firma il poker personale di quel 4-0 che garantisce virtualmente il passaggio agli ottavi per la squadra di Bobby Robson. Perché qualunque squadra normale si arrenderebbe davanti alla necessità di dover recuperare quattro gol. Già, ma quella Lazio di normale ha poco, praticamente nulla…

Il 7 novembre, quindi, i due clan stringono un patto d’acciaio per tentare una rimonta impossibile, un’impresa che farebbe entrare di diritto la Lazio nella leggenda, nella storia del calcio europeo. I giocatori annunciano battaglia e chiedono l’aiuto dei tifosi: quasi in 50.000 rispondono presente e affollano gli spalti dell’Olimpico. Ricordo tutto di quella serata, soprattutto l’inizio di quella partita. Neanche il tempo di centrare che la Lazio si getta all’assalto della porta difesa da Best, solo omonimo del fuoriclasse del Manchester United. Dopo un solo minuto, Garlaschelli segna l’1-0 con un tocco astuto dal limite dell’area e a metà primo tempo Chinaglia sfrutta un’uscita incerta di Best e deposita il pallone nella porta vuota. L’Olimpico si trasforma nel Colosseo e in quella bolgia la Lazio diventa quasi inarrestabile. Quasi, perché dove non arriva il portiere Best, arriva l’arbitro olandese Van der Kroft: azione di D’Amico, tiro respinto, Chinaglia in mezza rovesciata batte a rete, Best è superato ma sulla linea un difensore si lancia in tuffo e con la mano spedisce fuori il pallone che stava per entrare in rete sul palo e Best come nulla fosse lo raccoglie e si appresta a rinviare. Chinaglia protesta, D’Amico e tutti gli altri alzano le mani chiedendo quel rigore che avrebbe visto anche un cieco, tutti vanno verso l’arbitro olandese che li allontana e li invita a giocare, perché per lui è tutto regolare. Quell’episodio, è l’inizio della fine, perché fa saltare i delicati equilibri mentali di quel gruppo, trasformando la rabbia agonistica in furia cieca. La gente sugli spalti urla e lancia di tutto verso il guardalinee sotto la Tribuna Tevere (reo di non aver segnalato il rigore evidentissimo), gli inglesi in campo provocano, Wilson Chinaglia ed altri che capiscono l’inglese rispondono per le rime e sia in campo che in tribuna si crea un clima da resa dei conti. Basta nulla per far esplodere quella polveriera. E quella scintilla arriva a metà del secondo tempo. Protagonista, ancora una volta, Van der Kroft.

Un giocatore dell’Ipswich, marcato a distanza da Oddi, nel tentativo di girarsi inciampa e cade in area. Tra lo stupore generale, l’arbitro olandese indica il dischetto. E scoppia il finimondo. Pulici si lancia verso Van der Kroft e lo affronta a muso duro, Re Cecconi lo spinge, Oddi arriva come una furia e Frustalupi da dietro da un calcio al direttore di gara e poi si getta a terra. Van der Kroft, che secondo alcuni giocatori della Lazio era sceso in campo in evidente stato di ebbrezza, perde la testa, ma la perdono soprattutto i tifosi che dopo il rigore realizzato da Vilyoen tentano a più riprese di invadere il campo, sia dalla Curva Sud che dalla Tribuna Tevere e dalla Curva Nord. Sul terreno di gioco succede di tutto: D’Amico raccoglie le arance lanciate dai tifosi presenti in Tevere e la tira verso il guardalinee che è voltato e non si accorge da chi è stato colpito. Chinaglia è una furia, segna altri due gol e porta la Lazio sul 4-1, un risultato che accende ulteriormente gli animi pensando al rigore negato nel primo tempo e da quello inesistente fischiato da Van der Kroft a metà ripresa. Dal possibile 5-0, si passa al 4-2 finale firmato proprio al 90’ da Johnson. E si scatena l’inferno.

I tifosi salgono sulla tettoia del tunnel tra la Curva Sud e la Monte Mario che porta negli spogliatoi, tentano di invadere e di colpire con pezzi di panche divelte sia i giocatori inglesi che l’arbitro e i guardalinee. Tra calciatori, volano prima insulti, gli inglesi urlano “Italian bastard” e ricevono come risposta schiaffi, pugni, calci. A farne le spese è il portiere Best, che colpito da Wilson prima e da Petrelli poi viene ricoverato in ospedale con la frattura della tibia. A distanza di 40 anni, i protagonisti di quella notte di follia raccontano ogni episodio con il sorriso sulle labbra, senza nessun problema. Primo fra tutti, Giancarlo Oddi, che in questo stralcio di una puntata di “Sfide” dice candidamente: “E poi, li abbiamo menati tutti quanti…”

https://www.youtube.com/watch?v=1heJlwuTB3c

In quella frase di Giancarlo Oddi è racchiusa l’essenza di quella Lazio folle, di quella banda Maestrelli divisa in clan ma che in campo era una vera e propria armata: un blocco unico, indivisibile, un monolite contro cui si è schiantato qualsiasi avversario. Anche quelli che l’hanno sconfitta sul campo ma che hanno pagato a carissimo prezzo quella vittoria: oppure uno sgarbo, un’offesa o solo il fatto di aver osato sfidare quel gruppo o di aver toccato qualcuno del gruppo. E poco importava se si trattava di uno del clan di Chinaglia o del clan rivale, oppure uno di quelli che cercavano di evitare di schierarsi. Era uno della Lazio, uno dei figli di Maestrelli: bastava questo per considerarlo, in campo, un fratello. Questo sognano di rivedere i tifosi: una Lazio di uomini, di giocatori che magari si odiano, ma che in campo sono disposti a dimenticare tutto e a battersi e scontrarsi per difendere un compagno di squadra, come avvenne in quel Lazio-Ipswich del 7 novembre del 1973…

Il referto dell’arbitro e dei commissari Uefa fu pesantissimo. La Lazio venne squalificata per tre anni da tutte le competizioni europee, la società fece appello e la squalifica venne ridotta ad un solo anno. Ma fu una squalifica che costò carissima, perché quella banda di pazzi alla fine di quella stagione vinse lo scudetto e a causa della sanzione dell’Uefa la Lazio non fu iscritta e non partecipò l’anno dopo alla Coppa Campioni. Un esordio slittato di 25 anni, quando la Lazio di Eriksson entrò a vele spiegate in Champions League dopo uno scudetto perso all’ultima giornata e, corsi e ricorsi storici, la stagione successiva vinse il secondo scudetto della storia di questa folle società. 




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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