11 Settembre 2018

Stankovic, il bambino con la faccia da duro
di Stefano Greco

Il bambino con la faccia da uomo oggi taglia la soglia dei 40 anni, quella linea immaginaria che segna l’ingresso nella definitiva maturità. Nato a Belgrado l’11 settembre del 1978, Dejan Stanković, è una delle grandi scoperte di Sergio Cragnotti, ed il suo acquisto una di quelle operazioni-lampo che hanno reso celebre il patron della Lazio in tutto il mondo. Un patrimonio immenso per la Lazio, dilapidato a causa dell’assenza di potere all’interno della società che si è verificata dopo l’uscita di Cragnotti, ma anche di strani giochi da parte di mediatori e procuratori, Vinicio Fioranelli in testa. Sfruttando la crisi economica che attanagliava la società, l’assenza di un azionista di riferimento e di conseguenza di potere da parte della Lazio, Dejan Stanković è stato svenduto all’Inter per 5 milioni di euro, quasi un terzo di quello che era stato pagato nel 1998 e un sesto di quello che valeva al momento della cessione. Proprio con il passaggio del serbo all’Inter a fine gennaio del 2004, è iniziato il definitivo tracollo della Lazio, sia dal punto di vista sportivo che economico e societario. Anche perché quella cessione ha spezzato definitivamente il rapporto di fiducia tra la gente e chi gestiva in quel momento la Lazio. Ma partiamo dall’inizio.

Quando uno debutta a 16 anni in serie A e a 18 anni scarsi è già il capitano della squadra, significa che ha le stigmate del fuoriclasse, del predestinato. Figlio di due calciatori, Dejan Stanković diventa il simbolo della rinascita della Stella Rossa di Belgrado, della squadra di Mihajloviće di Jugović arrivata all’inizio degli anni Novanta in cima all’Europa e al mondo. Finita l’era di quella generazione di fenomeni, l’arrivo in prima squadra a soli 16 anni di questo ragazzo dotato di gran fisico, capace di occupare tutti i ruoli del centrocampo, apre un barlume di speranza per l’inizio di un nuovo ciclo. Ma l’embargo dovuto alla guerra nei Balcani e la crisi che porta tutti i grandi talenti del calcio serbo a emigrare, non può non influire anche sul destino calcistico di  Dejan Stanković, di uno che segna in serie A ad appena 16 anni e che a 20 ha già un centinaio di partite da professionista sulle spalle e soprattutto 30 gol all’attivo solo in campionato.

La prima società a mettere gli occhi su Stanković è la Roma di Franco Sensi, che da anni ha un contenzioso aperto con la Stella Rossa di Belgrado sull’esatta valutazione del cartellino di Mihajlović, acquistato ma mai pagato dalla società giallorossa a causa dell’inizio della guerra nei Balcani e del successivo embargo. Costretta dall’UEFA e dalla FIFA a trovare un accordo con la società serba, la Roma cerca di inserire nella valutazione anche il cartellino di Stanković. Le due società raggiungono un accordo di massima, ma la Roma ritarda il pagamento della prima rata dell’indennizzo e tra la società giallorossa e la Stella Rossa si inserisce Sergio Cragnotti, convinto da Vincenzo Morabito, agente FIFA e grande tifoso laziale, della bontà di quella operazione. Il patron della Lazio, parte per Belgrado all’alba a bordo del suo aereo privato e torna poche ore dopo in Italia con 24 miliardi in meno ma con il contratto di Stanković pronto per essere depositato in Lega, mentre il presidente della Roma, Franco Sensi risponde sicuro ai cronisti che gli annunciano l’acquisto del fuoriclasse serbo da parte della Lazio: “Impossibile, Stanković è nelle nostre mani, già  abbiamo un accordo con la Stella Rossa”In realtà, Cragnotti ha messo a segno uno dei suoi famosi blitz, Stanković è della Lazio e la Roma si deve accontentare di Tomić, che non è neanche un lontano parente del fuoriclasse della Stella Rossa, anche se viene pagato da Sensi quasi 20 miliardi di lire. Così, dopo aver esordito ai Mondiali di Francia ’98, Dejan Stanković approda alla Lazio, dove viene preso sotto la sua ala protettrice da Sinisa Mihajlović, che diventa qualcosa in più di un fratello maggiore. Lo allena, lo consiglia, lo protegge e diventa il padrino dei suoi figli.

