08 Ottobre 2018

Ciao Pescia, un sorriso e un bacio al cielo!
di Stefano Greco

Come succede oramai ogni 8 ottobre da 7 anni a questa parte, sono uscito presto di casa questa mattina. Dopo giorni di mattinate buie e piovose, oggi c’era il sole. E non poteva essere altrimenti. Così mi sono incamminato verso il lungotevere delle Armi, diretto in pellegrinaggio silenzioso all’albero di “Pescia”. Non per deporre un fiore o per attaccare un qualcosa di biancoceleste a quell’albero, ma per riflettere, per provare a isolarmi da tutto nonostante il traffico, il rumore dei clacson delle macchine che sfilano in quel tratto di lungotevere sul lato opposto al ministero della Marina in cui il destino mi ha strappato un amico. Sono passati 7 anni dal giorno in cui Andrea Pesciarelli ci ha lasciato, da quella notte in cui si è spento per sempre il suo sorriso. Sembra ieri, invece sono volati via 7 anni, perché la sabbia dentro la clessidra in cui è racchiusa la nostra esistenza su questa terra scivola via veloce. Ma non c’è stata settimana in cui non ho pensato ad Andrea in questi anni, non c’è stato un momento di Lazio (felice o triste, non importa) in cui non ho pensato a cosa avrebbe detto o fatto “Pescia”. Perché quel filo che ci univa dall’infanzia non si è mai spezzato, perché il ricordo di quel sorriso e del tono di quella voce scanzonata sono sempre vivi dentro di me.

Questa mattina, davanti a quell’albero, me lo sono immaginato sorridente, in questo lunedì in cui anche per noi laziali è tornato a splendere il solo dopo una decina di giorni di bufera. L’ho immaginato, sorridente, mentre entrava nella sede della redazione di Mediaset o al Palatino, pronto a “massacrare” quei romanisti che lo avrebbero massacrato dopo la sconfitta nel derby e la pesante caduta di Francoforte. Probabilmente gli avrebbe detto: “A pezzentoni, v’abbiamo fatto illude per qualche ora, ma poi abbiamo rimesso la freccia e v’abbiamo sorpassato e v’abbiamo pure fatto le corna, come Gassman ne IL SORPASSO. E ora state sotto almeno per un altro paio de settimane”. Non ci credete, non ve lo immaginate, allora guardate questo video pubblicato dall’amico Enrico Del Monte su Facebook…

https://www.facebook.com/enrico.delmonte.7/videos/2263624443291/

Questo era “Pescia”. Questo è solo uno dei tanti teatrini messi in scena da questo straordinario personaggio amato da chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo sul proprio cammino. Vorrei scrivere tante cose, oggi, ma niente di quello che potrebbe uscire dalla tastiera del computer sarebbe più bello, più vero e più sentito di quello che ho scritto 7 anni fa, a caldo, dopo aver saputo che “Pescia” non c’era più. E allora, oggi ho scelto di riproporre l’ ultimo saluto al mio amico di una vita datato 8 ottobre 2011, per mantenere vivo il ricordo in chi ha avuto come me la fortuna di conoscerlo e frequentarlo e per fare capire a chi non l’ha mai conosciuto o che lo ha sentito solo intervenire in radio, chi era Andrea Pesciarelli: un romano vero, uno che se non avesse fatto il giornalista avrebbe potuto fare tranquillamente l’attore. Un amico, uno dei tanti (purtroppo) uno dei tanti amici biancocelesti che posso salutare alzando lo sguardo verso il cielo, immaginandomelo seduto sugli spalti di quella Curva Paradiso sorridente e con il suo immancabile e puzzolente sigaro che pende dalle labbra… Un bacio Pescia. E FORZA LAZIO! SEMPRE E COMUNQUE…

Ho visto la morte in faccia tante volte nella mia vita. Ho visto morire tante persone care, ho perso amici in circostanze tragiche negli anni di piombo e poi in seguito a causa di malattie o incidenti, quindi dovrei essere vaccinato, ma soprattutto preparato davanti a notizie che ti piombano addosso all’improvviso. Invece, non è così. È bastata una telefonata di Gabriella Grassi a mettermi ko, ad aprire le cataratte di un fiume di emozioni e di ricordi che mi sta letteralmente travolgendo mentre scrivo un pezzo che mai avrei voluto scrivere per ricordare un amico, un fratello che non c’è più.

Andrea Pesciarelli è morto questa notte, all’improvviso e in modo tragico. Lui, come me, era un malato delle due ruote, uno che non si rassegnava agli anni che passano e che un po’ per comodità e un po’ per sentirsi ancora pischello, si avventurava sulle vie di Roma a cavallo del suo scooter. Quella sua corsa con il sorriso sulle labbra, si è conclusa questa notte intorno alle due, contro un albero, non si sa bene come e perché. A trovare Andrea, riverso al suolo e già privo di vita, è stata un’ambulanza del 118 che passava per caso in quel tratto di lungotevere compreso tra piazza della Libertà, viale Mazzini e lo stadio Olimpico, nella zona delle passioni più care di Andrea, famiglia a parte: la Lazio, la Rai e il calcio.

