16 Ottobre 2019

Giorgio Chinaglia è il grido di battaglia!
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Giorgio Chinaglia è gioia e dolore. Giorgio Chinaglia è, al tempo stesso, il sapore dolce del trionfo e quello soffocante della polvere; è un abbraccio che ti toglie il fiato e una fuga che ti svuota e ti lascia senza energia; è promessa e tradimento; è esultanza e rabbia. Giorgio Chinaglia è, soprattutto, un urlo, un grido di battaglia!

Pensando a quella maglia biancoceleste con numero nove cucito sulla schiena e alle storie fantastiche e al tempo stesso maledette di tanti centravanti che l’hanno indossata nella storia della Lazio, non puoi che pensare a lui. A quel gigante solitario che esulta con il braccio alzato, che torna ingobbito al centro del campo o che corre verso gli spogliatoi bombardato dai tifosi della Roma dopo l’ennesimo sgarbo. Oppure che sta per imboccare quel tunnel buio mentre stringe in un tenero abbraccio un compagno o Tommaso Maestrelli. Giorgio è questo e altro ancora, perché lui è stato tutto e il contrario di tutto: l’emblema della magia e al tempo stesso della maledizione che grava da sempre su quella maglia celeste con il numero nove bianco cucito o stampato dietro. E su chi l’ha indossata. Soprattutto i più grandi. Giorgio Chinaglia, quella maglia della Lazio l’ha indossata per l’ultima volta il 16 ottobre del 1983. E, chiaramente, ha segnato…

Il 16 ottobre del 1983 è un domenica senza calcio. Il giorno prima, a Napoli, l’Italia Campione del Mondo di Enzo Bearzot  è stata travolta a Napoli dalla Svezia, dando così l’addio alle speranze di qualificazione alla fase finale degli Europei. Bruno Giordano, tornato in azzurro dopo tre anni e mezzo di esilio dovuti alla squalifica, quel sabato a Napoli è rimasto in panchina, ma torna di corsa a Roma perché il giorno dopo all’Olimpico è in programma un evento destinato ad entrare nella storia: la festa dell’addio al calcio di Giorgio Chinaglia. Sono passati 35 anni, ma quel biglietto del “Chinaglia Day” è conservato gelosamente da ogni laziale come una reliquia, tra le cose preziose più preziose di una vita da Lazio. Perché Giorgio Chinaglia è stato il “mito”, perché per noi in quel momento era il “re dei re”, visto che era tornato da pochi mesi dagli Stati Uniti per coronare il suo e il nostro sogno di sempre: diventare il presidente della Lazio. L’unico, nel calcio romano, che ha ricoperto la carica di giocatore prima e di presidente poi.

Quel 16 ottobre, Roma è baciata dal sole, proprio come oggi. Le decine di migliaia di laziali che marciano verso l’Olimpico, hanno il sorriso sulle labbra ma un velo di tristezza negli occhi. Lo so, sembra un controsenso, ma è così quando vai ad una festa d’addio. Sei contento di essere lì, ma sei triste perché sai che è l’ultima volta e in cuor tuo vorresti che quel sogno non finisse mai. Sugli spalti, i 40.000 paganti dell’Olimpico hanno occhi solo per il gigante e sono lì solo ed esclusivamente per lui. Ci sono tutti, compresa la famiglia Maestrelli, presente al completo, a rappresentare anche il padre putativo di quel gigante irruento ma dal cuore d’oro. Tommaso, infatti, non c’è più. E’ volato in cielo quasi sette anni prima, pochi mesi dopo l’inizio dell’esilio americano di Long John.

Giorgio è romano ma anche newyorkese, quindi per quella festa d’addio l’avversario della Lazio non può che essere il Cosmos, con Giorgio che ha deciso di giocare il primo tempo con la sua ultima squadra e il secondo con la maglia della squadra della sua vita. E visto che la festa è molto americana, anche l’ingresso in campo delle squadre è un qualcosa di mai visto in Italia, ma di normale amministrazione nella patria del business e dello sport spettacolo. I giocatori entrano in campo uno alla volta, annunciati dallo speaker. Timidi applausi per gli americani, anche se tra loro ci sono leggende del calcio come Franz Beckenbauer, Carlo Alberto, Rijsbergen e Neeskens; grandi applausi per i giocatori della Lazio (Giordano in testa…), nonostante l’avvio difficile e i quattro punti conquistati nelle prime cinque giornate di campionato (ma c’è il derby alle porte…); ma quando lo speaker annuncia l’ingresso in campo di Chinaglia, l’Olimpico esplode!

