06 Settembre 2018

Quando Dino Viola gridò: "Forza Lazio"!
di Stefano Greco

Ieri sera, pigiando annoiato i tasti del telecomando sono capitato su un canale in cui stavano trasmettendo un documentario su Dino Viola, il presidente per eccellenza della Roma, quello che per i cugini è stato l’equivalente di Sergio Cragnotti per noi laziali. Con la differenza che Cragnotti è riuscito a coronare quel sogno che Dino Viola ha sempre solo accarezzato: vincere con la Roma in Europa. Vedendo quello speciale su Dino Viola, mi è tornato in mente un caldo giorno di metà giugno del 1987.

A Roma in quei giorni si respirava un’aria strana. Lazio e Roma erano divise da sempre da una rivalità che va ben oltre il derby, ma alla vigilia di quel Lazio-Vicenza in città c'era un clima diverso. Dino Viola, il presidente che ha portato la Roma alla conquista del secondo scudetto e a un passo dalla conquista della Coppa dei Campioni, amava da sempre stupire con le sue esternazioni, ma quel 18 giugno lasciò un po’ tutti a bocca aperta parlando all’uscita di un Consiglio Federale importante, perché la Federcalcio aveva appena varato la riforma che portava la serie A da 16 a 18 squadre a partire dalla stagione 1988-1989. Una riforma di cui avrebbe potuto beneficiare anche la Lazio che, con quattro posti a disposizione per la promozione in serie A, la stagione successiva avrebbe avuto (come poi è successo) grosse chance di risalita. Io ero presente a quel Consiglio Federale e fall'uscita feci a Viola una domanda di prassi su come vedeva, da rivale cittadino, quel Lazio-Vicenza oramai alle porte e lui, fissandomi negli occhi, mi diede una risposta che lasciò tutti a bocca aperta.

“Il mio augurio per domenica è uno solo: FORZA LAZIO!”, dice l’ingegnere prendendo tutti in contropiede. “Sono dieci anni che vado ripetendo che la Capitale ha bisogno di due grandi squadre di calcio, ciascuna in grado di stimolare e quindi di rendere più forte l’altra. Guardate Milano, ad esempio: Milan e Inter hanno scritto la storia di quella città e del calcio italiano. Figuriamoci, quindi, se non mi sento vicino ai nostri cugini in questo momento. Loro rischiano di finire in serie C mentre io vorrei vederli in serie A. Essere rivali non significa né odiare né compiacersi per le disgrazie altrui. Al di sopra della Roma e della Lazio, c’è questa città, questa Capitale che merita grande calcio”.

Quella di Dino Viola è una lezione di stile e di sportività, figlia forse anche del legame strettissimo tra il presidente romanista e quella Dc romana che si è adoperata, anche con l’intervento diretto di Giulio Andreotti, per salvare un anno prima la Lazio dal fallimento.

Il sogno di Dino Viola di vedere Lazio e Roma unite sul fronte politico-sportivo, si realizza anni dopo, quando lui non c’è più. Si realizza grazie a Sergio Cragnotti, uno che sarebbe andato d’amore e d’accordo con Dino Viola, perché parlavano la stessa lingua. Ma quel matrimonio dura poco, perché Cragnotti vince troppo e per Sensi quei successi della Lazio diventano quasi un incubo, perché la piazza non gli perdona nulla, al punto da irriderlo in un derby con uno striscione che recitava: “Cragnotti, comprate Sensi”. Questo perché Cragnotti soffiò a Sensi sotto il naso Dejan Stankovic con un blitz a Belgrado, quando Sensi aveva annunciato a tutto il mondo di aver messo le mani sul nuovo fenomeno del calcio serbo grazie all’accordo con la Stella Rossa. Invece Stankovic finì alla Lazio e dopo la rottura dei rapporti pochi mesi arrivò un altro schiaffo, con quel blitz che a mercato quasi chiuso permise a Cragnotti di mettere le mani su Bobo Vieri (inseguito per mesi invano da Sensi) e di annunciare il colpo proprio il giorno della presentazione ufficiale della nuova Roma.