L’impatto di Stanković è di quelli da ricordare. Esordio con la maglia biancoceleste in Supercoppa Italiana e vittoria in casa della Juventus; esordio in campionato il 13 settembre del 1998 a Piacenza con un gol fantastico da 30 metri e poi si fa mezzo campo per andare ad abbracciare Mihajlović. In un mese, nonostante la giovane età, la rosa della Lazio piena di fuoriclasse e la norma sulla presenza in campo dei giocatori extracomunitari che lo penalizza, Dejan Stanković convince subito tutti. Eriksson capisce di avere tra le mani un potenziale fuoriclasse, da formare e sgrezzare, ma già in grado di fare la differenza. Cragnotti capisce di aver investito nel migliore dei modi quei 24 miliardi in contanti. La prima prova per il fuoco per Stanković arriva il 5 novembre del 1998. La Lazio si è complicata la vita in casa nell’andata della sfida del secondo turno di Coppa delle Coppe con il Partizan di Belgrado. Lo 0-0 dell’andata costringe la squadra di Eriksson a segnare e a non perdere allo stadio Jna, pieno fino all’inverosimile. Il clima è infuocato a causa della presenza di Mihajlović, ex simbolo della Stella Rossa, ma soprattutto da quella di Stanković, capitano fino a tre mesi prima degli odiati rivali. Quando Dejan entra in campo nel secondo tempo con la qualificazione ancora in bilico, il suo ingresso è accolto da un boato, ma di fischi e insulti. Si azzarda ad andare a battere un calcio d’angolo e viene bersagliato da oggetti di ogni genere. Lui, incurante del clima infuocato, gioca a testa alta e dopo poco più di 10 minuti dal suo ingresso in campo segna il gol del 2-1 che consegna definitivamente la qualificazione alla Lazio. Nello stadio cala il gelo, si sente solo il boato dei tifosi della Stella Rossa che, mischiati a un centinaio di tifosi della Lazio, esultano per la prodezza del loro ex capitano e simbolo. La sua prima stagione laziale si trasforma in una sorta di marcia trionfale: gioca 42 partite, segna 4 gol in campionato e soprattutto 4 in Coppa delle Coppe, trascinando la squadra verso la finale vinta con il Maiorca. Unico neo, due cartellini rossi, a conferma che Eriksson deve lavorare ancora sotto il profilo caratteriale per modellare questo potenziale fuoriclasse. E il tecnico svedese, con l’aiuto di Mancini e Mihajlović, non ci mette molto a trasformare l’argilla in uno splendido vaso.

La stagione successiva, Stanković dimostra di essere cresciuto anche dal punto di vista caratteriale. E’ più continuo e si fa trovare sempre pronto all’appuntamento. Segna a Maribor in Champions League e soprattutto un gol splendido e fondamentale a Marsiglia, tre giorni dopo il clamoroso tonfo della Lazio nel derby di campionato. Quella prodezza scaccia i fantasmi della crisi. Chiuso al centro dalla presenza di Veròn, Almeyda e Simeone, Stanković viene utilizzato da Eriksson spesso come laterale di centrocampo o come appoggio alla punta quando la Lazio si schiera con un solo attaccante di ruolo. Contro il Lecce all’Olimpico, ad esempio, gioca sulla destra al posto di Conceição, ma con la licenza di fare il terzo attaccante alle spalle di Salas e Boksić. Segna una doppietta. Il primo quasi da centravanti, con un tocco in mischia, il secondo con un inserimento perfetto da dietro e un colpo di testa a schiacciare su cross di Boksić: e con quel numero 20 sulle spalle (il 10 è di Mancini) va sotto la Monte Mario ad esultare imitando le movenze del surfista che cavalca l’onda.

