06 Novembre 2018

Vince sempre chi più crede...
di Stefano Greco

Un anno e mezzo di esilio, diciotto mesi passati tra Genova e Benevento per trovare spazio, per sentirsi importante, per crescere, per mettere minuti nelle gambe e per fare esperienza. Perché qui in Italia, essere giovani e italiani sembra essere quasi una colpa, un peso da portare sulle spalle come una zavorra nella scalata al successo. Se sei sudamericano o comunque straniero, magari arrivato tramite qualche giro che è un dolce eufemismo definire “strano”, con milioni (a volte decine) usciti dalle casse delle società per tesserati, un posto in vetrina lo trovi; ma se sei giovane, italiano, magari arrivato in prima squadra dopo aver fatto tutta la trafila delle giovanili partendo dalla scuola calcio, c’è sempre un “sì, però…” a sbarrarti la strada, a tarparti le ali. Quindi, sei destinato a soffrire.

Quella di Danilo Cataldi è la storia di tanti ragazzi italiani. Basterebbe fare copia/incolla e cambiare solo il nome del ragazzo e della società per adattarla a tantissimi giovani calciatori che magari fanno i titolari nelle varie nazionali giovanili ma che non riescono a trovare posto in prima squadra e quindi sono costretti ad andare in provincia, oppure addirittura ad emigrare per trovare spazio, come è successo ad esempio a Cristiano Piccini, giovane difensore uscito dalle giovanili della Fiorentina che non trovando spazio se non in Lega Pro a 21 anni è volato in Spagna e dopo 80 partite giocate tra Betis Siviglia, Sporting Lisbona e Valencia, a 26 anni è tornato in Italia,ma solo per indossare la maglia azzurra della nazionale, chiamato da Roberto Mancini. Per restare più vicini, è il caso di Danilo Cataldi, uno che ha vinto da capitano uno scudetto Primavera e a 20 anni ha indossato la fascia da capitano della Lazio dei grandi, uno che in poco tempo è salito in cielo ma come Icaro si è avvicinato forse troppo al Sole ed è precipitato, finendo nel dimenticatoio laziale. A luglio, a 24 anni non ancora compiuto era considerato “finito” da tanti laziali e un esubero o quasi per una società che fino alle ultime ore di mercato ha fatto di tutto per piazzarlo da qualche parte, perché per lui nella Lazio non c’era più posto. Per l’affollamento a centrocampo che si era creato con l’arrivo di Berisha e Badelj, ma anche per quel rapporto complicato con parte della tifosi,per quello strappo avvenuto per qualche twitter di troppo e per un’esultanza con la maglia del Genoa dopo un gol segnato dai rossoblù a Marassi contro la Lazio che qualcuno aveva considerato un tradimento inaccettabile. Così, l’anno scorso per lui il ritorno all’Olimpico con la maglia del Benevento è stato quasi un viaggio all’Inferno. E non sono bastate neanche le braccia alzate quasi a chiedere scusa ai tifosi laziali dopo il gol magnifico segnato su punizione che aveva portato momentaneamente in parità il Benevento per riallacciare il filo. Anzi, quella prodezza aveva provocato solo una pioggia di fischi, caduti dagli spalti su Danilo il traditore, come lo chiamava qualcuno.

Così come non era bastata neanche quella lettera aperta, scritta con il cuore in mano e pubblicata sui social, per togliersi di dosso quell’etichetta di traditore o di mercenario che in questa città viene appiccicata sulle spalle da qualcuno con troppa facilità e con la stessa arroganza con cui qualcuno oramai si sente in diritto di concedere o strappare patenti di Lazialità.

“Amo questa maglia, amo questa città, amo Formello, amo la Lazio con tutto il cuore e sarà così sempre. È inutile negare che qui non ho trovato lo spazio che speravo, voglio essere un punto fermo della mia Lazio ed è proprio per questo che mi sono dovuto allontanare per questi mesi, per dimostrare di poterlo essere! Non ho abbandonato la Lazio. Ci tengo anche a ringraziare il Genoa per aver creduto in me, per avermi dato questa possibilità, darò tutto in questi sei mesi per dimostrare il mio valore e per fare il massimo per questo club. Saluto e abbraccio la mia gente, spero che possiate capirmi. Arrivederci ad Auronzo di Cadore”.

