24 Ottobre 2018

La bellezza e la poesia in una foto...
di Stefano Greco

Questa immagine è di una bellezza unica, quasi un quadro d’autore. Questa immagine ce l’ho in mente da domenica pomeriggio, da quando il regista e uno dei cameraman di Parma-Lazio hanno pescato l’esultanza di questo ragazzino dopo il gol di Immobile. Me la sono tenuta in caldo per tre giorni questa immagine, per il semplice motivo che volevo riordinare bene idee e sentimenti prima di mettere tutto nero su bianco perché c’era il rischio di rovinare tutto, di scadere nel banale e rovinare la poesia di questo frame rubato.

Ci sono foto che fanno la storia, perché in un’immagine raccontano tutto o perché in quello scatto ci sono talmente tante cose che ognuno riesce a vederne una diversa. Ecco, penso che questa immagine debba entrare di diritto nella storia della Lazio, come l’indice di Chinaglia verso la Sud dopo il gol segnato al derby, come le lacrime di Giordano dopo quel gol segnato al Napoli al rientro dall’infortunio, come il giro di campo di Lenzini il giorno dello scudetto, come Cragnotti lanciato in trionfo dai suoi giocatori, come l’esultanza di Veròn dopo il gol nel derby-scudetto o come l’esultanza di Fiorini al derby, come l’attimo del tiro di Lulic nella finale di Coppa Italia del 26.5.2013 o come mille altri scatti legati a momenti indimenticabili. Perché in questa immagine c’è tutto il mondo Lazio e ci si può leggere di tutto.

C’è il coraggio figlio dell’incoscienza giovanile del soli contro tutti, c’è la gioia pura che può provare solo un’anima che non è stata ancora contaminata e c’è il DI PADRE IN FIGLIO, anche se nessuno può dire se c’è realmente un padre in questo scatto visto che quel bambino esulta da solo in mezzo a decine di persone ferme, quasi pietrificate da quel gol di Immobile. Ma il DI PADRE IN FIGLIO c’è e solo un cieco non lo vedrebbe. Basta vedere la maglia che indossa quel bambino che gli fa da vestito per quanto ci sta largo dentro, una maglia di 20 anni fa e dell’anno in cui tutto è iniziato, perché è una maglia senza scudetti o coccarde tricolori e con ancora il logo Cirio stampato al centro. E se quel bambino che avrà sì e no una decina d’anni indossa quella maglia di 20 anni fa, è solo perché dietro c’è un padre che quella maglia l’ha comprata, indossata e l’ha portata in giro per l’Italia e per l’Europa magari sognando un giorno di passarla ad un figlio, in una sorta di ideale passaggio di testimone. Ma il padre, probabilmente, in quella foto non c’è. E qui la mente ha cominciato a viaggiare alla velocità della luce, perché quel bambino nella foto poteva essere mio figlio o il figlio di tanti amici di una vita che per scelta da anni hanno abbandonato lo stadio ma non la Lazio e la Lazialità, perché quell’amore e quella passione l’hanno passata come un ideale bastoncino della staffetta della vita ad un figlio ad una figlia, così come loro lo avevano ricevuto da un papà, una mamma, uno zio o un nonno innamorato di Lazio. Non solo di una maglia, ma di tutto quello che rappresenta per noi laziali il mondo Lazio. Più che un’idea, un vero ideale…