Long John entra in campo con la divisa blu dei Cosmos, con il colletto giallo, con il nove stampato sulle spalle sotto il cognome che prende tutta la schiena del gigante, che ha 36 anni e mezzo ma il fisico e l’entusiasmo di un ragazzino. GIORGIO, CHINAGLIA, E’ IL GRIDO DI BATTAGLIA…Quell’urlo, quasi disperato, sale al cielo, rabbioso e assordante come negli anni d’oro. Lo urlano tutti, in Curva come in Tribuna. Lo urlano con gli occhi gonfi quelli che Giorgio lo hanno visto giocare ed hanno esultato decine di volte ai suoi gol; lo urlano con le vene del collo gonfie e la morte nel cuore quelli che come me sono cresciuti all’ombra di quel gigante che ci ha dato il coraggio per affrontare da bambini il nemico a testa alta, a scuola come nelle strade. Un nemico che in alcuni casi era anche dieci volte più numeroso, ma che piegavi in un istante quando gli puntavi il dito contro, come fece lui in quello storico derby del 31 marzo del 1974. Quell’esultanza con il dito puntato verso la Sud in segno di sfida, diventata leggenda grazie allo scatto di Marcello Geppetti e un poster custodito gelosamente da intere generazioni di laziali. Anche da chi Giorgio Chinaglia non l’ha mai visto giocare. Ma soprattutto da noi che lo abbiamo vissuto…

Perché Giorgio Chinaglia, è stato per noi il gigante buono a cui appellarsi nei momenti di difficoltà, come quello che vedevamo la sera a “Carosello” e che invocato al grido di “Gigante, pensaci tu…” risolveva ogni problema. Quello è il Chinaglia che non dimenticherò e che non dimenticheremo mai.

Giorgio entra in campo e in quel preciso istante centinaia di persone invadono il terreno di gioco, da ogni settore dell’Olimpico. Chi gli porta fiori, chi una sciarpa, chi dalla Curva Nord un trofeo per ricordare quella giornata, chi semplicemente per un abbraccio o un bacio. E tutti gli altri giocatori, osservano la scena, applaudendo senza nascondere un pizzico d’invidia per quel gigante amato alla follia dalla sua gente, per un uomo che è già leggenda ancora prima di appendere gli scarpini al chiodo.

In perfetto stile americano, prima del fischio d’inizio di Carlo Longhi (arbitro che non ha mai nascosto la sua fede laziale…), riecheggiano all’Olimpico le note dell’inno americano e quelle di Fratelli d’Italia. Giorgio gioca il primo tempo con la maglia dei Cosmos. Urla, sbraccia, cerca disperatamente la via del gol, ma a segnare sono Laudrup e Romero. Nel secondo tempo, Bruno Giordano entra in campo indossando la numero 14, quella del giocatore che ha più amato dopo Giorgio Chinaglia: Johan Crujiff. La numero 9, indossata nel primo tempo da Meluso, ora la calza per l’ultima volta Long John. Segna ancora Michelino Laudrup, la Lazio dilaga, ma Giorgio non riesce a segnare e sembra un leone in gabbia. A poco meno di un quarto d’ora del termine, arriva il momento atteso da tutti. Giordano e Laudrup confezionano l’assist perfetto per Giorgione che batte Birkenmeier proprio sotto la Curva Nord. Giorgio rimane immobile, stringe i pugni e urla liberando quel ciclone che ha tenuto dentro fino a quel momento. E quel vento di rabbia e di passione travolge tutto e tutti. Giordano è il primo ad abbracciarlo, poi arrivano tutti gli altri e la gente non riesce a restare in tribuna, invade il campo da ogni settore e Longhi è costretto a interrompere la partita.

La festa finisce lì, con largo anticipo sul previsto. Giorgio è quasi soffocato da quell’abbraccio, si ritrova senza maglia e con una sciarpa al collo. Protetto dalla Polizia prova a fare una sorta di giro di campo per salutare e ringraziare tutti, mentre sul tabellone luminoso dell’Olimpico campeggia un enorme GRAZIE, con al centro la scritta CHINAGLIA. Giorgio piange e sorride, agita il braccio ed esce per l’ultima volta dal campo accompagnato da Felice Pulici, l’amico di una vita che Long John ha voluto con sé in quell’avventura da presidente. Quell’immagine di Giorgio che esce dal campo, nudo, scortato e con la sciarpa al collo, commosso e con il braccio alzato mentre saluta la gente laziale, resterà per sempre impressa nella mia memoria… E quel biglietto del Chinaglia Day, con Giorgione che esulta braccia al cielo, è una reliquia da custodire tra le cose preziose: per sempre!




Accadde oggi 20.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax 1-1
1927 Roma, campo Rondinella - Lazio-Milano 3-1
1932 Torino, stadio di Corso Marsiglia - Juventus-Lazio 4-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Triestina 2-0
1977 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Torino, stadio Comunale - Torino-Lazio 4-0
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 3-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Padova 5-1
2005 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 2-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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