03 Ottobre 2018

Auguri Arcadio, figlio di un calcio eroico
di Stefano Greco

Arcadio Spinozzi e Albertino Bigon in una foto della stagione 1980-1981

Arcadio Spinozzi è un amico, ma è anche e soprattutto uno dei tanti figli di un mondo che non c’è più, di un’epoca diventata leggendaria perché i protagonisti erano in molti casi simili agli interpreti del film  “bastardi senza gloria”: ovvero, calciatori che per dimostrare di essere uomini veri non avevano bisogno di tatuarsi dalla testa ai piedi, perché chi erano e cosa erano lo dimostravano la domenica in campo, non con un selfie o con messaggi su Twitter o su Facebook.

Quello degli anni Settanta e Ottanta era un calcio che creava sì degli idoli, inseguiti anche allora da attrici e starlette in cerca di vetrina, ma con gli eroi che non avevano bisogno di tingersi i capelli o di girare con creste o acconciature bizzarre per attirare l’attenzione e diventare personaggi. Anzi, molti di loro avevano i capelli lunghi, la barba incolta e i baffi , tanto da somigliare più a dei brigatisti che non a star del calcio. E, sì, giocavano a calcio per soldi ma con una passione oramai persa o quasi e, soprattutto, trasmettevano la loro rabbia e la loro voglia di vincere alla gente, coinvolgendo gli spettatori di stadi sempre colmi di entusiasmo. Anche per questo la domenica gli stadi erano sempre pieni: in città come in provincia, in piazze in cui si lottava per lo scudetto come in quelle in cui la massima ambizione era quella di ottenere la salvezza. Partite di Serie B con 70.000 spettatori sugli spalti, società che superavano come niente i 60.000 abbonati, con la gente che entrava ore e ore prima in impianti con panche in legno su cui sedere, senza nessun tipo di copertura e di comfort, ma sempre pieni. E i tifosi se ne fregavano della pioggia o del freddo, come della crisi economica o dei blocchi del traffico causati non dal troppo smog ma dalla mancanza di benzina. Si mettevano in fila per accaparrarsi l’abbonamento e, in alcune piazze (a Napoli, ad esempio), arrivavano addirittura ad ipotecare vestiti buoni e anche materassi pur di trovare i soldi per comprare quella tessera da conservare gelosamente nel portafoglio: perché tutti volevano essere presenti, perché era importante esserci ed essere in tanti. Non per farsi appuntare chissà quale medaglia sul petto o per mettere punti su qualche patente da tifoso, ma perché partecipare a quell’evento era una gioia e andare allo stadio era l’unico mezzo per portare soldi nelle casse delle società, per dare ai presidenti i mezzi per fare acquisti importanti. Insomma, il tifoso era sì un “cliente”, ma era indispensabile per le società e per i presidenti, quindi doveva essere rispettato, altrimenti il fallimento era dietro l’angolo.

Arcadio Spinozzi, che oggi taglia il traguardo del 65° autunno, è stato uno dei protagonisti di quel mondo. Non è mai stato una star, ma uno di quelli che si facevano rispettare in campo dagli avversari, sugli spalti dai tifosi, dai dirigenti nelle trattative in ritiro per il rinnovo del contratto (all’epoca i calciatori erano  “proprietà” dei club e i contratti erano annuali) e come tutti faticava per far rispettare durante l’anno quegli accordi. Il suo era un calcio di assegni a vuoto, di dirigenti che ti davano appuntamento in sede per incassare lo stipendio e mentre i calciatori aspettavano in sala d’attesa loro si dileguavano usando un’uscita secondaria. Non esistevano i procuratori, c’era sì una Lega ma non garantiva il rispetto degli accordi sottoscritti, quindi nonostante l’esistenza del sindacato calciatori non c’erano certezze e tantomeno diritti: ma c’erano gli stadi pieni, c’erano folle oceaniche ai raduni e agli allenamenti e, soprattutto, c’era un attaccamento viscerale alla maglia e alla bandiera che non si mostrava con esultanze smisurate o con magliette e simboli baciati dopo un gol, ma con sudore, contrasti ai limiti del lecito e con risse per difendere un compagno colpito o messo in mezzo dagli avversari. Giocatori che mai si sarebbero arresi in un derby come è successo sabato scorso. Basta pensare a quel derby del 26 febbraio del 1984, quello in cui una Lazio che lottava per non retrocedere, priva di Giordano, di mezza difesa titolare e costretta a giocare in 10 per un tempo riuscì a pareggiare 2-2 contro la Roma Campione d’Italia e che stava marciando verso la finale di Coppa dei Campioni. E ci riuscì solo grazie al cuore messo in campo da quegli 11 ragazzi con la maglia biancoceleste, perché a livello tecnico non c’era partita e il confronto tra noi e loro era quasi impetoso…

