13 Agosto 2019

Auguri Bruno, auguri BOMBER...
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

È sempre difficile parlare o scrivere di un amico, di un giocatore che hai visto nascere, crescere e poi volare via, lasciando tanti ricordi e altrettanti rimpianti per quello che poteva essere e non è stato. Mille volte mi sono chiesto che cosa sarebbe stato Bruno Giordano in una Lazio diversa, con una società vera alle spalle, tipo quella di Cragnotti. Forse, sarebbe diventato il più grande di tutti i tempi, al pari di Silvio Piola. Bruno non aveva né la carica agonistica né la personalità di Giorgio Chinaglia, ma raramente in vita mia ho visto un giocatore dotato di altrettanta classe e al tempo stesso di potenza, uno capace di far gol da trenta metri senza neanche far vedere il pallone al portiere o di segnare facendo un pallonetto all’avversario e poi di seguito un altro ad un certo Dino Zoff, senza mai far toccare terra al pallone. Durante Italia ’90, nel corso di un’intervista, Johan Cruijff parlando del calcio italiano mi dice: “L’unico giocatore nel quale mi sono riconosciuto, tra i tanti eredi che mi hanno affibbiato, è stato Bruno Giordano. L’ho visto giocare per la prima volta il 5 novembre del 1975, a Barcellona, in Coppa Uefa. Noi vincemmo facile, ma lui a 19 anni fece delle cose che solo i grandi giocatori sanno fare a quell’età. E ha continuato a farle per tutta la carriera. Un attaccante straordinario, il prototipo dell’attaccante moderno”.

Nato il 13 agosto del 1956 , Bruno oggi spegne 63 candeline, ma se lo vedi giocare sulla spiaggia ad Ansedonia o al Football Club, sembra uno che ha smesso di giocare da un paio d’anni, perché riesce a segnare gol incredibili come questo realizzato pochi mesi fa e che ha fatto il giro del mondo…

https://video.repubblica.it/sport/roma-gol-pazzesco-di-bruno-giordano-potenza-inaudita-dell-ex-lazio/295018/295635

Bruno è un figlio di Roma, nato nel quartiere popolare per eccellenza di Trastevere. Da piccolo è la disperazione di Don Francesco Pizzi, quel parroco che per lui è un secondo padre. Bruno viene scoperto quasi per caso quando ha 13 anni da una leggenda del calcio laziale, Enrique “Flacco” Flamini, che convince i dirigenti dell’epoca a tesserarlo pagandolo 10 palloni, una muta di maglie e 30.000 lire in contanti. Soldi che Don Francesco accetta, ma che non tiene né per sé néper la parrocchia…

“Quando sono approdato alla Lazio, ricordo che don Francesco mi ha chiamato da parte e mi ha dato una busta. Dentro c’erano 25.000 lire, l’equivalente di una settimana di stipendio per un impiegato. Mi disse che erano per la mia famiglia. Ricordo ancora il provino, la sensazione meravigliosa di giocare sull’erba, abituato alla pozzolana o alla terra dei campetti di periferia, ma anche la tensione e l’emozione. Dopo appena un quarto d’ora, Flamini mi chiama e mi fa cenno di uscire dal campo. Ci rimango malissimo, penso che mi hanno scartato, invece poco dopo Flamini mi si avvicina e mi dice: ‘Benvenuto nella Lazio, da oggi fai parte della nostra famiglia’. Non sapevo se ridere o piangere di gioia, ricordo che riuscii solo a dire grazie.  ”.

Nella Lazio Bruno fa tutta la trafila nelle giovanili insieme a Lionello Manfredonia, di cui diventa anche più che semplice amico. Sono diversi, ma diventano inseparabili e con le loro imprese fanno la fortuna della Primavera allenata da Paolo Carosi. All’inizio, Bruno gioca all’ala destra, perché al centro c’è Apuzzo, un clone grezzo di Giorgio Chinaglia. Dotato di una grandissima tecnica, Bruno riesce a saltare gli avversari come birilli. È bellissimo in quegli anni andare a vedere le partite della “Primavera”, soprattutto i derby, con Giordano, Manfredonia, Agostinelli e Di Chiara da una parte, Conti e Di Bartolomei dall’altra. Grande calcio, grandi talenti sfornati da un settore giovanile che è il fiore all’occhiello della Lazio ma anche della Roma. Al Flaminio, per quelle partite si arriva a contare anche 15-20.000 spettatori. Al derby del 1976, semifinale scudetto giocata all’Olimpico, sono stracolme Monte Mario e Tevere, ma le società sono  costrette ad aprire anche le curve. Cose d’altri tempi, d’altro calcio.