A soli 22 anni, Dejan Stanković ha vinto praticamente tutto. Gli manca un acuto con la sua Nazionale, ma agli Europei in Belgio e Olanda la Jugoslavia delude ancora. La sua Nazionale ha scelto come base per il ritiro una località a poca distanza da Anversa, dove ho la mia sede con i colleghi di La7 che seguono la nazionale azzurra e le sue avversarie che si allenano nei paraggi. Ci vediamo spesso da loro in ritiro o in città e si instaura un bel rapporto. Dejan ha sempre il sorriso sulle labbra, ha imparato alla svelta l’italiano, è disponibile, molto giocatore di calcio ma poco star. Superata a fatica la prima fase, ci incontriamo alla vigilia della sfida dei quarti con l’Olanda. Mi confida che il clima all’interno della squadra è teso, che nonostante la presenza di un santone come Vujadin Boskov le crepe sono evidenti. Racconto nel mio servizio di una Jugoslavia in crisi d’identità e di rapporti, ed il giorno dopo arriva il pesantissimo 6-1 con l’Olanda. Lo incontro negli spogliatoi, lo ringrazio e gli dico che gli devo un favore. Lui sorride e dice: “Non mi devi nulla, tu resta sempre così e noi due andremo sempre d’accordo”E così è stato, per cinque stagioni e mezzo.
L’età dell’oro si esaurisce, a causa della crisi economica che attanaglia la società uno dopo l’altro partono quasi tutti i protagonisti dello scudetto, ma lui da promessa diventa campione e leader della Lazio. Mancini, tornato come allenatore, nonostante la presenza di Mihajlovic gli consegna anche la fascia da capitano. Lui lo ripaga trascinando la squadra verso la qualificazione alla Champions League nella stagione 2002-2003. Segna sei reti in campionato, lasciando il segno in entrambi i derby. In estate è ad un passo dalla Juventus, ma il trasferimento salta e per la Lazio sfumano quasi 30 milioni di euro. A convincerlo a non accettare la destinazione è Vinicio Fioranelli, ex socio di Vincenzo Morabito e suo procuratore, ma anche le pressioni da parte di Mancini e di Sinisa Mihajlović, destinati a passare a fine stagione entrambi all’Inter. Dejan si lascia convincere e nell’ultima intervista che gli faccio il 21 gennaio 2003 dopo il gol segnato al Parma in Coppa Italia, senza parlare mi fa capire che il matrimonio con la Lazio è finito, che sta per passare all’Inter. Così, quell’intervista diventa una sorta di servizio d’addio, fatto di musica e immagini, senza le mie domande, ma solo con le sue parole che le quali racconta quei 6 anni meravigliosi. Quell’ultimo servizio si chiude con un primo piano dei suoi occhi lucidi, un’immagine che fa capire quanto siano state intense quelle cinque stagioni e mezzo vissute indossando la maglia della Lazio. A Roma, Dejan Stanković è cresciuto, come uomo e come calciatore. A Milano, con la maglia dell’Inter ha messo in pratica quello che ha imparato e ha raccolto quello che ha seminato nei suoi 5 anni e mezzo di Lazio, vincendo tutto! A Formello ha lasciato un grande ricordo che non è nulla rispetto alla scia di rimpianti che la lasciato la sua partenza per Milano. Poteva essere la bandiera della Lazio del dopo-Nesta, ma quella squadra ridimensionata a causa della crisi societaria, era come una maglietta troppo stretta e soffocante per un campione come lui, che a soli 25 anni ha lasciato la Lazio con un curriculum di 208 partite giocate, 34 reti segnate e 6 trofei vinti. Quasi sette, perché quella Coppa Italia del 2004 è un po’ pure sua, anche se ha lasciato la Lazio il 31 gennaio, proprio nell’ultima ora di mercato.

Nell’Inter, dove ha giocato fino al 2013, ha vinto 5 Scudetti consecutivi (2006 a tavolino, 2007, 2008, 2009 e 2010 sul campo), 4 Coppa Italia (2005, 2006, 2010 e 2011), 4 Supercoppa Italiana (2005, 2006, 2008 e 2010), più 1 Champions League e 1 Mondiale per club nel 2010. Con la Nazionale ha giocato 103 partite (segando 15 reti), ottenendo la qualificazione ai Mondiali del 1998 in Francia e agli Europei del 2000, eliminato in entrambe le occasioni dall’Olanda (agli ottavi in Francia, ai quarti due anni dopo proprio in Olanda). Nel 2009 ha ottenuto la qualificazione ai Mondiali del 2010, diventando il primo giocatore della storia del calcio ad aver giocato 3 Mondiali con 3 nazionali diverse: Jugoslavia, Serbia e Montenegro e infine con la Serbia. Ad agosto del 2014 è il vice di Stramaccioni all’Udinese. Il 19 giugno del 2015, chiamato da Roberto Mancini, è tornato all’Inter con il ruolo di club manager. Dopo un anno ha salutato tutti ed è andato all’Uefa, chiamato dal neo presidente Aleksander Čeferin per aiutare le nazionali europee a coltivare i vivai, specie quelli riservati ai giovani di 14/15 anni. L’età di suo figlio Felip, capitano dell’Inter Under 16 che a giugno ha vinto lo scudetto battendo nella finalissima la Juventus. E anche se oggi vive lontano da Roma, in quella città (sponda biancoceleste) che lo ha accolto poco più che maggiorenne, quel bambino dalla faccia da uomo duro ci ha lasciato un pezzo di cuore…




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

334.937 titoli scambiati
Chiusura registrata a 1,40
Variazione del -6,67%