Forse sono pazzo, ma quando alla fine del 1993 ho incontrato la donna della mia vita (era l'inizio dell'era-Cragnotti...), ho iniziato ad acquistare maglie. Non lo avevo mai fatto prima. Ho comprato la prima maglia con lo sponsor Banca di Roma, quella celeste con la scritta Cirio e quella da trasferta che indossa quel bambino, ho comprato all’asta l’ultima maglia indossata da Bobo Vieri in quel Lazio-Parma (e che ho regalato anni dopo al mio amico Fabrizio Lucherini…), la maglia del centenario (per me la più elegante in assoluto della storia), la maglia della prima Champions League quella a strisce verticali bianche e celesti con il numero 9 di Salas, poi la collezione si è arricchita con la maglia con le firme di tutti i giocatori della Lazio, quella regalata nell’estate del 2003 alla Lazio a tutti i quasi 42.000 abbonati di quella stagione. Per mille motivi, quella è stata la mia ultima maglia della Lazio. Tutte quelle maglie non l’ho comprate per me, perché non sono né un collezionista né uno che va in giro sfoggiando magliette il lunedì dopo una vittoria in campionato o a metà settimana dopo un successo in Europa. No, tutte quelle maglie le ho comprate per un figlio che ancora non c’era ma che era già vivo nella mia mente, nei miei sogni e nei miei pensieri. E quando quei sogni e quelle speranze hanno preso vita, ho iniziato il mio ideale passaggio di testimone. L’ho fatto in anni in cui non si vinceva, in anni di scarse soddisfazioni e di tormenti interiori che non solo non si sono placati, ma che sono addirittura sfociati nella decisione che mai avrei pensato di poter prendere nella mia vita: rinunciare ad andare allo stadio. Ma il mio disprezzo per chi guida questa società e tutti i miei tormenti interiori, non hanno minimamente influito su questo passaggio di testimone. Anzi, in mio figlio rivedo oggi la stessa passione che mi animava 40 anni fa alla sua età. Sono cambiati i tempi, è cambiata la società che abbiamo intorno, è cambiato completamente sia il calcio che il mondo Ultras in cui sono cresciuto, ma tutto questo non ha minimamente influito perché, pur senza bombardarlo e senza forzargli la mano, mio figlio ha assorbito ogni stilla di Lazialità che c’era e che c’è ancora in me, compreso quello stile che ci porta a gioire ma senza mai esagerare, senza scadere nel trash o senza trasformare la festa per un successo in una sorta di becera riproposizione dei ludi romani.

Oggi mio figlio va allo stadio, quasi sempre in curva, e come regalo per Natale mi ha chiesto “una trasferta”. Aggiungendo poi con sano paraculismo, “in Italia o in Europa”… Non la play, il nuovo iPhone o un capo di abbigliamento firmato, ma una trasferta da fare insieme in Italia o in Europa, perché sa che all’Olimpico non ci metto piede. Quando la Lazio gioca in casa lo accompagno fino ad un centinaio di metri dallo stadio ma poi me ne torno a casa, come se l’obelisco fosse per me quello che erano le colonne d’Ercole una volta: il limite estremo del mondo, la porta prima del nulla…

Per tutti questi motivi mi sono innamorato di questo bambino e da domenica non riesco a togliermi dalla mente questa immagine. Perché ci può essere Lazialità anche senza andare (per scelta) allo stadio. E la Lazialità è rappresentata da un figlio che ha ricevuto come testimone la storia, la cultura, la tradizione, lo stile, la sofferenza e in qualche caso la solitudine dell’essere laziali. Come quel bambino nella foto, unico che esulta in mezzo a decine di persone ferme, impietrite. Come in classe da bambini (e come succede anche oggi), quando ad essere laziali eravamo in 3/4 in una classe di 36. Ma noi andavamo tutti allo stadio mentre la quasi totalità di quelli che si professavano romanisti faticavano a riconoscere anche i giocatori se sulle figurine gli mettevi il dito per nascondere il nome del calciatore.

Non sarò mai abbastanza grato a questo bambino, al regista e al cameraman di Parma-Lazio, perché al di là della vittoria mi hanno fatto vivere giornate fantastiche. Perché quell’immagine ha fatto partire mille pensieri e per qualche giorno mi ha fatto assaporare sensazioni che non provavo più da tempo, perché per un po’ mi ha fatto tornare puro, bambino…

FORZA LAZIO, sempre e comunque…




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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