Bruno cresce con due miti: Johan Cruijff e Giorgio Chinaglia. Ma calcisticamente si sente più vicino al primo che non al secondo. “Io non ero un centravanti, non lo sono mai stato. Quel nove me lo sono trovato quasi per caso sulle spalle, perché qualcuno doveva raccogliere l’eredità di Chinaglia. Io, nelle giovanili, giocavo all’ala destra e sognavo di indossare la maglia numero dieci, perché il mio mito era Johan Cruijff e per regolamento all’epoca in Italia la maglia numero 14 la indossava una riserva, visto che i numeri dei titolari andavano dall’uno all’undici. Io Cruijff me lo mangiavo con gli occhi le poche volte che in Tv si vedeva qualche partita dell’Ajax o della nazionale olandese. Andavo dal barbiere con la sua foto e gli chiedevo di tagliarmi i capelli come li portava Cruijff, sono andato non so quante volte al cinema a vedere il film sulla sua vita (Il profeta del gol, con Sandro Ciotti regista e voce narrante), cercavo di imitare i suoi movimenti e mai avrei pensato di fare una carriera da centravanti. Invece per una serie di motivi e di esigenze sono diventato centravanti. Un centravanti per caso più che per vocazione. Ma poi mi è piaciuto”.

Il 5 ottobre del 1975, vado a Genova a vedere la prima di campionato del dopo-Maestrelli. La partita non offre grandi emozioni, ci apprestiamo ad uscire dallo stadio per evitare la ressa, ma proprio all’ultimo minuto, sotto la curva dei tifosi della Sampdoria, Brignani sulla destra lascia partire un tiro-cross, sulla corta respinta della difesa si avventa Bruno Giordano che da limite dell’area di destro fa partire un diagonale che non lascia scampo a Cacciatori. Il pallone s’insacca a fil di palo alla destra del portiere, con Giordano che si mette le mani in faccia e piangendo va verso la panchina, rincorso, agguantato e sommerso dai compagni di squadra. Un gol da predestinato. Il primo in serie A, proprio nel giorno dell’esordio.

In quella stagione, dopo la fuga di Giorgio Chinaglia negli Stati Uniti,  nelle ultime tre giornate di campionato Tommaso Maestrelli si affida proprio a Giordano per tirare fuori la Lazio dai guai. E Bruno lo ripaga della fiducia. Segna un gol bello ma purtroppo inutile a Firenze, uno più importante la domenica successiva nel 4-0 all’Olimpico contro il Milan, poi segna il gol decisivo per la salvezza all’ultima giornata a Como. Cinque reti in 14 partite a soli 19 anni e sulle spalle quella maglia numero nove che gli ha lasciato come pesante eredità Giorgio Chinaglia. Ma Bruno non è spaventato. L’anno successivo parte alla grande. Due gol nelle prime due giornate a Juventus e Fiorentina, poi arriva il giorno del derby, in una domenica di grande gioia ma anche di grandissimo dolore. Il 28 novembre del 1976 l’Olimpico è pieno fino all’inverosimile, la Lazio gioca in casa, ma è una vigilia tristissima: Tommaso Maestrelli è in fin di vita, ricoverato alla Paideia. I giocatori scendono in campo con la morte nel cuore e la Lazio combina ben poco. Quasi alla fine del primo tempo, la magia: sotto la Curva Nord, spostato verso la Monte Mario, poco dentro l’area Bruno aggancia di destro un pallone che sta andando fuori e inizia un balletto accanto alla linea di fondo; gli si fa incontro Sandreani, Giordano lo disorienta con un paio di finte verso il centro, poi va sulla linea di fondo e da posizione quasi impossibile batte di destro mandando il pallone sotto la traversa, con Paolo Conti incredulo, beffato nonostante l’uscita alla disperata. Giordano corre verso la curva per festeggiare il suo primo gol nel derby. Bruno crea, Pulici conserva. La Lazio vince il derby poi la squadra corre in clinica per l’ultimo saluto al “maestro”. La domenica dopo a San Siro, dopo la rete interista firmata da Marini è ancora una volta Giordano a segnare il gol del pareggio, con tutto lo stadio in piedi ad applaudire la prodezza di Bruno che corre con le dita puntate verso il cielo, per una dedica a chi lo ha lanciato nel grande calcio. Per Giordano è una grande stagione, va per la prima volta in carriera in doppia cifra e con 10 reti trascina la Lazio al quinto posto in classifica. Quello successivo, con Vinicio prima e Lovati poi, è l’anno della definitiva consacrazione. Segna 4 gol in altrettante partite in Coppa Uefa e 12 in campionato, e diventa un punto fermo della Nazionale Under 21. L’esordio con la nazionale maggiore arriva come un regalo anticipato di Natale. Il 21 dicembre del 1978, l’Italia di Bearzot reduce dal quarto posto ai Mondiali d’Argentina ospita la Spagna all’Olimpico. Al 27’ Graziani si infortuna e Bearzot vara la nuova coppia-gol del calcio italiano, mandando in campo Giordano al fianco di Pablito Rossi. E dopo una manciata di minuti, Giordano confeziona e Rossi realizza il gol della vittoria.

