05 Novembre 2018

Capitano, mio Capitano...
di Stefano Greco

Le foto in bianco e nero sono di Marcello Geppetti

Una delle scene più belle e commoventi nella storia del cinema, è quella finale de “L’attimo fuggente”, l’immagine di quei ragazzi che sfidando l’autorità salgono in piedi sul banco per rendere omaggio al professore cacciato da scuola: il “capitano” che gli ha cambiato la vita, facendoli passare dall’adolescenza all’età adulta con i suoi insegnamenti e il suo comportamento. Ecco, oggi in occasione del compleanno di Vincenzo D’Amico, dovremmo alzarci tutti in piedi e salire metaforicamente su un banco per pronunciare la frase “Capitano, mio capitano”. Sì, perché le persone che ami e che ti segnano l’esistenza,  sono quelle sempre presenti nei momenti importanti della tua vita. Quelle che rispondono sempre presente ad una chiamata di notte, ad un grido di aiuto in un momento d’emergenza o che ti sostengono quando hai bisogno di una spalla su cui appoggiarti. E Vincenzo, per me, sia come tifoso che come persona, è una di quelle persone…

Chiedere ad un tifoso qual è il giocatore del suo cuore, è peggio chiedere ad un padre a quale dei suoi figli vuole più bene. Io ho amato alla follia Chinaglia, sono ancora oggi calcisticamente innamorato di Bruno Giordano (giocatore unico, irripetibile), sono legato da un filo tanto invisibile quanto indistruttibile (per motivi diversi) ad Angelo Gregucci e ad Alessandro Nesta, ho avuto un debole (sempre calcisticamente e umanamente parlando) per Gigi Casiraghi fin dalla prima volta che ci siamo conosciuti la notte del suo esordio all’Olimpico in una cena tra amici, sono legatissimo a Ledesma, ma ho un solo “capitano del cuore”: Vincenzo D’Amico.

“Il genio e il folle hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri”. Arthur Schopenhauer, forse, si rivolterebbe nella tomba al pensiero di veder accostato il suo nome e uno dei suoi aforismi più celebri ad un giocatore di calcio. Ma, in quanto tedesco, probabilmente anche un illuminato come lui si sarebbe innamorato del calcio e di quei campioni che camminano su quel filo che separa la genialità dalla follia: anche perché, spesso e volentieri, il confine tra genio e follia è talmente sottile da apparire ai più quasi invisibile. Per questo, anche se lo conosco da più di 40 anni, ogni volta che incontro Vincenzo D’Amico fatico a capire se abbraccio un genio o un simpatico folle.

Sì, perché a Vincenzo ho visto fare veramente di tutto, dentro e fuori il rettangolo da gioco, quando era calciatore ma anche dopo. L’ho visto perfino palleggiare, alle due di notte, con una mozzarella di bufala in un ristorante, sotto lo sguardo divertito dei camerieri, quello sbigottito dei clienti e di chi non lo conosce, quello sconsolato e quasi rassegnato di chi Vincenzo lo conosce bene: Michele Plastino in testa. Perché Vincenzo è così, capace di fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento: in grado di escogitare gli scherzi più incredibili e di trovare le scuse più assurde e impensabili quando ti dà buca ad un appuntamento, ma anche di indossare la maschera di clown triste con lacrime vere che solcano il volto togliendogli per una volta la parola: come è successo il 12 maggio del 2014 sul prato dell’Olimpico quando, con gli occhi lucidi e travolto dalle emozioni di quella serata ha stretto in un abbraccio silenzioso i suoi figli. E quello sguardo e quell’abbraccio, che chiude il film di Michele Plastino su quella serata, io non lo potrò mai dimenticare.

Quella sera, davanti a 65.000 spettatori e in un Olimpico pieno come non si vedeva da anni, osservando gli spalti e gli ex compagni di mille battaglie con i capelli imbiancati e con il fisico appesantito dai chili in eccesso, guardandosi intorno Vincenzo ha rivissuto in pochi minuti più di 45 anni di Lazio: gol, esultanze, vittorie, ma anche momenti dolorosi, cadute. Un mix di emozioni che ha fatto cedere la diga sotto il peso dei ricordi e del rimpianto per chi non c’è più, ma anche per quello che poteva essere e non è stato. Io, quella sera, mi sono commosso perché ripensando a tutti i momenti importanti della storia della Lazio tra il 1972 e il 1986, mi rendo conto che in tutti quei momenti c’è sempre il volto di Vincenzo D’Amico: ragazzino abbracciato da Maestrelli, giovane capitano nel momento della disperazione dopo l’arresto una settimana prima di quattro compagni di squadra, capitano coraggioso con il calzino macchiato di sangue in una domenica di giugno in cui, da solo, ha salvato la Lazio dalla retrocessione, in lacrime dopo un gol segnato al Brescia il 15 giugno del 1986 perché sapeva che quella era l’ultima magia, gli ultimi minuti di vita calcistica consumati con quella maglia addosso.