A dimostrazione di quanto infame possa essere il destino, Andrea è morto da solo in mezzo alla strada: senza una mano da stringere, senza vedere un sorriso, senza un’ultima frase da dedicare a qualcuno, senza poter regalare una di quelle battute ironiche che lo hanno reso celebre nell’ambiente del giornalismo e adorato dagli amici. Io e Andrea non eravamo amici, eravamo fratelli, fin dai tempi della scuola. Lui era più giovane di me di un paio d’anni, al San Gabriele era un pischello quando mi sono diplomato, ma giocava a fare il grande. Come me, adorava il basket e la Lazio. Diventare amici è stato un attimo, un’intesa immediata. Per 30 anni abbiamo condiviso le stesse passioni, dallo sport alla politica. Per 30 anni ci siamo presi in giro ogni volta che ci siamo sentiti al telefono o che ci siamo incrociati allo stadio, a cena o sul lavoro. Sì, perché facevamo anche lo stesso lavoro. Lui ha scelto quasi subito la strada della tv, io la carta stampata. Per anni, ci ha unito la radio, i siparietti che ci venivano spontanei ogni volta che stavamo in collegamento nella stessa trasmissione. Che fosse da Guido, a Lazio Patria Nostra o da Franco Capodaglio, per noi non faceva nessuna differenza, l’importante era stare insieme a ridere e scherzare, ma soprattutto a tentare di sdrammatizzare sempre e comunque, in un ambiente che da anni oramai si prende troppo sul serio. E per farlo ci davamo del LEI, ma solo per "cazzeggiare". Abbiamo rischiato di incrociarci quando a metà degli anni Novanta Pietro Pasquetti mi aveva chiamato al TG3 del Lazio. Ma io avevo scelto un’altra strada, quella che portava a TMC, la televisione dello Sport. Lui, lo sport aveva deciso di lasciarlo per buttarsi in politica, l’altra grande passione della sua vita. E ci aveva visto giusto. Era passato al TG1 con Clemente Mimun e poi lo aveva seguito al TG5, dove era diventato la prima firma politica di Mediaset. Una carriera straordinaria, senza spinte o raccomandazioni, ma sudata. In questo momento ricordo ogni telefonata di questi ultimi anni, ogni sms. Ricordo le risate quando aveva rivelato in radio una delle mille magagne della gestione-Lotito e il presidente della Lazio aveva chiamato Mimun, minacciando di chiamare addirittura Fedele Confalonieri o Berlusconi, per mettere il bavaglio al “Pescia”. Ricordo come mi imitava al telefono la voce di Mimum che lo scongiurava di lasciar perdere Lotito e la Lazio per non ricevere più un’altra telefonata. Ricordo gli sms ironici che mi mandava dopo ogni sconfitta della Roma, con mia moglie romanista che scuoteva la testa e ci insultava ogni volta che glieli leggevo. Ricordo le ore passate al telefono da disamorati per commentare le vicende recenti della Lazio, rimpiangendo i tempi andati. Non quelli delle vittorie, ma quelli in cui eravamo radunati tutti sotto un unico simbolo, a difesa di un’unica bandiera e non frammentati in mille fazioni l’un contro l’altra armate.

Guardo la sua foto che campeggia su tutti i siti internet e le lacrime scendono all’idea che non sentirò più la sua voce, all’idea di sua moglie e di quei due splendidi ragazzi che non potranno più sorridere alle sue battute. Ricordo quel sigaro che muoveva tra le dita come un direttore d’orchestra muove la bacchetta. Lo prendevo sempre in giro, gli dicevo che lo faceva per darsi un tono e una parvenza di serietà. E immediata partita la risposta, la battuta, la frecciata o l’insulto bonario. Non riesco a credere che sia vero. Sono dovuto andare in moto su quel lungotevere baciato dal sole a vedere quell’albero già coperto di fiori bianco e celesti per rendermi conto che, purtroppo, è tutto drammaticamente vero. Ho dovuto toccare l’albero per rendermi conto che questo non è un brutto incubo, ma dura realtà. Quella realtà che ti blocca lo stomaco e che ti lacera dentro, come se qualcuno ti stesse strappando via una parte di te.

Non è giusto. So che la vita è così, che la clessidra scorre nascosta da un velo nero che ci impedisce di vedere quanta sabbia è rimasta dentro, che non ci sono regole se non quella che prima o poi tocca a tutti. Totò la chiamava “la livella”, quell’ora che rende tutti uguali davanti al destino. Pensi di avere sempre tempo per poter fare qualcosa, per poter vedere qualcuno e rimandi. Come quella cena che dovevamo fare prima dell’estate e che abbiamo rimandato. “Tanto c’è tempo”, ci siamo detti quando ci siamo sentiti a luglio, io in vacanza in Sicilia e lui a fare la spola tra Roma e Milano, preso dal lavoro e dalle questioni legate al suo impegno nel cdr di Mediaset. E ora mi ritrovo qui a scrivere il suo “coccodrillo”, di getto, senza sapere da dove sono partito e soprattutto senza sapere dove andrò a finire, perché non basterebbe un libro per raccontare il “Pescia”. Ma chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, questo lo sa. Per un attimo ho sperato che questo fosse il suo ennesimo scherzo, l’ennesima burla di uno che come me ha sempre affrontato la vita con il sorriso sulle labbra e con una battuta in tasca. Invece, purtroppo, è tutto vero.

Che il viaggio ti sia lieve Andrea, amico di una vita. Ti ricorderò sempre con il sorriso sulle labbra. Tu, dall’alto, aiuta chi ti adorava come fratello, figlio, padre e marito a trovare la forza per andare avanti. E passando dal sacro al profano, ora che sei lì, stella tra le stelle, radunati con Sandro Petrucci e tutti gli amici laziali che ci hanno lasciati e datti da far per far brillare quello “stellone” che ci ha sempre protetto e che ora sembra averci abbandonati o dimenticati.

Ciao “Pescia”. Ciao e mai addio...




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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