08 Settembre 2018

L'ultimo trofeo dell'era Cragnotti...
di Stefano Greco

Tra le tante immagini del passato che ti suscitano emozioni sfogliando l’album dei ricordi, questa foto dell’8 settembre del 2000 è un tuffo al cuore: perché pochi tifosi in Italia hanno potuto vedere sulla maglia della loro squadra, contemporaneamente, il triangolino dello scudetto e il cerchietto tricolore della Coppa Italia. È un tuffo al cuore vedere tutti quei campioni che indossavano la maglia della Lazio. è un tuffo al cuore l’immagine di Alessandro Nesta che da capitano alza per l’ultima volta un trofeo con la maglia della  Lazio. È un tuffo al cuore, infine, il pensiero che quella notte ha segnato in un certo senso la fine di un’era, mentre in tanti pensavamo che quel triplete realizzato nella stagione 1999-2000 (un poker, se ci mettiamo dentro anche la Supercoppa d’Europa vinta ad agosto 1999 a Montecarlo) sarebbe stato un punto di partenza verso l’obiettivo più prestigioso: la conquista della Champions League.

Sì, perché all’epoca pensare in grande era come una sorta di sogno ad occhi aperti, perché la grandezza di quella squadra e la potenza di quella società la potevi toccare con mano, dopo anni passati di trionfo in trionfo, come un volo senza fine che può gustare fino in fondo solo chi ha sofferto e ha sognato per un’intera vita di poter spiccare il volo, di riuscire ad aprire le ali per salire in cielo e guardare tutti dall’alto. Un volo da brividi che mi ha fatto assaporare fino il fondo il piacere del momento, che mi ha provocato brividi che scuotono e emozionano, che mi hanno fatto provare quasi vent’anni fa alla soglia dei 40 anni le stesse emozioni che provavo quando da bambino mi avvicinavo all’albero di Natale per scartare i regali, con la speranza di trovare in quei pacchi la realizzazione dei sogni cullati per dodici interminabili mesi. Questa è stata la gestione Cragnotti per noi tifosi della Lazio: la realizzazione di sogni proibiti cullati per decenni, anche nei momenti più bui in cui si lottava per la sopravvivenza, economica e sportiva. E grazie a Sergio Cragnotti e agli uomini che ha scelto, quei sogni sono diventati realtà.

Personalmente, mi sono sentito in cima all’Olimpo l’8 settembre del 2000, la sera della finale di Supercoppa d’Italia giocata contro l’Inter di Marcello Lippi. E credo che quella sensazione di strapotere nel guardare tutti dall’alto in basso l’abbiano provata tutti i 70.000 che quella notte affollavano lo stadio Olimpico. E non poteva essere altrimenti dopo i sei trofei conquistati in appena 28 mesi prima di quell’8 settembre, trionfi che hanno ubriacato di felicità un intero popolo dopo un’astinenza durata quasi un quarto di secolo: uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa d’Europa, due Coppa Italia e una Supercoppa d’Italia, con l’unico neo di una finale di Coppa Italia persa a Parigi contro l’Inter. Roba da stordire, roba da far impazzire e da far perdere quasi il contatto con la realtà anche a gente che ha vissuto per una vita con i piedi sempre incollati per terra. Quell’8 settembre arriva appena 116 giorni dopo la conquista dello scudetto, di un trionfo assaporato fino in fondo ma festeggiato senza eccessi. Però c’è voglia di Lazio, c’è voglia di esserci alla prima ufficiale della Lazio con lo scudetto sul petto, anzi, con quella maglia del centenario piena di coccarde tricolori sul petto, perché eguagliando la Juventus e il Napoli (uniche squadre ad aver fatto l’accoppiata in precedenza) dopo aver vinto il tricolore a distanza di tre giorni la squadra di Eriksson è andata a prendersi anche la Coppa Italia proprio in casa dell’Inter.

Lazio padrona, Lazio senza rivali, Lazio che in quel mercato ha messo le mani sul meglio che c’era in circolazione, affidando la porta biancoceleste a Peruzzi e mettendo sotto contratto per l’attacco la coppia titolare della nazionale argentina: Hernan Crespo e Claudio Lopez. Per molti quella messa su da Cragnotti è la Lazio più forte di tutti i tempi. E forse è proprio così. Il problema non è il valore della squadra, ma certe crepe che si sono aperte all’interno dello spogliatoio. Mancini è passato dal campo alla panchina, l’ex perdente di successo Eriksson è solido al vertice del gruppo ma è stanco, fiaccato dalle troppe pressioni a cui è stato sottoposto negli ultimi tre anni e ammaliato dalle sirene che arrivano d’oltre Manica e da ingaggi che neanche la Lazio di Cragnotti si può permettere di elargire. Così, nel giro di poco più di tre mesi, quelle crepe diventeranno vere e proprie voragini. Ma quel giorno nessuno immagina quello che succederà da lì a gennaio. Quel giorno c’è solo aria di festa.

Sugli spalti dell’Olimpico si sono dati appuntamento quasi in 70.000 per un incasso di 2,5 miliardi di lire. Lo stadio è colorato da migliaia di bandiere biancocelesti e tricolori che si mischiano dando quasi l’impressione di un mare in tempesta quando le squadre entrano in campo. E quell’Inno di Mameli cantato a squarciagola da tutto lo stadio provoca brividi che tornano a far accapponare la pelle a distanza di 18 anni solo chiudendo gli occhi. Come non può non mettere i brividi e provocare un certo magone leggere i nomi della formazione mandata in campo quella sera dal duo  Eriksson-Mancini, in un rigoroso 4-4-2: Peruzzi; Pancaro, Mihajlovic, Nesta, Favalli; Stankovic, Simeone, Veron, Nedved; Crespo, Claudio Lopez. Roba da vincere ad occhi chiusi ai giorni nostri lo scudetto e forse anche la Champions League. Altro che la Juventus di Ronaldo… Dall’altra parte ci sono Ballotta, il portiere dello scudetto, e Jugovic, il genio di centrocampo che ha illuminato la prima Lazio targata Eriksson, quella che ha vinto la Coppa Italia e sfiorato il bis in Coppa Uefa.