In altri tempi, ci saremmo commossi nel leggere un messaggio simile da parte di un ragazzo cresciuto in casa e volato via per trovare spazio e per fare esperienza. Uno come Nesta, è stato crocifisso e mai rivalutato da qualcuno per non aver scritto un messaggio del genere quando ha lasciato contro la sua volontà Roma e la Lazio. Danilo lo ha fatto e qualcuno ha detto subito che le sue parole erano false come una banconota da 25 euro. Perché a Roma siamo fatti così, perché soprattutto nel mondo Lazio oramai le cose vanno così e Danilo è solo uno dei tanti che sono stati costretti a passare sotto le forche caudine dopo la condanna emessa dal tribunale dell’inquisizione laziale. Perché a questo siamo arrivati.

Certi amori non finiscono 
Fanno dei giri immensi 
E poi ritornano 
Amori indivisibili 
Indissolubili
Inseparabili…

Citare Antonello Venditti è quasi una bestemmia, oppure eresia, ma le parole di quella canzone calzano a pennello, perché Danilo Cataldi il giro l’ha fatto lungo e il cammino è stato davvero tortuoso, ma alla fine è tornato a Roma, a Formello, si è rimesso quella maglia addosso e in silenzio si è ripreso la Lazio. È vero, forse senza l’infortunio del duo Badelj/Leiva e le condizioni fisiche precarie di Berisha, Danilo questa occasione non l’avrebbe avuta. Ma quella maglia da titolare non è stata grazia ricevuta, se l’è presa in allenamento lavorando duramente e in silenzio, in attesa di un’occasione. E l’occasione è arrivata, perché Inzaghi che lo ha visto crescere e lo conosce bene, non ha mai dimenticato cosa ha fatto Danilo con quella maglia della Lazio addosso. E la chance gliel’ha data, facendo passare Danilo nelle gerarchie addirittura davanti a Murgia, il ragazzo che Inzaghi ha lanciato e che gli ha regalato l’unico trofeo vinto da allenatore. Perché Danilo ci ha creduto e ha lottato. E il compito di un bravo allenatore è di premiare chi si ammazza di lavoro in allenamento, senza fiatare, senza chiedere o pretendere qualcosa.

Sulla porta d’ingresso di tante palestre, campeggia enorme e a caratteri cubitali la scritta: VINCE SEMPRE CHI PIÙ CREDE! Pochi degli allenatori che la dipingono o la stampanoper appenderla sopra quelle porte come monito per i ragazzi o le ragazze che entrano in palestra sanno che quella è una frase tratta da una strofa di un canto di guerra di un’unità d’elité creata nel 1941 e chiamata “Battaglione M”, dove la M maiuscola stava a significare, chiaramente, Mussolini. Ma quello che conta non è chi cantava quella canzone o chi o cosa rappresentava, quello che conta è il significato di quella frase, magari completa: “Vince sempre chi più crede, chi più a lungo sa patir”. Sì, nella vita alla fine vince chi crede nel lavoro e nella potenza della forza di volontà. Non sempre, purtroppo, come recitano le strofe di quella canzone, ma spesso e volentieri  sì. E la storia di Danilo Cataldi lo sta a dimostrare. Sia ben chiaro quella maglia da titolare riconquistata con la fatica e con il sudore, non sono un punto di arrivo ma un punto di partenza. Come  quel gol segnato alla SPAL non ha riportato il sereno nel rapporto tra Cataldi e l’intera tifoseria laziale ma è solo uno squarcio di luce in un cielo plumbeo, quasi un segno di speranza che il peggio sia passato e che possa tornare a splendere il Sole. Proprio come è successo domenica, quando si è passati dal diluvio torrenziale al Sole, da quel pareggio immediato che aveva fatto riaffacciare i fantasmi sull’Olimpico ad una vittoria larghissima che ha sistemato la classifica e ha riportato un po’ di serenità dopo una settimana difficilissima. Ora sta a Danilo dimostrare che quel gol e quella prestazione non sono stati casuali, ma il segno di una rinascita, il primo passo per riconquistare l’Olimpico e per riprendersi la Lazio. E per confermare che alla fine VINCE SEMPRE CHI PIÙ CREDE!




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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