Con Dino Viola, probabilmente, tutto questo non sarebbe successo. Ma il senatore non c’era più, da anni. Perché un brutto male se lo era portato via il 19 gennaio del 1991, dopo che gli avevano “sottratto” la Roma. Già, perché qualcuno nella Capitale aveva deciso che il suo tempo era scaduto e aveva traghettato la Roma nelle mani di Giuseppe Ciarrapico, il nuovo punto di riferimento di quella DC romana e di quella banca che aveva voltato le spalle a Dino Viola. Come le ha voltate poi in seguito prima a Cragnotti e poi a Sensi.

È passato più di un quarto di secolo da quel freddo 19 gennaio del 1991, da quel sabato in cui partendo in aereo con la Lazio alla volta di Genova in vista della sfida in casa della Sampdoria vidi Gianmarco Calleri con il volto tirato e le lacrime agli occhi. Lui, il duro per eccellenza, piangeva, senza preoccuparsi di nascondere o di asciugare quelle lacrime. Mi avvicinai e gli chiesi:“Presidente, che è successo?” e lui senza voltarsi e senza incrociare lo sguardo rispose: “Ho perso un amico, un vero signore d’altri tempi: è morto Dino Viola”.

Lo so, questo è giornale che si occupa di Lazio, ma ci personaggi, avvenimenti o ricorrenze che vanno oltre il tifo, e questa è una di quelle. Già, perché Adino Viola, conosciuto da tutti solo come Dino, al di la del tifo e del giudizio morale su alcuni episodi mai del tutto chiariti, è stato un grande personaggio: il più grande presidente della storia della Roma ma, soprattutto, uno che non è mai stato “nemico” della Lazio. Anzi, in più di un’occasione ha teso addirittura una mano alla Lazio e ha spinto sempre per una collaborazione tra i due club. È stato sotto la sua presidenza che si è verificato l’ultimo scambio di giocatori tra Roma e Lazio, con Carletto Perrone che indossò per una stagione la maglia giallorossa e Michele De Nadai che passò (sempre in prestito) alla Lazio. Da allora, non è più successo.

Dino Viola l’ho conosciuto da giovane cronista, quando quasi per dispetto (sapendo della mia lazialità e per mettermi alla prova) fui spedito da Mauro Mosconi (capo della redazione romana de “Il Resto del Carlino”) a seguire la Roma più forte di tutti i tempi, quella di Cerezo e soprattutto di Falcao, ospite fisso a casa del mio maestro di giornalismo (e grandissimo laziale, l’inventore dello “stellone”) Sandro Petrucci. Ogni volta che lo incontravo, soprattutto quando era in compagnia del suo consigliere Vincenzo Malagò (il padre di Giovanni, l’attuale presidente del Coni), mi accoglieva con un sorriso e mi ripeteva spesso: “Tu sei un bravo giornalista, ma hai due soli difetti: fai domande scomode e, soprattutto, sei laziale”. Lo diceva senza cattiveria e senza alcun tipo di astio, con Malagò che dietro di lui annuiva sorridendo. Proprio lui che era diventato romanista per caso e per curiosità. Già, perché lui nato e cresciuto in Lunigiana, in provincia di Massa Carrara, appena arrivato a Roma con la famiglia uscendo di casa vede una gran massa di gente che sfila quasi in corteo. Mosso dalla curiosità, si mischia alla folla e si ritrova a Campo Testaccio, la casa quasi inviolabile dei lupi, di quella società appena nata per volere di Benito Mussolini dalla fusione di alcune società romane. Quel sorriso e quella frase che mi ripeteva battendo una mano sulla spalla e quel FORZA LAZIO gridato il 18 giugno del 1987 è il ricordo più vivo che ho di Dino Viola, di uno dei personaggi più intelligenti che ho incrociato sulla mia strada. Intervistarlo era un piacere, perché non era mai banale. Agitava in aria quel dito indice della mano destra con cui disegnava scenari immaginari, come fosse un pittore. Faceva battute su tutto e tra il serio e il faceto lanciava frecciate micidiali, soprattutto all’indirizzo della Juventus e di chi teneva in mano il bastone del comando del calcio italiano. Di quel palazzo in cui entrò di prepotenza, ma con il sorriso sulle labbra, sbattendo i pugni sul tavolo per farsi rispettare, per far pesare il “peso” (un gioco di parole voluto e che lui stesso usava a volte) della Roma. Un “peso” soprattutto politico in quegli anni ottanta, perché alle spalle Dino Viola aveva Franco Evangelisti e soprattutto Giulio Andreotti, romanisti dichiarati e leader della DC, di quel partito che tutto controllava e tutto manovrava negli anni della prima Repubblica. Tutto, a volte anche il calcio. Non a caso, infatti, Dino Viola nel 1983 (sull’onda dello scudetto appena conquistato) fu eletto al Senato e si accomodò sui banchi del Parlamento prima del suo grande rivale Gianni Agnelli, nominato senatore solo nel 1987 e poi senatore a vita nel 1991.