Con Arcadio ho scritto un libro a quattro mani per raccontare quel mondo fatto anche di tanti medicinali dati a caso, di illeciti più o meno palesi e di giornalisti e calciatori ruffiani: perché non è mai tutto oro quello che luccica. In UNA VITA DA LAZIO, grazie agli appunti scritti e conservati da Arcadio su quegli anni abbiamo raccontato un mondo che non c’è più, quello in cui siamo cresciuti e ci siamo innamorati di questo sport, un mondo in cui quale la passione per quello che si faceva spesso contava più dei soldi: e valeva sia per i calciatori che per i giornalisti. Perché anche quello di noi scrivani (o scribacchini…) era un ambiente in cui regnava lo sfruttamento, in cui i contratti erano un sogno e i soldi un miraggio. Volete un esempio? Nel 1983 lavoravo per “Il Resto del Carlino” e il mio compenso era di 1680 lire ad articolo (poco più di 0,85 euro…) e il pagamento era a tre mesi. Insomma, i soldi li anticipavamo noi e spesso e volentieri quelli che poi arrivavano dopo tre mesi non bastavano neanche per coprire le spese fatte. Ma era bello farlo, perché il nostro era un mondo affascinante anche perché c’erano grandi maestri di vita ad insegnarti le basi del mestiere: in campo, con un pallone tra i piedi, come in redazione a seguirti con lo sguardo e a scuotere la testa dietro le tue spalle quando picchiavi sui tasti della macchina da scrivere per comporre il tuo pezzo, sognando di vederlo apparire il giorno dopo in pagina con tanto di firma. E, appena finivi, loro te lo strappavano in mille pezzi quel foglio dicendo: “Riscrivi tutto da capo, meglio”

Potrei scrivere un altro libro per raccontare quel mondo e oggi per fare gli auguri ad Arcadio, invece mi limito a riprendere uno stralcio del racconto pubblicato in UNA VITA DA LAZIO del suo primo e del suo ultimo giorno di Lazio, con la speranza di riuscire a far capire a chi non l’ha vissuto che mondo era quello e, forse, per far comprendere a tanti ragazzotti di oggi che ci danno dei pantofolai o dei tifosi occasionali, perché non ci riconosciamo più in questo calcio e perché, in alcuni casi, ci siamo volutamente allontanati. Le due parti che ho scelto, sono legate al racconto del giorno dell’arrivo di Spinozzi a Roma e del suo primo impatto con il mondo Lazio la prima e la seconda alle sensazioni provate il giorno della fine del rapporto con questa città e dell’addio a quell’ambiente e a quella gente di cui si era innamorato follemente: perché lo aveva fatto sentire a casa, un romano e un laziale per sempre…

L’ARRIVO:

Raggiunsi Roma in macchina. Non conoscevo la città. Per arrivare a via Col di Lana, consultai lo stradario acquistato in edicola. Mi avvicinai con grande curiosità e con il cuore in tumulto al luogo del raduno, passando di fronte allo Stadio Olimpico. La sede sociale della Lazio era a pochi passi da piazza Mazzini, in pieno centro. L’accesso alla piazza, dove stavano convergendo migliaia di persone, era completamente bloccato. Pensai, all’inizio, che si trattasse di una manifestazione indetta da qualche categoria di lavoratori. Ma una protesta sindacale in pieno luglio, sotto quel sole? La cosa mi sorprendeva.