Per spiegare perché Vincenzo è il “capitano del mio cuore”, devo stravolgere il copione. Ogni storia che si rispetti parte dall’inizio o dalla fine, mentre questa vista la singolarità del personaggio in questione parte in un giorno anonimo di giugno, in una domenica da mare con l’Olimpico quasi deserto e la Lazio che alla fine di un deludente campionato di Serie B cerca di arrivare il più velocemente possibile alla fine della stagione. È il 6 giugno del 1982, la Lazio ha perso ben presto il treno per la promozione e dopo l’esonero di Castagner ha perso per strada, settimana dopo settimana e partita dopo partita, motivazioni: al punto da ritrovarsi alla penultima giornata in piena lotta per la retrocessione, abbandonata anche dai suoi tifosi. Dopo la sconfitta interna subita una settimana prima contro la Cremonese, l’Olimpico è deserto, disertato addirittura dagli abbonati. Sugli spalti siamo talmente pochi da poterci quasi contare quando agli ordini di Agnolin la Lazio scende in campo per affrontare il Varese di Fascetti, lanciatissimo verso la promozione in serie A. Dopo un quarto d’ora, la Lazio è sotto per 2-0, con Turchetta e Bongiorni che battono senza problemi Moscatelli alla fine di due azioni giocate tutte di prima. La Lazio è ad un punto dalla serie C, con la prospettiva di dover giocare all’ultima giornata in trasferta a Palermo. Allo stadio c’è chi piange, chi dopo una ventina di minuti vorrebbe scappare via per non assistere all’ennesima debacle di quell’armata allo sbando. Come ha già fatto due anni prima contro il Catanzaro, con quella fascetta rossa al braccio da capitano Vincenzo D’Amico si carica la Lazio sulle spalle e decide di tirare fuori la sua bacchetta magica, di dar sfogo a quel genio calcistico che vive dentro di lui ma che sovente sonnecchia e esce fuori a corrente alterna.

Sullo 0-2 Agnolin concede un rigore alla Lazio, D’Amico si presenta sul dischetto e realizza sotto la Sud, dimezzando lo svantaggio. Due minuti dopo, mentre tenta una grande giocata Vincenzo subisce un fallaccio sotto la Monte Mario, vicino all’area. Ha un buco nella caviglia lasciato dai tacchetti del difensore, il medico accorre per fermare il sangue che esce dalla ferità, tenta di portare Vincenzo fuori ma lui pretende di rientrare subito in campo. Zoppicando, fa segno ai compagni di piazzarsi dentro l’area per il cross, ma invece di cercare la testa di Vagheggi o di Pochesci, disegna una traiettoria maligna, con il pallone che supera la barriera e si infila dentro la porta insieme a Rampulla che, accorgendosi troppo tardi delle intenzioni di D’Amico, si fa sorprendere sul suo palo: 2-2! Finita? Neanche per sogno. Nel secondo tempo, Agnolin concede un altro rigore (abbastanza generoso) alla Lazio e Vincenzo prende il pallone, finta la botta come il occasione del primo rigore, poi piazza la palla di piatto: pallone a sinistra e Rampulla a destra. Gol! Lazio 3 Varese 2. In un’ora, Vincenzo porta la squadra dal baratro della serie C ad una salvezza che diventa il trampolino di lancio per la promozione che arriva l’anno dopo, grazie anche al rientro di Giordano e Manfredonia.

