01 Agosto 2018

Ciao Goffré, icona di un calcio estinto
di Stefano Greco

Non eravamo belli, ma eravamo giovani e spensierati, innamorati di un calcio profondamente diverso da quello di oggi. E il “Tassinaro”, era un emblema di quel calcio, di quel tifo anni settanta. Goffredo se n’è andato il 1 agosto di sei anni fa, in una giornata caldissima come quella di oggi. La notizia che se n’era andato per sempre mi è arrivata con un sms di due righe che è stato per me come una sentenza che, anche se attesa, arriva come un colpo al cuore, come l’ennesima picconata che manda in frantumi un altro pezzo di quel tuo mondo antico che piano-piano si sgretola. Goffredo Lucarelli, detto “Il tassinaro”, non c’è più! Lo sapevo che sarebbe successo e ancora oggi, a distanza di sei anni,  mi vergogno per essere stato un po’ vigliacco e per non aver avuto la forza o il coraggio di andarlo a trovare in ospedale per dargli un ultimo saluto, limitandomi alle informazioni che raccoglievo quotidianamente dagli amici con la speranza che giorno dopo giorno lasciava il posto alla rassegnazione per un epilogo oramai inevitabile. Ma anche quando pensi di essere preparato, in realtà non lo sei e ti ritrovi a trattenere a stento le lacrime mentre ti rigiri tra le mani questa vecchia foto a colori, perché il tempo attenua il dolore e rimargina la ferite, ma non cancella le cicatrici.

Ho scelto questa foto per ricordare Goffredo, perché è un’immagine di gioia e giovinezza, di volti sorridenti di ragazzi con una vita davanti e che forti dei loro vent’anni si sentono quasi immortali. E ora, di alcuni di quei ragazzi mi è rimasto solo quel sorriso immortalato in questa foto e un patrimonio di ricordi che, in parte, ho trasferito in un libro che racconta la storia di quegli anni settanta, della nascita del tifo organizzato, dell’ingresso della politica negli stadi e dell’inizio della fine di quel mondo spensierato.

È difficile spiegare ai ragazzi di oggi quel mondo e chi era Goffredo Lucarelli, che cosa abbia rappresentato per quelli della mia generazione “il tassinaro”, il tifoso laziale più famoso, al tempo stesso il più temuto e in alcuni casi il più odiato d’Italia. Goffredo è stato un punto di riferimento per tanti di noi: amato e odiato, perché aveva un carattere impossibile che a volte ti portava quasi ad odiarlo. Non credo che esista una sola persona a Roma che non abbia avuto almeno una volta in vita sua un problema con Goffredo: uno scontro verbale, una lite, oppure addirittura una scazzottata. Goffredo era fatto così, ascoltava solo se stesso, in alcuni casi era una sorta di dittatore, ma aveva un cuore enorme e una risata contagiosa che ti faceva dimenticare tutto. In tanti si sono costruiti una carriera o si sono arricchiti grazie alla Lazio, lui no. Goffredo è l’unico che è rimasto fino alla fine genuino, fedele al suo personaggio, uno che i soldi li ha sempre spesi per seguire la Lazio in tutto il mondo, con una sciarpa in mano o con uno striscione sulle spalle. Goffredo è uno che non ha mai abbandonato una sola volta quelli che chiamava i “suoi ragazzi”, perché la lealtà e l’amicizia venivano prima di ogni cosa. Anche dei soldi e dell’incolumità personale.

“Chi era Goffredo Lucarelli? Uno dei più grandi rompicoglioni che io abbia mai conosciuto, ma al tempo stesso uno dei più grandi laziali di tutti i tempi”. A dirlo, è Vincenzo D’Amico, ma questa frase di Vincenzino potrebbe averla pronunciata chiunque, perché in poche parole è riuscito a spiegare chi era il “tassinaro”. E con chi meglio di D’Amico potevo iniziare questo capitolo, visto che Vincenzo per anni è stato una delle “vittime” preferite di Goffredo? Allo stadio, dove arrivava addirittura ad attaccarsi e a litigare con le ragazze del Lazio Club Aquilotte Vincenzo D’Amico, quelle che quando si infervorava chiamava “le smutannate”, che in romano significa “senza mutande”. Insomma, un termine decisamente dialettale utilizzato per dare delle “donne dai facili costumi” a delle ragazze, invece di usare altri termini più comuni, più diretti e più offensivi. Oppure direttamente a Tor di Quinto, quando durante gli allenamenti Goffredo insultava e contestava D’Amico, consigliando all’allenatore di turno di metterlo fuori squadra. Perché il “Tommaso Maestrelli”, il campo di allenamento della Lazio, era il regno di Goffredo. Lui si sistemava all’ultima fila della tribuna in legno e tubi Innocenti e dall’alto con il suo vocione inconfondibile “battezzava” allenatori e giocatori.