Ma torniamo al rapporto tra Dino Viola e la Lazio. Era romanista, ma aveva uno stile diverso da chi lo aveva preceduto e, soprattutto, da chi è arrivato dopo di Lui: Ciarrapico e Sensi in testa. Senza voler offendere nessuno, Dino Viola era un signore d’altri tempi e considerava la Lazio un avversario da battere, ma non un “nemico”. Da lui non ho mai sentito offese verso la Lazio o chi la guidava. Anzi. Di lui, oltre all’episodio del 1987 citato prima, ne ricordo un altro che mi ha raccontato nel dettaglio Bruno Giordano.

Nel 1981, durante la lunga squalifica che Giordano stava scontando per il coinvolgimento nel calcioscommesse, Antonio Sbardella, padrino sportivo di Bruno Giordano, per far tornare i conti fece finta di cederlo più di una volta. Promise un’opzione alla Fiorentina facendosi dare un centinaio di milioni dai Pontello come anticipo a fondo perduto, poi fece la stessa cosa con l’Udinese facendosi dare non soldi ma un contratto di sponsorizzazione dal patron friulano Mazza, proprietario della Castor. E, ad un certo punto, fece il colpaccio: cedette Giordano alla Roma. Dino Viola, da sempre perdutamente innamorato dal punto di vista calcistico di quel ragazzo trasteverino, riuscì a convincere la Lazio a firmare il contratto di cessione ma, per rendere valido il trasferimento, serviva la firma di Bruno. Viola iniziò così un lunghissimo corteggiamento, ma si trovò davanti ad una porta chiusa a doppia mandata, perché Giordano non ne voleva sapere di indossare la maglia della Roma.

“Non potevo farlo, perché mi sono sempre sentito profondamente laziale e quindi sarebbe stato un qualcosa di innaturale andare a giocare nella Roma, oltre che di profondamente scorretto verso i tifosi che già si sentivano traditi per quello che era successo e per quella vicenda che aveva portato la Lazio in Serie B. Non era facile dire di no, perché la Roma in quel momento lottava ogni anno con la Juventus per vincere lo scudetto, giocava in Europa, quindi era la squadra giusta per ripartire ad altissimi livelli. Ma per me ci sono cose che vengono prima dei soldi e della gloria personale. Io avevo un rapporto straordinario con Dino Viola che, oltre ad essere un grande presidente, era una persona squisita, un vero signore. Lui, con grande garbo, ha provato in tutti i modi a convincermi; alla fine, davanti al mio no, si è dovuto arrendere e ha strappato il contratto già firmato. Ma non si è arreso del tutto perché, dopo qualche anno è tornato alla carica, ma questa è un’altra storia”.