Genio e sregolatezza: la vita e la carriera di Vincenzo D’Amico è racchiusa in questi due termini che lo hanno caratterizzato fin da quando ha mosso i primi passi. Nato il 5 novembre del 1954 a Latina, approda alla Lazio a 16 anni. Maestrelli si innamora subito di quel ragazzo dai capelli ricci, dal volto sorridente e dai modi di fare irriverenti in campo, dove con le sue finte e i suoi dribbling espone a brutte figure giocatori con dieci anni d’esperienza in serie A. Con la Lazio in piena corsa per la promozione, il “Maestro” lo fa esordire in serie B a soli 17 anni, il 21 maggio del 1972, nella partita vinta all’Olimpico contro il Modena. L’estate successiva, Maestrelli lo aggrega alla prima squadra, deciso a lanciarlo in serie A, ma un gravissimo infortunio in un’amichevole a Rieti, rischia di mettere fine alla sua carriera a soli 18 anni. A quell’epoca, la rottura dei legamenti segna quasi sempre la fine dell’attività agonistica di un atleta. Ma Renato Ziaco non si arrende e sperimentando una nuova tecnica ricostruisce quel prezioso ginocchio e restituisce al calcio italiano e alla Lazio il talento di Vincenzo D’Amico. Tommaso Maestrelli lo stima al punto tale, che durante un’intervista durante il ritiro deroga ai suoi principi, mettendo il singolo davanti alla squadra. Ad una domanda che gli fa un giornalista della RAI nel ritiro di Pievepelago sulle ambizioni-scudetto della sua Lazio alla vigilia della stagione ’73-’74, il “maestro” risponde così.

“A dire il vero, il campionato avremmo già dovuto vincerlo lo scorso anno. Senza voler nulla togliere a Manservisi che è un ottimo giocatore, a noi ci è mancato quel tocco di classe in più, quella imprevedibilità nella manovra che solo D’Amico può darci”.

E come al solito Maestrelli ha ragione. La giovinezza, la freschezza, l’imprevedibilità e la classe di Vincenzo D’Amico trasformano la Lazio, soprattutto in attacco. Il giorno del derby d’andata, il “Maestro” è costretto a sostituire il suo pupillo, in crisi di nervi, travolto da Rocca che è imprendibile su quella fascia. Ma anche questo serve per crescere, come quel calcio nel sedere rimediato da Chinaglia a San Siro. Partita dopo partita, Vincenzo prende confidenza e nell’ultima giornata del girone d’andata segna il suo primo gol in serie A. È il 27 gennaio del 1974 e al 15’ della ripresa Chinaglia, sotto la Curva Sud, finta l’azione personale poi serve di tacco D’Amico che solo davanti a Buso segna il più facile dei gol. Poi, allo scadere, Vincenzo ricambia il favore e consente a Long John di realizzare la doppietta personale. Ma la sua grande rivincita, “Vincenzino” se la prende il 31 marzo del 1974, nel derby di ritorno. Ha un conto in sospeso da regolare, ma le cose si mettono subito male, con il cross di Spadoni che provoca l’autogol di Felice Pulici. Come all’andata, però, la Lazio reagisce: e questa volta con D’Amico in campo che segna il gol dell’1-1 all’inizio della ripresa,  seguito tre minuti dopo da Chinaglia che realizza il gol-vittoria. Vincenzo è uno dei grandi protagonisti di quello scudetto: 27 partite giocate, due gol segnati e tanti assist serviti ai compagni. E a fine stagione viene premiato come miglior giovane del campionato.

Ma per diventare fuoriclasse, bisogna saper soffrire. “Vincenzino”, invece, sapendo di avere doti fuori dal comune non ha molta voglia di soffrire negli allenamenti e tantomeno di fare una vita rigorosa da atleta. Quando il fisico lo sorregge, è imprendibile per qualsiasi marcatore. Quando è in giornata, è in grado di vincere una partita quasi da solo. Ma se non c’è, con la testa e con il fisico, in campo si mette a “gigioneggiare”. Così lo ricorda Arcadio Spinozzi, suo ex compagno dal 1981 al 1986.

D’Amico è stato uno dei migliori calciatori che abbia mai conosciuto. Un ragazzo fuori dall’ordinario, tutto estro e fantasia, croce e delizia di compagni e allenatori. Con un colpo di genio, da autentico fuoriclasse, poteva risolvere qualsiasi partita. A volte, però, diventava un peso morto, una zavorra per la squadra. Se non era in giornata di grazia lo capivamo subito, fin dalle prime battute di gara. Prendeva sempre tutto allegramente. Una volta, contro il Perugia, all’avversario, che dopo avergli rubato palla scattava per sostenere l’azione offensiva della squadra, gli urlò: “Ahò, ma ‘ndo vai così de fretta? Ma che te cori? Ahòoo, vabbé torna presto. Io t’aspetto qua”. A un allenatore che si era permesso di metterlo fuori squadra, D’Amico, spacciandosi per tifoso, da dietro la fitta siepe che delimitava gli spogliatoi del ‘Maestrelli’ dal terreno confinante, gridò a pieni polmoni: “A coso, fa giocà D’Amico domenica. Se voi salvà la panchina, lo devi fa giocà. Damme retta, lo dico pel bene tuo!”. Lui era fatto così: imprevedibile, in campo e fuori. Per lui, giocare al calcio non era una professione, ma un hobby. Dubito che abbia rinunciato una sola volta ai piaceri della vita, per il pallone. Sembrava allergico ad ogni sorta di sacrificio.

