05 Agosto 2018

Giuliano Fiorini, l'angelo dalla faccia sporca
di Stefano Greco

Foto di Marcello Geppetti

Ci sono date che non hai bisogno di cerchiare in rosso per ricordarti di un compleanno o di un anniversario. Per me, una di queste è quella del 5 agosto. Già, perché dall’estate del 2005 io quel 5 agosto ce l’ho impresso nella mente e sulla pelle come un marchio a fuoco. E basta toccare la cicatrice per riprovare le sensazioni e il dolore di quel giorno quando facendo la borsa per raggiungere la famiglia in vacanza sono stato interrotto da un sms di quattro parole duro e doloroso come un pugno di Tyson: “Giuliano non c’è più”. E come ogni anno, lo voglio ricordare, perché per me Giuliano Fiorini è stato molto più che uno delle centinaia di giocatori che hanno indossato la maglia della Lazio. È stato una sorta di angelo salvatore, un angelo dalla faccia sporca…

Fin da piccoli ci hanno insegnato ad immaginare gli angeli come delle creature perfette: luminosi, quasi sempre biondi e dai lineamenti delicati. Così, dalla notte dei tempi, li hanno sempre disegnati o dipinti, a partire dall’arcangelo Gabriele. Io un angelo l’ho conosciuto, ma era completamente diverso da come me lo avevano sempre descritto. Aveva i capelli perennemente scompigliati e gli occhi stanchi come quelli di chi ha tirato a fare tardi, i lineamenti tutt’altro che perfetti e delicati, ma soprattutto non aveva le ali e non volava: camminava, anzi, spesso e volentieri in campo arrancava caracollava. Specie quando stava su quel prato verde con i calzini perennemente abbassati, l’andatura dinoccolata con quella maglia numero nove addosso sempre fuori dai calzoncini. Insomma, tutt’altro che perfetto e bello da vedere. Ma era veramente un angelo: perché aveva un cuore immenso ed era di una generosità fuori dal comune ma, soprattutto, perché ha fatto un vero e proprio miracolo. Il suo nome era, è e sarà sempre Giuliano Fiorini. Perché è già leggenda.

Giuliano Fiorini nella sua carriera non ha vinto né coppe né scudetti, ma solo l’amore della gente per quello che ha fatto indossando le maglie di Bologna, Rimini, Brescia, Foggia, Piacenza, Genoa, Sambenedettese, Venezia, Siena, Ternana e L’Aquila. Ovunque è andato, la gente lo ha amato, perché lui era uno di quelli che in campo davano tutto, anche quello che non avevano dentro, traendo forza a volte dall’orgoglio o dalla riconoscenza per andare oltre i limiti di un fisico da calcio d’altri tempi e di una tecnica che di certo non era sopraffina. Lo hanno amato ovunque, ma mai come a Roma, dove l’amore per lui ha sconfinato e ha superato le barriere del tempo. Sì, perché, se parli di Fiorini si inumidiscono gli occhi dei tifosi di 50 anni come quelli di ragazzini di 20 anni che hanno imparato a conoscerlo e amarlo attraverso i racconti dei padri o dei nonni, oppure grazie ai libri o ai filmati.

Quel gol al Vicenza, con i colori sbiaditi e l’audio tutt’altro che perfetto, è uno dei più cliccati su YouTube: più dei gol di Chinaglia, Giordano e Signori, più del fischio finale di Collina che ha regalato alla Lazio il secondo scudetto della sua storia. Perché nulla può essere paragonato a quel Lazio-Vicenza in termini di sofferenza ed emozioni. E sono quelle a lasciare il segno. Chi riesce a regalarle entra di diritto nella storia, diventa leggenda ancora prima di appendere gli scarpini al chiodo. Ed è quello che è successo a Giuliano Fiorini, che ha indossato per appena due stagioni la maglia della Lazio, con 50 partite giocate e 10 gol segnati. Con numeri del genere, non ci dovrebbe essere traccia del suo passaggio, perché sono simili a quelli di Paolo Bernasconi o di Angelo Longoni, nomi sconosciuti alla totalità o quasi dei tifosi della Lazio. Invece, se nomini Fiorini, a tutti torna in mente quel gol al Vicenza, forse il più importante nella storia della Lazio, perché probabilmente ha cambiato la storia di questa società.

La notte del Centenario, il suo volto appare disegnato su un telo sugli spalti insieme a quelli dei grandi che hanno fatto la storia della Lazio e lui viene presentato così da Guido De Angelis: “È grazie a lui e a quel suo gol segnato al Vicenza, se noi oggi siamo qui”. E i 70.000 dell’Olimpico, quel 9 gennaio del 2000, lo hanno accolto con un boato, tributandogli un omaggio che racconta di un amore sconfinato della gente laziale per questo personaggio. Forse perché i tifosi l’hanno sempre considerato uno di loro, un antidivo per eccellenza, uno sempre sorridente e disponibile. Perché Giuliano era uno spirito libero e positivo. Lui era uno di quelli che vedeva sempre il bicchiere mezzo pieno, perché sceglieva di vedere sempre il lato buono delle cose, con quella sua ironia leggera e contagiosa.