Per Bruno è un periodo magico, trasforma in oro tutto quello che tocca e lui, laziale nell’animo, sogna di ripercorrere le gesta di Piola e del suo grande idolo, Giorgio Chinaglia. Ma Gigi Martini, più esperto, un giorno lo avvicina e gli dice: “Bruno, dammi retta, appena puoi cambia squadra. Questa è Roma, la tua città, questa è la Lazio, la tua squadra del cuore nella quale sei nato e ti sei affermato. Amico mio, scappa appena puoi, perché qui non sarai mai nessuno e la gente finirà per odiarti e ti si rivolterà contro alle prime avversità”.

Le parole di Martini sono sagge e purtroppo profetiche, ma Bruno scrolla le spalle. Si sente invulnerabile, ha raggiunto la Nazionale e a suon di gol nella stagione ’78-’79 conquista anche il titolo di capocannoniere del campionato, impresa riuscita a due soli laziali prima di lui: Silvio Piola e Giorgio Chinaglia.

https://www.youtube.com/watch?v=l5FTzyz4VPA

Le 19 reti segnate, però, non consentono alla Lazio di andare oltre un anonimo ottavo posto in classifica, ma quella successiva è e deve diventare la stagione della svolta, per la Lazio ma anche per lui. L’Italia organizza gli Europei di calcio e Giordano ha un posto assicurato, anche se per conquistare una maglia da titolare deve battere la concorrenza di Bettega, di Graziani e di “spillo” Altobelli. Ma Bruno parte fortissimo, segnando 5 gol nelle prime sei giornate. Nonostante il trauma del derby in cui il 28 ottobre 1979 perde la vita Vincenzo Paparelli, a Capodanno la Lazio è terza in classifica, a due soli punti dal Milan, secondo. E il 6 gennaio, c’è proprio Milan-Lazio. La Lazio perde in malo modo, Giordano segna, ma all’apparenza è una partita come tante altre, con la squadra di Lovati incapace di fare il salto di qualità, di spiccare il volo cogliendo la grande occasione. In realtà, quella partita è l’inizio della fine. Dopo qualche settimana cominciano i primi sussurri, poi le voci diventano sempre più ricorrenti e la Lazio perde tranquillità e posizioni in classifica. Il 23 marzo, a Pescara, Bruno Giordano viene arrestato e portato in manette nel carcere di Regina Coeli, a due passi da dove è nato e cresciuto. A Roma anticamente si diceva che non si era veramente romani fino a quando non si salivano gli scalini e si varcavano le porte di Regina Coeli. Bruno la varca quella soglia, ma senza orgoglio, anzi, solo con la morte nel cuore di chi in un attimo ha visto andare in frantumi tutti i suoi sogni.