E io che l’ho conosciuto bene, che l’ho visto fare a 55 anni decine di palleggi con una mozzarella di bufala in un ristorante alle 2 di notte dopo una puntata di “Goal di Notte”, devo dar ragione ad Arcadio. Ma tra alti e bassi, Vincenzo d’Amico ha scritto la storia della Lazio. Uno scudetto “Primavera” e un tricolore con la squadra di Maestrelli lo fanno diventare il leader della Lazio dopo l’addio di Chinaglia e dopo il “tradimento” di Wilson. Contro il Catanzaro, il 30 marzo del 1980 guida una squadra ancora scossa dall’arresto di 4 compagni alla vittoria contro il Catanzaro. Al suo fianco giocano l’esordiente Budoni in porta e ragazzini di 18 anni della Primavera come Perrone, Cenci, Manzoni e Ferretti, più Tassotti che con i suoi 20 anni è quasi un veterano. Gioca forse la partita più bella della sua carriera e salva la Lazio sul campo. Con la Lazio finita in serie B a tavolino, contro la sua volontà va per un anno in esilio a Torino, ma poi torna, deciso a non andare più via. Salva la squadra dalla C con quell’incredibile tripletta al Varese e l’anno dopo è, insieme a Giordano e Manfredonia, il protagonista indiscusso della promozione in serie A della Lazio. Nella stagione ’83-’84, fa un altro dei suoi miracoli. Quando si infortuna Giordano, si mette a fare il centravanti tattico, in coppia con Michael Laudrup. Il “falso nueve” direbbero oggi. Gioca partite memorabili, come il derby del 26 febbraio del 1984. Contro una Roma Campione d’Italia che lotta per riconquistare lo scudetto e marcia spedita verso la finale della Coppa dei Campioni, la Lazio può opporre solo il cuore e la classe di D’Amico. Vincenzino, dopo appena 9 minuti porta la Lazio in vantaggio, con una delle sue punizioni deviata da Di Bartolomei. Sembra un fuoco di paglia, invece poco dopo la metà del primo tempo Agnolin concede un rigore che D’Amico trasforma: doppietta e Lazio clamorosamente in vantaggio per 2-0 contro i Campioni d’Italia. Il gol su rigore di Agostino Di Bartolomei e l’espulsione di Manfredonia, sembrano un segnale di resa, ma nonostante il gol del pareggio di Cerezo, la Lazio riesce a resistere fino al novantesimo, portando a casa un punto insperato e che sarà decisivo. Per dare un’idea su come andò quella partita, basta leggere il tabellino, con 13 calci d’angolo battuti dalla Roma e 1 solo dalla Lazio.

Quell’anno Vincenzo D’Amico gioca la sua migliore stagione dopo quella dello scudetto, ma è l’ultimo acuto. L’anno successivo la Lazio scivola in serie B. Vincenzo resta, con la speranza di riportare subito in A la squadra, ma i troppi problemi fisici e la prepotente crescita di Dell’Anno, battezzato già suo erede naturale, a fine stagione lo convincono a lasciare definitivamente la Lazio. Se ne va a Terni per l’ultima avventura sportiva, dopo aver indossato per 266 volte la maglia biancoceleste in campionato e con 39 reti all’attivo ma, soprattutto con il rimpianto di quello che poteva essere e non è stato, di non aver sfruttato al massimo il suo talento, quel grande dono che ha ricevuto da madre natura. Un peccato per lui, che poteva essere uno dei più grandi di sempre, ma un peccato anche per la Lazio che, comunque, dovrà essere sempre grata a Vincenzino per tutte le volte che l’ha salvata, risultando sempre presente e decisivo nei momenti importanti. Anche dopo la fine della carriera, come quando nel 2003 si è rimette in gioco come testimonial della campagna fatta per convincere i tifosi a partecipare ad un aumento di capitale decisivo per salvare la società dal fallimento.

Auguri Vincenzo… Capitano, mio Capitano…




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

334.937 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,40
Variazione del -6,67%