Il traffico era paralizzato e non potendo raggiungere in nessun modo la sede con la macchina, tornai indietro per cercare un parcheggio. Lasciai la macchina sul Lungotevere, ad un paio di chilometri di distanza. Chiesi a un passante dove fosse via Col di Lana. Mi rispose di seguirlo, perché anche lui stava andando li. Il flusso di gente andava aumentando. Cominciai a vedere le prime bandiere e sciarpe biancocelesti, poi altre e altre ancora. Il clamore si faceva sempre più assordante a mano a mano che ci avvicinavamo a via Col di Lana. A fatica riuscii a farmi largo tra la folla: un vero e proprio tappeto umano che si estendeva a perdita d’occhio. Una calca mai vista. Salii le scale fino a raggiungere gli uffici della società. Le pareti delle stanze erano tappezzate da fotografie che ritraevano tutte le squadre nel corso degli ottant’anni di storia della Lazio. Nutrivo la speranza che l’atmosfera calda di esaltazione generale mi avrebbe consentito di superare quei primi momenti di inevitabile disagio. I cori assordanti dei tifosi arrivavano nelle stanze della sede attraverso le finestre aperte. Mi affacciai e vidi migliaia di persone che sventolavano sciarpe e bandiere biancocelesti. I cori e gli incitamenti si facevano sempre più forti, sempre più insistenti. Non mi era mai capitato di assistere a un simile spettacolo. Fino ad allora non avevo mai immaginato che la passione per la squadra del cuore potesse essere così forte, quasi una ragione di vita, una fede. Avevo sentito dire che certe cose succedevano in Sudamerica, in Brasile o in Argentina, in primis per la nazionale: invece stava succedendo tutto sotto i miei occhi, a Roma

LA FINE:

…Stavo per lasciare la capitale, costretto ad abbandonare la mia squadra, la squadra che amavo, che avevo nel cuore. Provavo un sentimento forte, una debolezza interiore per quella maglia. Avrei accettato qualsiasi incarico pur di restare. Ma ormai era tutto finito.

Mi abbandonai per qualche istante sul divano. Volevo riposare, pensare, ma la mente mi riproponeva come un film mandato a velocità folle tutte le immagini di quegli anni indimenticabili, che mi avevano segnato come uomo e come giocatore. All’improvviso, il film rallenta e la memoria mi ripropone un’immagine nitida: La Curva Nord, piena fino all’inverosimile, come l’avevo vista in tante occasioni, con quelle migliaia di voci che come d’incanto si fondevano per dar vita ad un unico coro assordante, che a volte nonostante la tensione e la concentrazione della partita, riusciva a mettere i brividi, a far accapponare la pelle. A noi giocatori, spesso, ci accusano di essere ruffiani quando parliamo dei tifosi, della nostra gente: in alcune occasioni, per carità, è proprio così che vanno le cose. Si dicono frasi di circostanza, si cercando frasi a effetto per infiammare i tifosi. Io non ci sono mai riuscito: forse a causa del mio brutto carattere, di quella mia timidezza che a volte veniva scambiata per distacco, quasi per menefreghismo. Non ho mai parlato molto dei tifosi della Lazio, ma in quel momento, steso sul divano, mi rendevo conto della fortuna che avevo avuto in tutti quegli anni. Pochi giocatori hanno avuto o avranno la fortuna di recitare su simili palcoscenici, di assistere dal campo a spettacoli come quelli che avevo visto io a Roma, giocando anche il derby. Stavo per lasciare Roma, per dire addio al mondo del calcio e pensavo alla Curva Nord, alla curva più suggestiva e spettacolare che mi era capitato di vedere, a tanta gente incontrata per strada, a tanti volti sconosciuti che mi avevano regalato le emozioni più forti, intense e forse irripetibili della mia vita. E avrei voluto ringraziare, uno a uno, tutti i ragazzi per tutto quell’affetto, per il rispetto che mi avevano sempre dimostrato, per la fede con cui ci avevano seguito, nonostante le mille difficoltà, sempre e ovunque, spinti solo dalla passione. Spinti solo dalla loro fede. Loro non ci avevano mai lasciati soli. Loro non ci avevano mai tradito. Noi non potevamo dire altrettanto...

Provai una dolorosa fitta al cuore e una stretta allo stomaco quando svuotai definitivamente casa e deposi le ultime cose in macchina.

Prima di avviarmi, rimasi immobile pensando e ricordando il passato. Potevo dire, a ragione, di averne viste di tutti i colori, di aver vissuto, in sei anni di Lazio, quello che tantissimi giocatori non vivono in un’intera carriera. Potevo dire di aver provato l’angoscia e il tormento, l’esaltazione e la gioia: emozioni irripetibili che avrei custodito nell’anima e nella mente, per il resto dei miei giorni. Come potevo dimenticare quell’incubo della promozione gettata al vento il primo anno, oppure la gioia provata per la promozione conquistata due anni dopo e per l’incredibile salvezza ottenuta l’anno successivo, con quella straordinaria invasione di tifosi laziali a Pisa?