Lui lo faceva perché era amico di Viola – mi ha raccontato una volta Vincenzo D’Amico - quindi, visto che spesso e volentieri io e Nando eravamo in ballottaggio e ci giocavamo il posto e la maglia numero 10, lui contestava me con la speranza di liberare il posto per l’amico suo. Ma non era cattivo Goffredo, perché poi quando entravo a via Simone de Saint Bon veniva, mi abbracciava. Mi voleva bene, ma doveva fare il duro. E io in fin dei conti volevo bene a lui, tanto. Al punto che una volta gli ho praticamente salvato la vita. Non posso citare la trasferta, ma tanto chi c’era quel giorno capisce subito. Io non giocavo, perché ero infortunato, ma in quella città avevo degli amici quindi ero partito lo stesso con la squadra, ma stavo per conto mio. Il sabato sera, al ristorante, mi si avvicinano alcuni amici e mi dicono: “Domani, quando arrivano i pullman da Roma, ci devi indicare chi è il tassinaro, perché dobbiamo regolare un conto in sospeso con quel signore”. Il tono con cui me lo dicono, è decisamente minaccioso, quasi mafioso. Il giorno dopo, mentre sto con loro, preceduto dal suo vocione inconfondibile vedo passare dall’altra parte della strada Goffredo con un gruppo di ragazzi al seguito. E c’eri anche tu Stefano con loro, proprio vicino a Goffredo. Faccio finta di niente, lui non mi vede e si allontana. Dopo un po’, rivolto a questi amici gli dico: “Aho, scusate, ma piove e il tassinaro non se vede. Forse avrà fiutato l’aria pesante e non sarà venuto, perché quelli scesi dai pullman sono passati tutti. Quindi scusate, ma devo andare, perché devo raggiungere il resto della squadra”. Me ne sono andato ridendo, pensando a che cosa sarebbe successo se, vedendomi da lontano, Goffredo mi avesse detto come al solito: “A Vincé, mortacci tua, stai sempre male, pensi solo a magnà e alle donne”…

Quello raccontato da Vincenzo, è solo uno dei mille episodi della vita di un personaggio unico, di un capopopolo di un calcio che non c’è più, di un romano che sarebbe stato un protagonista perfetto per un film di Pasolini o di Alberto Sordi. Perché era romano come Ninetto Davoli e faceva “er tassinaro” sul serio, quindi avrebbe potuto recitare alla perfezione quel ruolo del taxi driver newyorkese di origini romane degli anni Settanta interpretato da Alberto Sordi in quella commedia cinematografica scritta da Age&Scarpelli. Sfogliando l’album dei ricordi mi vengono in mente mille episodi, che raccontati oggi sembrano proprio il copione di una commedia all’italiana anni Settanta. Quando ancora non eravamo gemellati con l’Inter, ad esempio, andare in trasferta a San Siro era come andare in guerra. E chi come me era un giovane pischello sconosciuto, poteva anche mimetizzarsi facilmente tra la folla e farla franca, a patto di non aprire la bocca e essere tradito dall’accento romano. Per lui, per Goffredo, era impossibile o quasi passare inosservato, perché era romano in tutto, anche nel portamento e nell’abbigliamento e poi lo conoscevano tutti. Una volta, a San Siro le cose si mettono non male, ma malissimo. Goffredo non ha via di scampo, ma in quel momento scatta la scintilla del genio e cosa fa? Si infila nell’infermeria dello stadio, si mette addosso un camice da infermiere e convince gli infermieri veri a portarlo fuori da San Siro a bordo di ambulanza. Ecco, solo ad immaginarla questa scena ti torna il sorriso e ti rendi conto che era impossibile non amarlo, con tutti i pregi e i difetti che aveva.