Dopo il carcere arriva il processo sportivo, la lunga squalifica, la retrocessione in serie B della Lazio, i fischi e gli insulti dei tifosi durante le partitelle infrasettimanali a Tor di Quinto contro la prima squadra. A Giordano, in quei giorni, tornano alla mente le parole di Gigi Martini. Bruno era già stato venduto al Milan, ma la squalifica fa saltare tutto e a Milano viene spedito un altro giovane talento della Primavera, Mauro Tassotti. Bruno resta, Dino Viola lo corteggia durante la squalifica, ma lui non se la sente di passare alla Roma, nonostante il voltafaccia di tanti tifosi e di alcuni dirigenti. Quando il 1° agosto arriva la “grazia”, torna in campo con la voglia di spaccare il mondo. Accetta di ripartire dalla serie B con la Lazio, segna 18 gol, vince la classifica dei cannonieri e riporta la squadra in serie A. Il gol più bello lo segna a Catania, quando con un esterno destro a giro disegna una traiettoria impossibile, strappando applausi a scena aperta. Quando a maggio si sparge la voce dell’arrivo di Chinaglia alla guida della società, Bruno è raggiante. Giorgio è il suo idolo d’infanzia, con lui presidente sogna una Lazio diversa. Invece, è solo un’illusione. La stagione inizia alla grande, con il ritorno in Nazionale e il gol segnato a Bari contro la Grecia, il 5 ottobre 1983. Ma il ritorno in serie A è una sofferenza, per la squadra e per lui, che il 31 dicembre del 1983, colpito alle spalle da un intervento assassino di Bogoni si frattura una gamba. La diagnosi di Ziaco non lascia scampo: stagione finita. Ma Bruno non si vuole arrendere. La Lazio sta scivolando in serie B e lui, sia pure zoppicando e con una gamba che è la metà dell’altra, rientra, segna un gol decisivo il 21 aprile in casa con il Napoli e poi esulta, piange per la rabbia accumulata in quei mesi di sofferenza e quasi sviene per il dolore. All’ultima giornata, segna una doppietta decisiva al Pisa, firmando la salvezza. Sembra l’ultimo atto, Chinaglia lo cede alla Juventus, ma lui oppone il grande rifiuto. Un po’ per orgoglio, un po’ perché alla Juventus gli vogliono far firmare un contratto a una cifra più bassa di quella che prende a Roma e alla metà di quello che gli offrirebbe il Napoli. Il suo rifiuto, provoca uno scontro durissimo con Chinaglia, che lo addita ai tifosi come la rovina della Lazio.

Con l’arrivo di Lorenzo le cose peggiorano e la Lazio domenica dopo domenica scivola in serie B. Bruno si congeda segnando un gol al derby e una doppietta all’ultima giornata alla Juventus. Dopo 203 partite e 86 gol segnati in campionato, lascia la Lazio, ceduto per 4 miliardi e 200 milioni al Napoli. Non poco per un ragazzo pagato 15 anni prima 30.000 lire e 10 palloni, ma poco rispetto al valore di un  giocatore. Me ne vado senza rancore ma con un’angoscia – dice nell’ultima intervista da laziale – è stato Chinaglia, il mio idolo d’infanzia, a rovinare il mio rapporto con i tifosi e con la Lazio”.

Va a Napoli, soprattutto per pressione di Maradona che aveva già provato a convincerlo ad andare a giocare con lui nel Barcellona. Insieme al "pibe de oro" e a Careca forma quel trio MA-GI-CA che conduce la squadra alla conquista del primo storico scudetto e della Coppa Italia, di cui è capocannoniere con 10 reti. Il rapporto con il Napoli si interrompe dopo lo scontro tra lui e altri big del gruppo con Ottavio Bianchi. Luciano Moggi deve decidere se cacciare Bianchi o schierarsi con l'allenatore. Alla fine vanno via Giordano e gli altri "congiurati" e lui va a fare le fortune dell’Ascoli prima e del Bologna poi. Passa subito dal campo alla panchina, guidando a 40 anni il Crotone alla conquista della promozione in Serie C. Predestinato come calciatore, Bruno Giordano non ha altrettanta fortuna come allenatore, anche perché viene sempre chiamato sempre a risolvere situazioni disperate o quasi. Ha una sola grande occasione, quando nel 2006 gli affidano dall’inizio della stagione il Messina in serie A. Parte alla grande, ma poi sia lui che la squadra vengono travolti dai problemi finanziari della società. Tra una panchina e l’altra, fa il commentatore con la Rai e con TMC o in radio. Con la Lazio sempre nel cuore…




Accadde oggi 20.11

1921 Roma, campo della Rondinella - Lazio-Juventus Audax 1-1
1927 Roma, campo Rondinella - Lazio-Milano 3-1
1932 Torino, stadio di Corso Marsiglia - Juventus-Lazio 4-0
1949 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Triestina 2-0
1977 Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-0
1983 Torino, stadio Comunale - Torino-Lazio 4-0
1988 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Verona 3-1
1994 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Padova 5-1
2005 Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 2-0

Video

Intervista a Luciano Moggi
di Stefano Greco

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 16/10/2019
 

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