Pronti via e l’Inter è già in vantaggio. Farinos, con un lancio lungo buca la difesa della Lazio e in quel varco si inserisce il velocissimo Keane che supera sullo scatto Nesta, con un pallonetto Mihajlovic, poi controlla e batte Peruzzi. È il 2’ di gioco. Un colpo a freddo che potrebbe piegare le gambe e mandare ko anche il più sicuro dei pugili, ma che per la Lazio di quei tempi è doloroso quanto una puntura di una zanzara. La squadra mette palla al centro e riparte come se nulla fosse successo, come se fosse quasi naturale concedere un gol di vantaggio ad avversari sulla carta nettamente più deboli. E la Lazio inizia a macinare gioco, a mettere alle corde l’Inter. Tre calci d’angolo in meno di 120 secondi sono il frutto di una pressione costante e quasi asfissiante di una squadra consapevole della propria forza e sorretta da un pubblico incredibile. Ma La Lazio deve aspettare mezz’ora per cogliere il frutto di quella pressione: Favalli vola sulla sinistra, crossa per Claudio Lopez che stoppa di petto e batte Ballotta con un diagonale di precisione quasi chirurgica. L’Inter sbanda e il duo Crespo-Lopez infierisce. I due argentini si trovano ad occhi chiusi e su un lancio di Stankovic che taglia tutto il campo partono insieme: Crespo supera il difensore, sta per avventarsi sul pallone ma Lopez lo precede e di sinistro batte ancora una volta Ballotta spedendo il pallone nell’angolo più lontano. In 6 minuti la Lazio ha ribaltato il risultato e va negli spogliatoi con la consapevolezza di aver archiviato la pratica.

All’inizio della ripresa è Mihajlovic a firmare su rigore il 3-1. L’Inter prova a reagire con Farinos, ma ad un quarto d’ora dal termine il “genio” di Veron illumina la serata con una di quelle invenzioni tipiche del patrimonio della “brujita”. Veron controlla palla, tergiversa, vede con la coda dell’occhio Stankovic che arriva come un treno sulla sua destra e con un tocco tanto maligno quanto perfetto serve un pallone che buca la linea a quattro dell’Inter e mette il serbo solo davanti a Ballotta: Stankovic controlla e con un pallonetto perfetto sigla il 4-2 e poi vola verso la Nord per raccogliere l’abbraccio della sua gente.

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Il 4-3 di Vampeta serve solo per le statistiche e a regalare qualche brivido in vista del triplice fischi finale di Farina, ma il copione di questa partita e il finale della storia è già scritto da tempo. Il boato al fischio di chiusura, quindi, non è rabbioso, ma prolungato, con l’acuto e il picco di decibel quando Alessandro Nesta alza al cielo di Roma quel settimo trofeo conquistato in 28 mesi. “La Lazio fa paura”, titola il giorno dopo “La Gazzetta dello Sport”, rendendo omaggio a quella che in quel momento è la squadra più forte d’Italia, forse d’Europa, visto che si è presentata al sorteggio dei gironi di Champions League accreditata dall’Uefa come testa di serie numero uno. Anzi, per Alex Ferguson, guru del Manchester United, è la squadra più forte del mondo. E l’inizio in quel mese di settembre è travolgente: 6 gol alla Sampdoria in Coppa Italia, 6 reti rifilate a Shakhtar Donetsk e Sparta Praga in Champions League. Nessuno in quel momento può neanche solo immaginare che quello alzato al cielo da Nesta sia stato l’ultimo trofeo dell’era Cragnotti e che quella squadra da lì a pochi mesi sia destinata a perdere sia Eriksson che Mancini. Insomma, che quello sarà l’ultimo acuto di un gruppo di campioni che saprà ridestarsi solo con l’arrivo di Dino Zoff, fino a sfiorare l’impresa di riagganciare la Roma in vetta alla classifica per evitare di dover cedere il titolo proprio agli odiati rivali.

Quell’8 settembre abbiamo assistito all’ultimo atto del periodo più bella della nostra vita di tifosi della Lazio, alla fine di un sogno durato tre anni nei quali la Lazio ha vinto tutto quello che non era riuscita a vincere nei precedenti 100 anni di vita. E il solo poter dire “IO C’ERO”, fa prevalere l’orgoglio per aver vissuto quei momenti sulla nostalgia per un passato che, probabilmente, non tornerà mai più.




Accadde oggi 17.11

1918 Muore Pier Antonio Rivalta
1929 Roma, stadio Rondinella - Lazio-Cremonese 6-0
1935 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Milano 2-2
1940 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Triestina 2-1
1946 Bologna, stadio Comunale - Bologna-Lazio 3-1
1957 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Milan 1-1
1963 Bari, stadio della Vittoria - Bari-Lazio 0-2
1968 Mantova, - Mantova-Lazio 0-1
1985 Cesena, stadio Dino Manuzzi – Cesena-Lazio 3-1
1991 Bari, stadio San Nicola - Bari-Lazio 1-2
2002 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 1-3

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 05/10/2018
 

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