Goffredo viveva nel suo mito, al punto che andava a fare scritte in giro per Roma che erano avvertimenti per i romanisti e al tempo stesso messaggi per dare forza a noi pischelli. Al Gianicolo ce n’era una enorme, con su scritto “Romanisti tremate, perché er Tassinaro ve gonfia”.  A Roma era rispettato e temuto, fuori Roma era odiato al punto che arrivando a Pescara il 5 marzo del 1978, in un giorno di diluvio universale, troviamo la città completamente tappezzata di manifesti che invitavano tutti i tifosi del Pescara a cercare il  “Tassinaro” per regolare i conti dopo l’assalto ai pullman pescaresi che c’era stato a Roma in occasione della partita d’andata, guidato chiaramente da Goffredo. Manifesti a cui mancava solo la scritta wanted con la taglia sotto per somigliare in tutto e per tutto a quelli che venivano affissi nel vecchio west per i banditi ricercati. Ma quel giorno, si andò addirittura oltre, perché nel corso di Pescara dai fili che attraversavano da una parte all’altra la strada, insieme alle lampade che servivano ad illuminare il corso c’erano appesi dei fantocci colorati di bianco e di celeste con la scritta “Tassinaro attento”. Io stavo sul pullman con Goffredo quel giorno, in prima fila, e per la prima volta l’ho visto perdere completamente il sorriso. E vi assicuro che quella non fu una domenica facile. Non fu come tante altre trasferte epiche di quei meravigliosi anni settanta e dell’inizio degli anni ottanta. Quelle in cui si rideva e si scherzava e grazie alla goliardia non sentivi mai la fatica di quei lunghi viaggi fatti al seguito di una squadra che a livello sportivo regalava poche soddisfazioni, ma che era seguita e amata più della Juventus che vinceva tutto. Ricordo quella trasferta a Pistoia in cui si improvvisò prete in pullman officiando un matrimonio tra “zombie” (una delle sue vittime preferite, soprannominato così perché non aveva i denti ed era di una bruttezza difficilmente descrivibile) e una ragazza. Ricordo gli scherzi, le nottate passate in bianco in pullman per il terrore che lui ti infilasse una miccetta accesa tra le dita mentre dormivi. E se andava bene te la metteva tra le dita…

Potrei andare avanti per ore perché sono centinaia, forse migliaia gli episodi da raccontare. Perché Goffredo è stato uno dei simboli del tifo degli anni Settanta, di un calcio che non c’è più e del quale in molti sentiamo sempre più la mancanza. Perché era un calcio puro, senza troppi interessi, non una sorta d’industria: in campo come sugli spalti. Per qualcuno Goffredo resterà sempre quello della tentata invasione di Lazio-Ipswich, quello che aspetta sopra al tunnel che porta agli spogliatoi i giocatori inglesi e soprattutto l’arbitro armato di un bastone lungo due volte lui tanto da farlo barcollare. Per molti resterà sempre come uno dei capi degli Eagles Supporters, come il fondatore dei “Viking” o come il leader indiscusso della curva degli anni 70. Per me è stato semplicemente un grande laziale, uno disposto a mettere sempre e comunque la Lazio prima di tutto e sopra a qualunque interesse personale. E, soprattutto, un amico fedele, uno di quelli su cui potevi sempre contare perché mai al mondo ti avrebbe lasciato da solo. Uno dei tanti che ora stanno seduti in quella Curva Paradiso a guardarci dall’alto. Gli altri, ci sono arrivati a piedi o in motorino. Lui c’è arrivato in taxi, con la sigaretta che pende dalle labbra e annunciando il suo arrivo con quel grido “a pezzentoni” che era il suo marchio di fabbrica.

Ciao Goffredo. Anzi, ciao “Tassinaro”!




Accadde oggi 19.12

1920 Roma, campo della Rondinella - Lazio-U.S. Romana 2-1
1937 Roma, stadio del P.N.F. - Lazio-Atalanta 4-0
1948 Roma, Stadio Nazionale - Lazio-Modena 5-1
1954 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 2-1
1971 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Perugia 4-1
1982 Roma, stadio Olimpico – Lazio-Milan 2-2
1993 Lecce, stadio Via del Mare - Lecce-Lazio 1-2
1999 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Piacenza 2-0
2002 Empoli, stadio Carlo Castellani - Empoli-Lazio 1-2
2004 Udine, stadio Friuli - Udinese-Lazio 3-0
2007 Roma, Stadio Olimpico, Lazio-Napoli 2-1
2010 Roma, stadio Olimpico - Lazio-Udinese 3-2

Video

Adesso vi spiego...
di Gianmarco Liberati

Titolo Lazio

Analisi del titolo S.S. LAZIO del 07/12/2018
 

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