Sì, è un’altra storia che in pochi conoscono e che ha come protagonista Giorgio Chinaglia, il grande nemico della Roma e dei tifosi della Roma. L’idolo di Giordano che, tornato nelle vesti di presidente, si trasforma addirittura in nemico. Cose che possono succedere solo nella Lazio. Allora come oggi. Ed è lo stesso Bruno Giordano a raccontare il secondo tentativo di Viola andato a vuoto.

“Il mio rapporto con Chinaglia si era guastato dopo che nell’estate del 1984 avevo rifiutato il trasferimento alla Juventus. Lo avevo fatto un po’ perché volevo restare e un po’ perché se proprio dovevo andare via non volevo andare dove mi proponevano d’ingaggio meno di quello che prendevo alla Lazio, perché alla Juventus allora funzionava così: ingaggi bassi e premi alti. Giorgio se la legò al dito e fece di tutto per screditarmi. Prima e dopo il rapporto tra noi due è stato splendido, ma in quell’anno, forse perché Giorgio aveva intorno qualche cattivo consigliere, soprattutto nei miei confronti, non si comportò bene. Pensa che, alla fine di quella stagione, Giorgio mi cedette addirittura alla Roma. Viola era tornato all’assalto e Chinaglia aveva ceduto: era tutto fatto, i documenti erano già pronti, ma io per la seconda volta rifiutai. Andai da Viola e lo ringraziai, ma gli dissi che era impensabile un mio trasferimento alla Roma. E lui per la seconda volta capì e strappò il contratto. Poi andai in sede e dissi a Chinaglia: ‘Ho detto no a Viola e alla Roma. Se mi vuoi cedere, allora scelgo io dove andare. Mettiti d’accordo con il Napoli’. E così fu”.

Viola, alla fine riesce a portare alla Roma il gemello di Giordano, Lionello Manfredonia. Lo fa sfidando tutto e tutti, soprattutto i tifosi della Roma che non ne vogliono sapere di veder indossare quella maglia giallorossa da uno nato e cresciuto nella Lazio e che poi ha giocato anche con la Juventus. Ma, alla fine, Dino Viola vince anche quel braccio di ferro, anche se quello è uno degli ultimi successi della sua vita. Poco prima di Natale del 1990, l’ingegnere si sente male e viene ricoverato in ospedale. Si è pensa ad un attacco di appendicite, invece anche lui è stato aggredito dal male del secolo. Un attacco che non lascia scampo, tanto è vero che Dino Viola si spegne poco meno di un mese dopo il ricovero in ospedale.

Il giorno dopo la sua morte, Roma si ferma al passaggio di quel feretro che viaggia verso Trigoria. In silenzio e in corteo, proprio come era iniziata la storia d’amore tra l’ingegnere e la Roma. Il 20 gennaio del1991, la Roma gioca in casa contro il Pisa e perde 2-0, perché all’Olimpico tutti sono frastornati dalla scomparsa del più grande presidente della storia della Roma. Un grande rivale, ma non un nemico della Lazio.




Accadde oggi 19.09

1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Genova 1893 2-1
1942 Napoli, Vomero - Napoli-Lazio 1-2
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Juventus 0-4
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Sampdoria 1-3
1964 Nasce a Roma Antonio Sciarpa
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Ternana 2-0
1973 Roma, stadio Olimpico - Lazio- FC Sion 3-0
1977 Nasce a Venezia Tommaso Rocchi
1981 Terni, stadio Libero Liberati - Lazio-Spal 1-2
1982 Como, stadio Giuseppe Sinigaglia - Como-Lazio 0-0
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-0
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Torino 3-0
2001 Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC Nantes Atlantique 1-3
2002 Roma, stadio Olimpico - Lazio-AC Skoda Xanthi 4-0
2004 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Reggina 1-1

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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