Per non soccombere all’avvilimento mi dissi che sarebbe bastato non parlare, non ricordare quegli anni, che il tempo, galantuomo, avrebbe mitigato il dolore della separazione. Ma sapevo d’ingannarmi. Non poteva essere. Non sarebbe mai potuto accadere.

Stavo per imboccare una nuova strada, del tutto ignota. Stavo per iniziare una nuova vita, ma non riuscivo neppure minimamente a immaginarmela la mia vita lontano da Roma e senza la Lazio. Mi attendeva un futuro incerto, nebuloso.

Avviato il motore, decisi di passare per l’ultima volta al campo Maestrelli. Imboccai il viale di Tor di Quinto. Il dolore, mentre mi avvicinavo al posto in cui avevo passato quasi tutte le mie giornate per sei anni, tra soddisfazioni e grandi amarezze, iniziò a farsi sentire. Qualcosa mi stringeva la gola. Alcune prostitute stazionavano sotto le enormi betulle in attesa di clienti. Una, seduta su un vecchio bidone di latta, sfogliava distrattamente le pagine di una rivista. Un’altra mostrava e sponsorizzava le sue forme a un allettato ciclista. Più in là, un’altra, sul bordo della strada, mutande bene in vista, lanciava inequivocabili cenni con la mano agli automobilisti di passaggio. Anche loro facevano parte dei miei ricordi: sostenitrici incallite e accalorate, avevano seguito assiduamente gli allenamenti, acclamandoci o insultandoci, da autentiche tifose. E promettendo prestazioni gratuite, da sballo, in caso di vittoria.

Nei presi del Maestrelli, mi tenni sulla sinistra e svoltai verso l’impianto sportivo. Il cancello di ferro era chiuso. Fermai l’auto e aprii la portiera. M’incamminai verso l’ingresso. Erano passati sei anni da quando, per la prima volta, avevo varcato quel cancello; sembravano molti, molti di più. Sembravano decenni. E non m’importava come li avevo spesi. Mi bastava averli vissuti. Giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E ora, che nessun legame professionale mi univa più a quel posto, sentivo già che mi mancava, che mi sarebbe mancato terribilmente. Per sempre.

Le immagini e i ricordi belli e terribili si sovrapponevano, lenti. Le lacrime cominciarono a bruciarmi gli occhi. Scivolavano silenziose, giù, lungo le guance tirate. Cercai di mettere a fuoco il piazzale, gli spogliatoi, il campo da gioco, ma le immagini mi ballavano davanti agli occhi. Rimasi immobile a guardare tutto, a guardare casa. Tenevo gli occhi fissi. Quante storie s’erano consumate in quello spazio, nel tempo. Sentivo risuonare nella testa le voci dei compagni, le urla degli allenatori, i cori dei tifosi, mentre qualcosa di terribilmente triste mi schiacciava il petto. Fui invaso da un gran senso di vuoto, da una malinconia micidiale. Rimpianti, rimorsi. Tutto, tutto insieme. Sotto il peso di quei pensieri e di quei ricordi, mi sentivo vacillare. Le gambe erano molli e le braccia svuotate d’ogni forza. Raccolsi le ultime energie e mi avviai alla macchina. Attesi un attimo prima di partire. Non riuscivo a controllare le lacrime, a dominare le mie emozioni.

Mi voltai per lanciare l’ultimo, definitivo sguardo al Maestrelli. Vidi le pareti esterne degli spogliatoi dipinte di biancoceleste. Sentii il petto gonfio d’orgoglio per aver fatto parte della storia, di un pezzettino della storia di questa tormentata e gloriosa società.

E a quel punto mi resi conto che era tutto finito. Finito per sempre

Auguri Arcadio, figlio di un calcio e di un mondo che non c’è più…




Accadde oggi 16.10

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Vittoria 4-0
1927 Roma, stadio Nazionale - Lazio-Alessandria 0-1
1932 Milano, stadio Civico Arena - Ambrosiana-Lazio 1-2
1938 Bologna, stadio Littoriale - Bologna-Lazio 2-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Roma 3-1
1953 Nasce a Briosco (MI) Giuliano Terraneo
1955 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Roma, stadio Olimpico - Lazio-NY Cosmos 3-1
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 1-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 5-1
1999 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 0-3
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-PSV Eindhoven 2-1
2005 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Fiorentina 1-0

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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