Come calciatore, era il tipico attaccante da area di rigore, uno che sapeva farsi rispettare anche se non era particolarmente reattivo, veloce. Non aveva nemmeno una tecnica sopraffina. Anzi. Però era caparbio, determinato e, al momento giusto, aveva il guizzo del genio che lo rendeva speciale. Sapeva difendere palla come pochi. Allargava i gomiti, ruotava il busto appoggiandosi sull’avversario e, allora, per i difensori erano guai. In area di rigore diventava un pericolo pubblico, perché era difficile contrastarlo e chi lo doveva marcare faticava a reggere il confronto dal punto di vista fisico quando lui caricava come un bufalo, sbuffando, scalciando e sgomitando. E l’area di rigore era il suo regno.

Insomma, Giuliano era Giuliano. Impossibile da non amare a prima vista. Raccontarlo, quindi, diventa difficile, soprattutto perché quando qualcuno vola via così presto, si tende a vedere solo le cose positive. Quindi, quando ho deciso di dedicargli un capitolo in “Maledetto nove”, ho scelto di parlare di lui usando sì i ricordi personali ma, soprattutto, le parole di chi ha lottato in campo insieme a lui, con il racconto di un amico del cuore a fare da collante.

Quell’amico, che lui ha scelto a prima vista tra i tifosi che affollavano Castel del Piano nel suo primo giorno di Lazio. Perché lo ha visto simile a lui sia nel look che dal punto di vista caratteriale. Il suo nome è Domenico Rogai, ma per me, come per tutti gli amici di Curva, è sempre stato solo e semplicemente “Nicotina”. Perché, come ho detto e scritto tante volte, in questa città spesso e volentieri nomi e cognomi sono degli optional: nella vita di tutti giorni, ma in modo particolare in Curva, dove conosci persone da più di 40 anni ma di loro sai solo il soprannome o il nome di battaglia. E Domenico è uno di quelli. Magari in molti non ci crederanno, ma il suo vero cognome l’ho saputo solo il giorno in cui ci siamo incontrati per quell’intervista-racconto; e del suo nome avevo solo un vago ricordo, tanto è vero che, anche nella rubrica del telefonino, il suo numero sta sotto Nicotina. E forse basta il soprannome di Domenico per capire perché Giuliano ho scelto proprio lui come amico e perché io l’ho scelto per raccontare Fiorini.

“Nico” e “Fiore” a Roma sono diventati praticamente fratelli, uniti dalla passione per il fumo (“per le Marlboro”, precisa lui), per i capelli lunghi e poi per la Lazio. Un’amicizia nata spontanea, al primo sguardo, nel primo giorno da laziale di Giuliano Fiorini. Ed è con questo racconto del primo incontra tra Giuliano e  Domenico/Nicotina che oggi voglio ricordare Fiorini, il mio/nostro “angelo dalla faccia sporca”

Ero appena arrivato a Castel del Piano, in ritiro. Dopo pranzo i giocatori facevano due passi o stavano un po’ fuori dall’albergo a parlare con i tifosi, in attesa dell’allenamento del pomeriggio. Arrivo e vedo Ernesto Calisti, che è un grande amico, seduto ad un tavolino fuori dal bar “La Lucciola”. Baci, abbracci poi Ernesto, che è sempre stato uno tutto perfettino, mi dice: “Tagliati quei capelli, che sembri uno zingaro”. Non faccio a tempo a rispondere che, dal bar, esce Fiore che, sentita la frase di Ernesto, mi dice: “Non gli dar retta a questo, che i capelli lunghi sono bellissimi”. Io me lo guardo e lo fulmino: “Tu pensa a segnà i gol: ricordate che indossi la maglia numero nove e arrivi dopo Giordano”, gli dico. Lui non fa una piega, mi fissa e replica: “Giordano è Giordano, ma io sono Giuliano Fiorini”. E se ne va...




Accadde oggi 18.08

1968 Grosseto, Stadio comunale - Grosseto-Lazio 0-8
1982 Coppa Italia I turno, girone 3, gara 1 - Roma, stadio Flaminio - Lazio- Perugia 3-2
1993 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cagliari 0-0 (5-4 d.c.r.)
2000 Goteborg, - Gaiss-Lazio 0-4
2002 Udine, stadio Friuli - Triangolare del Friuli
2003 Rieti - Torneo dei Tre Continenti

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 13/07/2018
 

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